MARKO E MAKSIM, DALLA GUERRA AI CAMPI DI CALCIO

Marko e Maksim, 12 e 14 anni, sono fuggiti dalla guerra in Ucraina e sono arrivati a Roma. Al Circolo Il Faro, a Monteverde, con il calcio si sono ripresi un po’ di serenità

di Maurizio Ermisino

Da mesi ormai ci siamo accorti che la guerra in Ucraina era arrivata in qualche modo anche da noi. Non solo dalle notizie dei telegiornali, non solo dai disagi che la guerra ha portato all’economia. Ma anche da tante piccole, timide presenze che sono arrivate nelle nostre vite. A scuola i nostri figli hanno fatto la conoscenza di nuovi compagni di classe, ragazzini smarriti che sono arrivati dall’Ucraina per sfuggire alla guerra. Sono stati accolti e inclusi nelle classi. Per loro, come vi abbiamo raccontato, sono stati organizzati anche dei campi estivi per farli sentire meno soli. Questi ragazzi hanno avuto ovviamente difficoltà legate alla lingua. Ma si è ovviato con il linguaggio del corpo, con degli abbracci. E spesso, come ci hanno raccontato le maestre a scuola, dando loro un pallone con cui giocare. Sì, lo sport, il calcio, se vissuto nel modo giusto, può essere un momento di inclusione e socializzazione. E anche il modo per fuggire dalla guerra per due ore, e non pensare a niente se non a divertirsi. È quello che hanno potuto fare Marko e Maksim, 12 e 14 anni, fuggiti dalla guerra e arrivati a Roma, dove avevano dei contatti. Si sono allenati al Circolo Il Faro, a Monteverde, a Roma, una realtà da sempre attenta al sociale. Marko e Maksim hanno potuto giocare con una delle loro squadre, e sono riusciti così a vivere qualche momento di serenità. A raccontarci la loro storia è Enrico Zanchini, fondatore della realtà in questione, che abbiamo conosciuto anche come tecnico della nazionale di pazienti psichiatrici fondata da Santo Rullo, raccontata nel film Crazy For Football – Matti per il calcio. «Ho accolto le richieste di due famiglie, una che ha dei bambini che giocano da noi, e una di un ragazzo che ha giocato da noi, che ha più di vent’anni, la cui madre, conoscendo le nostre inclinazioni, ci ha detto di avere una famiglia di amici ucraini che hanno fatto venire il figlio dodicenne da solo, per farlo fuggire dalla guerra». Hanno chiesto semplicemente di far fare loro un po’ di attività. «Noi, senza alcuna retorica, nulla di nulla, abbiamo semplicemente accolto, com’è nel nostro DNA, questi ragazzi, li abbiamo inclusi nei nostri gruppi, abbiamo dato loro gli scarpini, e abbiamo fatto passare loro qualche mese spensierato, per quanto possibile, allenandosi con noi».

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Zanchini: «Abbiamo semplicemente accolto, com’è nel nostro DNA, questi ragazzi, abbiamo dato loro gli scarpini, e abbiamo fatto passare loro qualche mese spensierato, per quanto possibile, allenandosi con noi».

L’importanza di sentirsi accolti

I due ragazzi sono arrivati a marzo, e si sono allenati per due-tre mesi. Ora la stagione è finita e le attività sono ferme. Marko è rimasto fino alla seconda metà di maggio, ha fatto un paio di mesi di allenamenti, e poi è tornato a casa. «La mamma mi ha mandato un bellissimo vocale, in cui mi ringraziava» ci racconta Enrico Zanchini. «Per lui è stato molto importante sentirsi accolto. In tempi come questi, in cui la parola accoglienza in questo paese dovrebbe essere una delle linee di indirizzo, non soltanto da chi scappa dalla guerra in Ucraina, ma in generale, è stata una cosa importante. La mamma era rimasta in Ucraina, lui è stato qui con la nonna. Mi sono confrontato soprattutto con lei, che parlava italiano». A proposito di quel messaggio, c’è un fatto che fa sorridere. «Noi abbiamo un nome un po’ scomodo, CCCP 1987, che nasce dalla nostra appartenenza politica, e soprattutto dall’ammirazione per l’Unione Sovietica di Lobanovsky, che era una squadra eccezionale per noi che all’epoca eravamo quindicenni e sedicenni» ci spiega Zanchini. «È stato divertente: insieme ai ringraziamenti, alla sottolineatura dell’importanza per lui di sentirsi accolto, ha detto che ha lasciato qui il materiale perché, come poteva essere utile a lui, poteva essere utile a qualcun altro. E la mamma ha aggiunto: e poi presentarsi in Ucraina con il materiale CCCP non era proprio il massimo…»

Il gioco, il sorriso, un’ora e mezza di spensieratezza

Quella della lingua è stata subito una barriera, ma è stata comunque superata, e i ragazzi della squadra sono stati molto felici di accogliere i nuovi arrivati. «Entrambi non parlavano italiano, Maksim parlava un po’ inglese, Marko solo ucraino, e mi faceva da interprete la nonna» ci spiega il coach. «Ai nostri ragazzi la cosa è sempre piaciuta: che, nel nostro piccolo, in una tragedia così grande, sia loro che noi abbiamo potuto fare qualcosa. Prendere anche solo due ragazzi, a cui regalare quello che possiamo, cioè dello sport sano, in un ambiente sereno e tranquillo. I loro coetanei li hanno accolti in una maniera meravigliosa. Hanno cercato di farsi raccontare, di parlarci, ma soprattutto di giocarci insieme. Il gioco, il sorriso, un’ora e mezza di spensieratezza, può essere importante».

La fragilità della persona non deve diventare la persona

Il coach Enrico Zanchini ha scelto di non parlare troppo di quello che accadeva in Ucraina. «Io ho voluto parlare di scarpini, di materiale, di magliette, di giorni di allenamento, non per banalizzare, ma per regalare loro una normalità, come un ragazzo qualsiasi che arriva in un paese diverso e deve trovare una squadra che gli piace ed allenarsi in un centro sportivo» ci spiega. «Non ho voluto fare domande. Avevano dei visi e uno sguardo che dicevano tutto. Immaginate come deve sentirsi un bambino di dodici anni che lascia la famiglia e va in un paese straniero di cui non conosce la lingua e nessun’altra cosa. È stata una cosa molto fisica, di vicinanza, di abbracci di campo, di spogliatoio, soprattutto questo». Se avete visto il film di Volfango De Biasi Crazy For Football – Matti per il calcio, saprete che Zanchini è proprio la persona giusta per far sentire a loro agio, per far sentire normali tutti i ragazzi che giovano nelle sue squadre. Ha una carica umana, una schiettezza e una sincerità che aiutano molto. «Sono probabilmente in questo aiutato dal mio carattere e dal fatto che credo di avere la capacità di relazionarmi con le persone» ci spiega. «Io cerco, con un minimo di filtro, di essere molto diretto e non far sì che la fragilità della persona che ho di fronte diventi la persona. Quando allenavo i ragazzi con problemi di tossicodipendenza, loro per me non erano tossici ma erano persone che fuori dal campo avevano qualche problematica. E così con i ragazzi con i problemi di salute mentale: per me erano persone, e soprattutto giocatori. Il resto mi riguardava fino a un certo punto, non ho le competenze. Io posso essere una persona che include in una squadra». «Ovviamente ci sono delle accortezze» aggiunge. «Io alleno soprattutto bambini, e alcuni hanno qualche disagio. Ma non ho pregiudizi. L’attenzione è per la sensibilità della persona, per le sue caratteristiche psicologiche. Ma è una cosa che fanno tutti gli allenatori bravi.  Maksim e Marko sono arrivati, due ragazzi con problemi giganteschi: l’unica cosa che potevo fare era includerli come se fossero dei ragazzi di Monteverde che si affacciassero per la prima volta a Il Faro per giocare a calcio a 5. Forse c’è stata un’attenzione materiale e un’empatia maggiore perché in quei primi giorni eravamo tutti piuttosto sconcertati dalla situazione. Ma quando abbiamo incluso i ragazzi africani che stavano nelle tendopoli all’epoca della presunta emergenza, quando Casa Pound faceva le manifestazioni, e li abbiamo fatti giocare nei nostri campi, abbiamo fatto la stessa cosa. Facciamo questo, pensiamo sia giusto, non lo sbandieriamo troppo».

Giocare in modo gratificante e piacevole

Marko e Maksim, al Circolo Il Faro, hanno trovato la realtà giusta in cui giocare. «Erano dei super principianti, e li abbiamo introdotti in una squadra adatta a loro» ci spiega l’allenatore. «Siccome facciamo selezione dopo i 12 anni, ma non mandiamo via chi vuole giocare e non ha velleità agonistiche, creiamo dei gruppi a cui facciamo fare dei mini tornei per divertimento, ma sempre insegnando. Avevamo un gruppo squadra con queste caratteristiche, con molti ragazzi del 2009 e del 2008 che ave che avevano iniziato quest’anno, e si adattavano al livello di Marko e Maksim. Si sono trovati in un buon contesto. Si sarebbero divertiti anche in una squadra di più alto livello, ma sarebbe stato meno gratificane e meno piacevole».

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La campagna del Circolo Il Faro

Non spegnete il Circolo Il Faro

Oggi, però, tutto questo lavoro sul territorio rischia di svanire nel nulla. La Croce Rossa Italiana ha ripreso possesso dell’area in cui si trova il circolo, e contesta il diritto a restare negli impianti ritenendo non legittimo il contratto di locazione firmato nel 2005. Per questo è nata la campagna #nonspegneteilfaro. «In questo momento abbiamo un enorme punto interrogativo, dal nostro punto di vista inspiegabile per la natura della realtà Croce Rossa» ci spiega Zanchini. «Siamo una società di calcio a 5 che fa tante altre cose, facciamo sport ma con un minimo di sensibilità ad altre vicende, che non è una cosa così diffusa a Roma. Dal momento che sembrano non avere progetti per l’area del Circolo Il Faro, dopo un dialogo a fasi alterne c’è stata una chiusura, e noi abbiamo pensato di rendere pubblica la problematica. Siamo qui da 17 anni, abbiamo fatto una specie di miracolo laico sportivo. Per una società di calcio a cinque gestita in maniera quasi amicale, con 2 campi e 4 spogliatoi, avere 14 squadre, 230 tesserati, dai bambini di cinque anni alla prima squadra, 3 categorie agonistiche élite, forse prima di cacciarci dateci almeno il tempo di trovare una soluzione. Non è così, aspettiamo questa sentenza. Abbiamo ricevuto solidarietà da tanti personaggi pubblici, abbiamo il municipio, il comune e il territorio dalla nostra parte. Ma per ora la situazione non si risolve».

Immagini dalla pagina FB Circolo Il Faro

 

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