CON LA NAZIONALE FEMMINILE DI CALCIO SCENDONO IN CAMPO I DIRITTI

Il calcio è davvero lo specchio del paese, anche per quando riguarda la (dis)parità di genere. Eppure le donne del calcio resistono

di Ksenija Fonovic

Calcio sport nazionale. Infatti. Vedi i mondiali di calcio femminile e vedi l’Italia. Che, ecco – è la prima volta che veniamo a sapere che esiste, il Mundial delle femmine, e che l’Italia ha una nazionale di calcio femminile. Brave pure: le Azzurre hanno vinto la prima partita contro la temibile Australia.

 

L’AUSTRALIA, L’ITALIA, I DIRITTI. L’Australia, dove lavora il 60,7% delle donne, con un aumento di donne occupate del 2,4% negli ultimi 12 mesi, con proiezioni di forte crescita dell’occupazione femminile, che non riguarda solo il tradizionalmente “femminile” settore di salute e assistenza sociale, ma anche servizi professionali, scientifici e tecnici, e l’edilizia – settori tanto lontani dal protagonismo delle donne italiane, quanto lo sport femminile.

Infatti, nella Nazionale di calcio femminile giocano le “Dilettanti”, non le “Professioniste”. Magari, diventassero professioniste le calciatrici, le pallavoliste, le nuotatrici… Salirebbe anche l’Italia dal penoso penultimo posto in UE per il divario di genere sul mercato del lavoro. Perché in Italia lavora meno di una donne su due, e meno di una su tre al Sud.

Lavora pagata, va sottolineato: Tania Cappadozzi ha analizzato per l’Istat le differenze tra uomini e donne rispetto al lavoro non pagato, il lavoro famigliare e il lavoro domestico. Facile trovare l’intruso tra i concetti positivi, che compongono il titolo della monumentale pubblicazione  “I tempi della vita quotidiana – Lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo”.

 

IL MONTE PREMI. Non è strano quindi che non abbia fatto scalpore la notizia che la Fifa ha raddoppiato il monte premi del mondiale femminile del calcio, destinando 4 milioni per la squadra campione, come riporta Tiziana Ferrario, entusiasta, come me, per essere stata spronata per la prima volta di scrivere di calcio. Perché questa abbondanza corrisponde ad esattamente un decimo del montepremi dello scorso Mondiale (quello vero, unico, dei maschi) l’anno scorso in Russia. Dove la nazionale italiana non si era nemmeno classificata. Però nei media, e nei bar, e nei posti di lavoro – se n’era parlato tanto. Tanto.

 

calcio femminile
Sara Gama, triestina, è capitana della nazionale italiana di calcio.

L’INFORMAZIONE SESSISTA. Vorrei che qualche esperto di mass-media si appassionasse a misurare il divario di genere nello spazio mediatico dedicato ai due Mondiali di calcio. Incluse le differenze di argomenti di maggior spicco.

Io ho solo due questioni che hanno suscitato qualche passione. Uno, la natura dei migliori apprezzamenti espressi dall’opinione pubblica, della serie “Belle e brave”. Belle, caspita! Non mi pare di ricordare che sulla nazionale maschile eliminata nelle classificazione i giornali titolavano “Brutti e incapaci”. La seconda questione, i bruti commenti sulla Capitana Sara Gama, che le somma tutte: donna, nera, vincente. E gioca di squadra.

 

PARLIAMO DI LORO. Per questo è importante prendere posizione anche sul calcio. Perché “Ai Mondiali di calcio femminile sono in campo i diritti delle donne”. Cominciando dal conoscerle: la squadra forse più forte del mondo, la nazionale tedesca, con questo invito, e questa accusa, si è presentata: «giochiamo per una nazione che neanche conosce i nostri nomi».

Parliamo di loro allora – di Barbara Bonansea, che meno male non ha fatto la ballerina e che è una che segna; di Manuela Giugliano, la “Nuvola Rossa” che la vedi e pensi al Gianburrasca, pensi al campetto di periferia, di Elena Linari, che gioca nell’Atletico Madrid… perché loro parlano di noi: dell’equità, del diritto ad autorappresentarsi nei luoghi decisionali, dello sport giovanile. E della bellezza dei sogni delle bambine.

La foto in alto è tratta dalla pagina Facebook della Nazionale Femminile di calcio

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