ANITA: MAI AVERE PAURA DI NON FARCELA!

Ha 21 anni, ama la musica e la letteratura, è ironica. Anita è una studentessa fuori sede ipovedente. «Io non faccio niente di straordinario, ma sono contenta di mandare involontariamente un grande messaggio di inclusione»

di Silvia Sanchini

Immaginate di trovarvi nel centro di Roma e chiudere gli occhi. Fate attenzione ai suoni: clacson, i garriti dei gabbiani, boati di motori, e chi più ne ha più ne metta. Roma è una città stimolante anche dal punto di vista uditivo. Ed è proprio questo che ha pensato Anita, circa due anni fa, quando è arrivata a Roma per intraprendere il suo percorso di studi universitari. Anita Ticci ha 21 anni, è nata e cresciuta a Barberino di Mugello in provincia di Firenze, ama la musica e la letteratura, ha un’ironia diretta e travolgente, ed è ipovedente. Tre anni fa decide di iscriversi all’Università di Roma La Sapienza alla Facoltà di Mediazione Linguistica e Interculturale. Ne parla subito con i suoi genitori, teme che possano metterle un freno, ma invece la sostengono nella scelta. Racconta Anita: «Per prima cosa i miei genitori mi hanno accompagnata a Roma. Il primo pensiero è stato: ma questa città è enorme e rumorosissima! Io uso soprattutto l’udito per orientarmi e avevo paura di non farcela in quella confusione, ma ero anche entusiasta. Con la mia famiglia abbiamo pensato che la soluzione migliore fosse vivere in una residenza universitaria, e così abbiamo scelto il Conservatorio SS. Concezione, che ha sede nel centro di Roma, nel quartiere Esquilino». Dopo un anno di lezioni ed esami online a causa della pandemia, Anita inizia così la sua avventura da studentessa fuori sede.

Con l’aiuto di Alessandra, Sara e tanti altri

«In un piccolo paese come Barberino stavo bene, ma non riuscivo ad avere una totale autonomia perché mancano tanti servizi. Ho pensato che una grande città come Roma potesse offrirmi di più», racconta. E aggiunge: «Certamente avevo molte paure. L’idea di non conoscere nessuno, di dovermi fare nuovi amici, di far capire alle persone quale fosse la mia disabilità». Decide così di rivolgersi per un primo aiuto all’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Roma, e trova subito risposta positiva: l’associazione offre un servizio importante attraverso volontari e giovani del Servizio Civile che accompagnano le persone non vedenti nel territorio. E così Anita ha conosciuto prima Alessandra e poi Sara e altri volontari e volontarie che l’hanno aiutata soprattutto i primi tempi ad orientarsi per raggiungere l’Università e i servizi importanti. Un progetto molto ben organizzato e che le ha offerto un grande appoggio.

Una rete tra gli studenti con disabilità

«L’impatto con La Sapienza è stato bellissimo, ma anche molto caotico», ricorda Anita. «Eravamo oltre 300 studenti iscritti al mio corso. Durante le lezioni sei un po’ invisibile, non hai tanti contatti diretti con i professori, tranne in rare occasioni. A differenza del Liceo sei uno tra i tanti e devi un po’arrangiarti, ma in parte è giusto, anche questo ti fa maturare e crescere. Alla scuola superiore avevo un insegnante di sostegno, all’università puoi invece richiedere un tutor per un aiuto nel prendere appunti o altro. Io non ne ho avuto bisogno perché riuscivo a seguire bene le lezioni, ma ho chiesto un supporto per gli esami scritti, che è il momento forse più delicato. All’ansia per l’esame si aggiunge infatti l’ansia sulle modalità che il professore adotterà nei miei confronti, come si rapporterà al mio tutor (che non è una persona specializzata ma uno studente come me), come affronterà le mie esigenze. È difficile a volte, ma anche molto formativo». Per Anita una cosa che potrebbe essere molto utile dentro l’università «è la possibilità di incontrarci e fare rete con altri studenti ipovedenti o con disabilità. C’è un Servizio Disabilità e DSA alla Sapienza che funziona molto bene ed è utile, ma anche permettere a noi studenti di conoscerci potrebbe essere interessante per darci una mano a vicenda».

Ho imparato che niente è scontato!

Oltre all’esperienza accademica, per Anita è stata molto importante la condivisione della quotidianità con le studentesse che ha incontrato nella residenza universitaria della SS. Concezione, in cui ha scelto di vivere. «Vivere in un collegio è stato un grande allenamento per imparare a chiedere aiuto, cosa che mi è sempre costata tanta fatica. Penso sia un’esperienza che mi ha formato molto e mi ha insegnato ad adattarmi e l’occasione per diffondere informazioni sulla disabilità nella mia vita quotidiana: in cucina o mentre facevo la lavatrice potevo dialogare con altre ragazze della mia età. Ho imparato che niente è scontato! E, semplicemente, anche solo il modo in cui io vivo la mia vita e parlo della mia disabilità può essere di aiuto e testimonianza. Il messaggio che voglio mandare è che nonostante tutte le difficoltà noi ipovedenti possiamo fare tutto, con i nostri tempi e il supporto che occorre, ma non dobbiamo temere di non farcela! Molte ragazze mi hanno detto che è stato bello vivere insieme a me. Saperlo mi imbarazza ma mi fa anche immenso piacere. Spero sia da stimolo anche ad altri ragazzi e ragazze ipovedenti». E conclude: «Le persone ti fanno tante domande, anche inopportune, ma è giusto rispondere sempre perché anche questo è un modo per sensibilizzare, non è una colpa non sapere. Io non faccio niente di straordinario, ma sono contenta involontariamente di mandare un grande messaggio di inclusione. Ho ricevuto tanto aiuto e mi sono sentita accolta». E noi siamo convinti che la storia di Anita sia davvero un potente messaggio di forza, determinazione, inclusione da cui ciascuno può lasciarsi affascinare, guidare e ispirare. Senza retorica, ma con la sua stessa saggezza e simpatia.

ANITA: MAI AVERE PAURA DI NON FARCELA!

ANITA: MAI AVERE PAURA DI NON FARCELA!