Cosa succede a un msna quando compie 19 anni?

Secondo il DDL Immigrazione in approvazione, perderebbe da un giorno all'altro il diritto all'accoglienza e al supporto per studiare, completare la formazione professionale o un tirocinio lavorativo. Il provvedimento in discussione al Senato rischia di colpire duramente i neomaggiorenni arrivati soli nel nostro Paese durante la minore età, limitando il supporto all’accoglienza a 19 anni

di Maurizio Ermisino

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Cosa succede a un giovane arrivato solo in Italia al compimento del 19esimo anno di età? Secondo il DDL Immigrazione in approvazione, perderebbe da un giorno all’altro il diritto all’accoglienza e al supporto per studiare, completare la formazione professionale o portare a termine un tirocinio lavorativo. Il provvedimento in discussione al Senato rischia infatti di colpire duramente i neomaggiorenni arrivati soli nel nostro Paese durante la minore età, limitando il supporto all’accoglienza a 19 anni. Non si tratta di una misura tecnica, ma di una scelta che interrompe percorsi di vita nel loro momento più fragile. MaTeMù, lo Spazio giovani e Scuola d’arte del CIES, accoglie ogni giorno giovani che stanno frequentando la scuola, imparando un mestiere, costruendo relazioni e fiducia. Togliere il supporto a questa età significa lasciare soli proprio coloro che non hanno ancora una rete su cui appoggiarsi. Ecco perché, insieme a 26 organizzazioni della società civile, chiede a Governo e Parlamento di non cancellare le tutele della Legge Zampa. Ne abbiamo parlato con Diana Agámez, co- coordinatrice di MaTeMù.

La Legge Zampa: uno dei sistemi di tutela più avanzati in Europa

La Legge 47/2017 (“Legge Zampa”) ha reso possibile costruire percorsi concreti di protezione e integrazione, riconosciuti anche a livello europeo. Grazie a questi strumenti, molti giovani hanno potuto studiare, formarsi, lavorare e iniziare a costruire il proprio futuro. Che cosa prevede la legge?

«La Legge 47/2017, Legge Zampa, ha segnato una svolta nel sistema italiano di protezione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro parità di trattamento con i minori italiani e comunitari» ci spiega Diana Agámez. «Prevede il divieto assoluto di respingimento alla frontiera dei minori, senza eccezioni. Il tutore volontario, una figura nuova in Italia e in Europa: sono cittadini formati che affiancano il minore in un rapporto personale, educativo, di riferimento socio affettivo e non solo burocratico. Tempi certi per l’identificazione e l’accertamento dell’età, massimo 10 giorni per l’identificazione, procedure con garanzie e presunzione della minore età in caso di dubbio. Permessi di soggiorno dedicati, per minore età o motivi familiari, con la possibilità di conversione al compimento dei 18 anni. Iscrizione al servizio sanitario nazionale, garantita anche prima del rilascio del permesso di soggiorno. Diritto all’istruzione e assistenza legale gratuita in ogni fase del procedimento. Criterio di preferenza per l’affidamento familiare rispetto al collocamento in comunità». «Grazie a questi strumenti, l’Italia si è dotata di uno dei sistemi di tutela più avanzati in Europa» continua. «È su queste basi che, negli anni, organizzazioni e centri come MaTeMù/CIES ETS hanno potuto costruire percorsi reali di accompagnamento e non solo assistenza generica o basata sull’emergenza, ma un impianto educativo e giuridico che riconosce al minore straniero non accompagnato la stessa dignità e le stesse tutele di ogni altro minore».

Il ridimensionamento del prosieguo amministrativo

Il ridimensionamento del “prosieguo amministrativo”, che oggi consente ai neomaggiorenni di continuare ad essere accompagnati nella difficile transizione all’età adulta, sta per cambiare. Il DDL contiene una norma che limita categoricamente questo periodo di prolungato sostegno nell’accoglienza a 19 anni. Cosa accadrebbe in questo caso? «A volte 21 anni non bastano!» ci risponde la co-coordinatrice di MaTeMù. «Non è solo una questione che riguarda l’essere italiani o meno. Riguarda le opportunità e il contesto in cui un minore cresce, riguarda le possibilità di istruzione e di educazione che trova lungo la sua strada, i riferimenti socio-affettivi che lo circondano, i diritti che vengono negati o non riconosciuti. Bisogna riconoscere che non per tutte e per tutti queste sono condizioni scontate. Ad alcune persone tocca costruire o ricostruire tutti questi elementi per poter ripartire. Proviamo a immaginare la fatica di un minore che deve fare tutto questo. Proviamo a immaginare la fatica di un minore che deve fare tutto questo da solo, in un paese nuovo, senza competenze linguistiche, senza riferimenti affettivi, senza un minimo di consapevolezza su come funziona il nuovo contesto. Questo non significa che non si lavori per l’autonomia, né che l’obiettivo non sia raggiungerla. Significa che, per chi parte da più lontano, i tempi per arrivarci possono essere più lunghi non perché manchi l’impegno o il desiderio, ma perché manca ciò che altri hanno già trovato pronto». «Non è una richiesta di assistenzialismo, è il riconoscimento che l’autonomia si costruisce, e costruire richiede il tempo necessario a chi sta ripartendo da zero» continua. «La riduzione a 19 anni crea una disparità di trattamento tra minori stranieri non accompagnati nel percorso della legge 47 e minori in affido in famiglia o a comunità di tipo familiare a seguito di allontanamento dalla famiglia di origine, i quali restano tutelati fino a 21 anni. È un’obiezione anche di legittimità costituzionale, sulla parità di trattamento tra minori italiani/coetanei fuori famiglia e MSNA nella stessa condizione di vulnerabilità. Un minore italiano o comunque un minore fuori famiglia per un provvedimento di allontanamento che vive in comunità o in affido familiare può ricevere sostegno fino a 21 anni. Un minore straniero non accompagnato (MSNA), arrivato senza famiglia, si troverebbe invece limitato a 19 anni con la nuova norma. Entrambi sono ragazzi che, per motivi diversi, sono cresciuti senza una rete familiare di riferimento o a un certo punto questa rete si è spezzata e hanno bisogno di un tempo più lungo per raggiungere la propria autonomia, finire la scuola, un tirocinio, fare l’università – perché non riconoscere che anche loro hanno diritto a desiderare di intraprendere una formazione universitaria? – trovare un lavoro stabile e crearsi dei riferimenti per la propria vita». «La condizione di vulnerabilità è paragonabile, cambia solo l’origine: nascita in una famiglia problematica vs. arrivo come migrante in solitaria, non il bisogno di accompagnamento che rimane lo stesso» conclude. «Se la legge tratta in modo diverso due categorie di persone in condizioni analoghe, senza una giustificazione ragionevole per la differenza, si potrebbe configurare una violazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione Italiana».

L’inclusione non è un evento puntuale ma un processo che richiede tempo

La nuova norme impedirebbe ai ragazzi e alle ragazze di raggiungere la stabilità necessaria alla loro inclusione positiva nella società. Quanto sarebbe grave? «Interrompereste il sostegno ai vostri figli e alle vostre figlie una volta compiuta la maggior età?» si chiede Diana Agámez. «Davvero li mandereste per strada senza un progetto, senza una bussola, senza un riferimento? Il nuovo decreto legge riduce il tempo massimo del sostegno da 21 a 19 anni. Un solo anno in meno, sulla carta. Ma nella pratica può significare interrompere o impedire del tutto percorsi necessari a raggiungere la stabilità indispensabile per un’inclusione positiva nel nuovo contesto». «Nell’esperienza quotidiana di MaTeMù» continua, «l’inclusione non è un evento puntuale ma un processo che richiede tempo, a volte tanto tempo, la lingua, la scuola, la fiducia nelle relazioni, la costruzione di nuovi percorsi identitari e socio-affettivi, i primi passi verso l’autonomia abitativa e lavorativa. Interrompere questo processo per un limite anagrafico significa vanificare l’investimento educativo già fatto e rischia di spingere proprio le persone più fragili verso la marginalità o l’irregolarità».

Il riferimento educativo e di accompagnamento ai diritti non si esaurisce a 18 anni

MaTeMù, lo Spazio giovani e Scuola d’arte del CIES, accoglie ogni giorno giovani che stanno frequentando la scuola, imparando un mestiere, costruendo relazioni e fiducia. Togliere il supporto a questa età significa lasciare soli proprio coloro che non hanno ancora una rete su cui appoggiarsi. Come lavora ogni giorno con questi ragazzi MaTeMù? «Da 16 anni, come presidio educativo del CIES nel cuore del quartiere Esquilino, il nostro lavoro parte dalla convinzione che l’inclusione sia un processo, un percorso che si costruisce nel tempo e nella relazione, non con una scadenza fissa o una data che segna la fine del processo» ci spiega la co-coordinatrice. «Accompagniamo ragazzi e ragazze mentre frequentano la scuola, imparano un mestiere, imparano l’italiano, costruiscono le prime amicizie fuori dal circuito dell’emergenza. Per molti di loro, specialmente per chi non ha famiglia in Italia, MaTeMù e posti come questo spesso sono il primo — e a volte l’unico — punto fermo su cui contare nel passaggio verso l’età adulta. Il nostro ruolo di riferimento educativo, di mediazione e di accompagnamento ai diritti non si esaurisce a 18 anni, né dovrebbe esaurirsi a 19. È quasi impossibile che sia così. Continua finché il percorso della persona non ha trovato una base solida. È per questo che difendiamo il prosieguo amministrativo fino ai 21 anni. Non si tratta di un privilegio. È il tempo minimo perché un minore possa veramente diventare autonomo, invece di essere lasciato senza rete proprio quando ne avrebbe più bisogno».

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