SETTIMANA DELLE PERIFERIE. CHARLEMAGNE: «LE PRATICHE DI CONFRONTO SUI TERRITORI DEVONO DIVENTARE UNA PRASSI NAZIONALE»

In occasione della Giornata nazionale delle periferie urbane, è in corso la Settimana delle Periferie, un’iniziativa di Fondazione Charlemagne e Periferiacapitale. Fino al 28 giugno decine di iniziative a Roma e in Italia. Stefania Mancini, Fondazione Charlemagne: Non si può più aspettare. Oramai, a livello territoriale, ci sono prassi molto importanti di confronto fra cittadini, gruppi riconosciuti, gruppi spontanei e amministrazioni pubbliche locali. Questo deve diventare una prassi nazionale

di Ilaria Dioguardi

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Per la Giornata nazionale delle periferie urbane istituita per il 24 giugno, si svolge quest’anno, per la prima volta, la Settimana delle Periferie, con oltre 40 iniziative a Roma e tantissimi eventi su tutto il territorio nazionale, fino al 28 giugno. Promossa da Fondazione Charlemagne in collaborazione con la Commissione parlamentare sulle periferie, l’obiettivo è una nuova narrazione che rimette al centro comunità e spazi capaci di generare inclusione e giustizia sociale. Ne abbiamo parlato con la presidente di Fondazione Charlemagne, Stefania Mancini.

Mancini, perché la Settimana delle Periferie?

«Abbiamo alle spalle sei anni di attività sulle periferie romane e siamo alla prima edizione di un’iniziativa che vuole dare respiro, valorizzandola, alla Giornata nazionale delle periferie urbane, istituita con una legge nazionale del 2024, evidenziando una nuova narrazione e condividendo un’indicazione sui valori migliori per lavorare nelle periferie in maniera partecipata e rispettosa. La Capitale è considerata la città che proprio sulle periferie ha una complessità particolare, sia per varietà di problematiche, ma anche per gli aspetti urbani e la diseguale distribuzione dei servizi nei territori. Charlemagne conclude questi sei anni di Periferiacapitale dedicati a Roma avendo imparato, soprattutto, quali sono i criteri più importanti perché si possa lavorare a 360 gradi con le persone che le abitano. Tutti questi ragionamenti ci hanno spinto a tornare, dopo quasi due anni, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, presieduta dall’onorevole Alessandro Battilocchio, proponendogli di non limitare l’iniziativa a una giornata, ma di guardare oltre e fare in modo che ci sia un collante valoriale per chi lavora nelle periferie e chi può partecipare ancora di più, ovvero gli abitanti. Ne è nata, prima di tutto, una collaborazione pubblico-privato interessante. Abbiamo avuto un’ottima risposta, da Torino a Cagliari. Questa Settimana porta con sé una visione precisa del mondo e delle comunità che abitano le periferie, è costruita insieme alle nostre realtà territoriali e poggia su sei valori che per noi sono i valori base con cui approcciare le periferie»

Lei parla di sei valori base. Quali sono?

«Il protagonismo dei territori, prima di tutto. Poi la partecipazione, ovvero la costruzione di processi condivisi e collaborativi. Inoltre, la responsabilità richiesta a chi deve trasformare la parte urbanistica, per cui le istituzioni, la filantropia e le comunità che devono lavorare insieme. E ancora, la prossimità, con relazioni quotidiane e creazione di legami duraturi che cambiano la vita delle persone e i volti dei luoghi. Inoltre, la dignità come accesso alla dignità: ogni territorio deve avere un diritto e un’opportunità per entrare nell’agenda politica, nell’agenda pubblica. Se si persegue con gli abitanti e con i gruppi del territorio la dignità delle persone è inequivocabile riuscire ad accendere l’attenzione entrando nell’agenda pubblica. Infine, tutto questo si iscrive in quella che è la giustizia sociale. Vogliamo contrastare non più solo le diseguaglianze, attraverso i processi inclusivi, ma tutti gli ostacoli che impediscono un pieno diritto per tutte e tutti alla città».

Il programma della Settimana è veramente ricco e variegato.

«Il programma è stato costruito con i contributi di tutte le associazioni che hanno aderito. Se 70 associazioni hanno aderito in poco tempo, speriamo il prossimo anno di organizzare un’iniziativa più estesa. Puntiamo a cambiare il frame narrativo, ma abbiamo l’ambizione – non fermandoci a Roma –  di contribuire anche a una nuova Italia, che non aspetti solamente il futuro che arriva dagli altri, ma che lo costruisca. Cercare di stimolare tutti coloro che lavorano nei territori più difficili significa poter riconoscere le energie civiche territoriali come portatrici di parola, di efficacia e di responsabilità. Non si può più aspettare. Oramai, a livello territoriale, ci sono prassi molto importanti di colloqui e confronti fra cittadini, gruppi riconosciuti, gruppi spontanei e amministrazioni pubbliche locali. Questo deve diventare una prassi nazionale. La filantropia che vediamo, come Otto Sharmer, in maniera abbastanza chiara, diventa il collante e anche un facilitatore fra istituzioni e comunità locali. Quest’anno nel programma Periferiacapitale abbiamo inserito come advocacy la presenza di ASGI, l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione, per aiutare a sostenere dei contenziosi strategici e delle class action su difficoltà che emergono nei territori. Se si va in una strada, per esempio, di ripristino del diritto, ciò vuol dire lavorare, scegliere la strada giusta secondo principi anche etici. Se tutto questo movimento pian piano parte dal basso, non è possibile non riuscire a contaminare anche chi sta in alto. Non è possibile non avere l’ambizione di cambiare la narrazione, ma noi dobbiamo anche riuscire a incidere sui mezzi di comunicazione. Forse siamo tutti un po’ stanchi e demoralizzati da ciò che ci raccontano i media, io vorrei che ci raccontassero anche il buono».

È ovvio che tutto questo crea un dispositivo culturale?

«Mi rendo conto che tutto quello che è presidio culturale, che non è solo comunità educante, è cultura pura nei luoghi e cambia completamente il futuro delle persone che vi abitano. Perché la cultura non è vero che è accessibile a tutti. La cultura porta cultura, poi nelle famiglie contamina e apre la mente a pensare come costruire meglio il proprio futuro».

Negli eventi della Settimana delle Periferie sono presenti anche le istituzioni. Quanto è importante la loro presenza?

«È molto bello, è importante avvicinare le istituzioni al territorio attraverso l’incontro con le persone. Si cambia completamente lo sguardo di entrambi l’uno verso l’altro, si abbattono rigidità che non portano a nulla».

Quanto è importante l’approccio comunitario?

«È fondamentale perché ognuno tende a curare sempre il proprio giardino. Poi c’è un aspetto molto interessante, ci stanno chiamando i presidenti dei municipi, anche quelli che non sono coinvolti vogliono esserci. La nostra iniziativa sta portando un po’ di vento, di freschezza, di generosità che non è caritatevole ma coinvolgente».

Le iniziative sono anche in altre città d’Italia.

«Dopo sei anni che lavoriamo tantissimo a Roma, ci ha fatto molto piacere ricevere telefonate per partecipare alla Settimana delle Periferie da varie parti del Paese: da Torino, nei quartieri Aurora e Porta Palazzo, a Milano che voleva essere presente con la Fondazione di Comunità, da Lecce con la Comunità Emmanuel, alla Sardegna nei quartieri di Santa Teresa a Pirri e a Sant’Elia. La Settimana nazionale delle periferie è partita da Cagliari».

SETTIMANA DELLE PERIFERIE. CHARLEMAGNE: «LE PRATICHE DI CONFRONTO SUI TERRITORI DEVONO DIVENTARE UNA PRASSI NAZIONALE»

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