È ORA DI CHIUDERE LE RSA: LE ALTERNATIVE CI SONO

Favorire la permanenza in casa, o in co-housing, o in case famiglia... Ne parlano Vinicio Albanesi ed Eleonora Selvi

di Maurizio Ermisino

In fondo abbiamo chiuso i manicomi e gli orfanotrofi. E abbiamo riformato l’assistenza ai minori e ai disabili. E allora perché non chiudere le RSA (residenze sanitarie assistenziali), e riformare il sistema di gestione della Terza Età? La proposta arriva da Don Vinicio Albanesi, il presidente della Comunità di Capodarco, nel suo e-book “Anziani Deportati” (ne avevamo parlato qui), dove propone di superare l’attuale tendenza all’istituzionalizzazione delle strutture preposte e ragiona sulla necessità di favorire il più possibile la permanenza in casa, o in piccoli luoghi vicino a casa, delle persone anziani. Abbiamo intervistato Don Vinicio Albanesi sulla questione, parlandone anche con Eleonora Selvi, portavoce di Senior Italia FederAnziani, per capire il loro punto di vista sul tema. 

Perché chiudere le Rsa

«Le RSA, le case di riposo, le varie forme di assistenza agli anziani, nel tempo hanno abbandonato la dimensione sociale per assumere quella sanitaria», spiega Don Vinicio Albanesi.

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Don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco

«Se questo è valido per alcune situazioni – soprattutto per le cure intermedie, le RSA vere e proprie – invece le residenze protette di fatto lentamente hanno preso il ritmo di qualsiasi reparto ospedaliero, invece di essere abitazioni vivibili». «Questo ha prodotto il non rispetto delle storie delle persone» continua. «Lo schema è talmente rigido, che sembra di essere in un reparto ospedaliero: le camere, il cibo, i ritmi e i tempi. Vivere in queste strutture per uno, due, tre anni, significa penalizzare queste persone, renderle disumane. Pensiamo all’orario di entrata e di uscita. Al cibo centralizzato e di pessima qualità. Si rispettano le scale che fanno i dietologi, ma i cibi diventano insapori».

Tutto questo è tipico di strutture che vengono gestite in base a economie di scala, che ragionano sui grandi numeri e sui tagli alle spese, «con l’aggravante che, accorpando queste grandi strutture, le persone che ci lavorano diventano sempre meno», ragiona Don Vinicio. «Su venti ricoverati, ci sono in turno due operatrici sociosanitarie, e vuol dire che queste persone non fanno altro che mettere il pannolone la mattina e il pomeriggio. Punto. Il clima è diventato di deportazione. Uso una parola forte: ma siamo ritornati alla istituzionalizzazione di queste strutture».

L’anziano e la sua storia

Queste strutture sembrano andare nella direzione opposta a quella in cui dovrebbero andare. Eppure, per Don Vinicio, la chiave di lettura è semplice. «Nel momento in cui accogli un anziano bisogna che tu accolga la sua storia» ci spiega. «Come sta la famiglia, come mangia, che gusti aveva, che mestiere ha fatto. Ti devi prendere carico di tutta la sua vicenda, per continuare a mantenere le sue autonomie il più alte possibili. In ogni caso la soluzione non sarà mai quella perfetta, ma in questo modo ti avvicini alla famiglia». E, anche fisicamente, il luogo dove si trova l’anziano dovrebbe essere vicino alla famiglia.

Il presidente della Comunità di Capodarco pensa a strutture di tipo familiare, che siano il più possibile vicine ai luoghi di residenza e che non ospitino più di 15 anziani. «Queste strutture dovrebbero avere almeno una stanza che l’anziano possa attrezzare come a lui piace» ci spiega. «Le regole ti dicono che le camere devono essere anonime. Come nell’ospedale non puoi portare nulla, hai un armadietto, un letto e un comodino. Ma si può vivere per anni con questa impostazione? Non è umano». «Per i minori disabili quarant’anni fa c’erano i grandi stanzoni dove mettevano i poliomelitici, quaranta per volta. Ma era un transito. Mentre nella casa di riposo, uno vede la fine della propria vita».

Lo tsunami sulle RSA

Nella valutazione dell’impostazione delle RSA oggi pesa anche la situazione che si è abbattuta su queste strutture nel 2020, l’anno dell’esplosione del Covid-19, e che è grave anche in questi primi mesi del 2021.

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Eleonora Selvi, portavoce di Federsolidarietà

«Lo tsunami si è abbattuto sulle RSA è dovuto a un fatto di inadeguatezza delle strutture, ma anche all’incapacità dei decisori locali di comprendere cosa stava succedendo, di riconoscere la minaccia che gravava su queste strutture, che erano una bomba a orologeria», commenta Eleonora Selvi, portavoce di Senior Italia FederAnziani. «C’è stata l’incapacità di metterle in sicurezza: inviare persone malate di Covid all’interno delle strutture, mettere in pratica con tempismo una politica di controllo della salute degli operatori all’interno. Mentre ci si concentrava sugli ospedali, queste strutture sono state completamente abbandonate».

Co-housing e condomini assistiti

Anche le riflessioni di Senior Italia FederAnziani vanno nella direzione di quelle di Don Vinicio Albanesi. «L’emergenza ha messo in discussione  un modello che, come diciamo da anni, va ripensato», ragiona Eleonora Selvi. «Una società che invecchia come la nostra deve trovare dei modi alternativi di vivere la longevità e di gestire la non autosufficienza. Bisognerà favorire delle soluzioni, che rendano possibile la vita autonoma, il più lungo possibile nel proprio territorio, a casa propria, nel proprio contesto familiare. Si tratta di trovare una serie di soluzioni che servano a superare questa dicotomia tra: “sono a casa mia, in salute e perfettamente autosufficiente” e “finisco in una struttura”».

Ci sono però modelli alternativi che vediamo all’estero o nel nostro territorio in alcune buone pratiche. «Sono le varie forme di co-housing, di condomini assistiti, forme di vita che consentano anche una socialità ricca, in quei periodi in cui non si è completamente autosufficienti, in cui si ha un bisogno maggiore di essere tutelati nella propria salute», illustra Eleonora Selvi. «Ci possono essere dei condomini con delle forme di assistenza da parte di medici e infermieri e una serie di servizi che possono essere erogati, ed è una cosa che può permettere alle persone di restare a casa loro. In singoli appartamenti che dovranno essere concepiti in maniera diversa, all’interno del quale la persona sa che può essere seguita da remoto, monitorata, in modo che la rete familiare o un caregiver possa intervenire. La domotica e le forme alternative di vita come il co-housing possono essere la risposta».

Le strutture vanno controllate

L’idea di Don Vinicio di strutture più piccole e umane trova d’accordo anche Senior Italia. Piano sociale regionale «Già adesso esistono case famiglia, strutture più piccole che devono essere incentivate, ma che al tempo stesso devono essere controllate», spiega Eleonora Selvi. «Il grande problema del nostro paese, nonostante il grande lavoro dei NAS, è quello del controllo del far adeguare alle norme le strutture, del garantire una qualità professionale di chi prende in carico queste persone. Bisogna investire fortemente sulla qualificazione professionale di queste persone, e anche degli assistenti familiari. E uscire da questo universo disordinato delle badanti non qualificate e in nero. Tutto ha origine nella mancanza di investimento in risorse nella non autosufficienza, che andrebbe completamente rimodulato all’origine. Le persone che hanno una persona non autosufficiente sono sole, e possono disporre solo di uno strumento obsoleto come l’indennità di 500 euro».

«Abbiamo tanti migranti che arrivano qui e che rappresenteranno la chiave di volta», aggiunge. «Sono già inseriti in questo settore, e ne sono linfa vitale. Si tratta di far emergere il nero e mettere tutto a sistema».

La politica non ci sente

Ma quale può essere la strada di una riforma che, comunque, deve essere realizzata a livello politico? «Si dovrebbe fare come è stato fatto con i minori», spiega Albanesi. «Una legge che dica che entro cinque anni le case di riposo dovranno essere trasformate in case d’accoglienza. E la legge dovrebbe mettere tutti i paletti del caso: non devono esserci più di venti persone, devono avere una cucina, un rapporto tra operatori e persone che vengono accolte».

Ma la politica sta rispondendo a queste necessità? «Non solo non ci sentono», avverte Don Vinicio. «Siccome c’è la crisi dell’edilizia, ci sono molti imprenditori edili che pensano di trasformare gli alberghi in residenze per anziani, con 40-50 camere. Con due letti a camera, andiamo verso strutture da 100 persone. Con la cucina centralizzata». La tendenza allora rischia di essere addirittura opposta a quella desiderata, e continua la spinta all’istituzionalizzazione. «Ma l’anziano è una persona fragile, se tu non lo segui non vedi come sta, cosa gli manca, te lo giochi. Nelle genericità si fa l’essenziale, ma si perdono i piccoli passaggi, quelle piccole cose che fanno bene alla sua salute».

«Mi sembra che si sia molto lontani», concorda Eleonora Selvi. «Al di là del dibattito teorico, il nostro sistema è ancora fondato sulle RSA come gestione della non autosufficienza, così come sull’ospedale nella gestione della cronicità, lasciando invece debole e disarticolato il territorio. È evidente che tutto quello che nella teoria sentiamo dire da decenni debba tradursi in pratica, in un territorio forte e delle RSA che possano diventare delle strutture più aperte e capaci di dialogare con il territorio: luoghi che erogano una serie di prestazioni importanti all’anziano, che resta a casa sua e che può essere in contatto con queste. Tutto può essere ripensato insieme e non a comparti stagni. Ma la nostra politica non sembra ancora aver presto coscienza del cambiamento radicale a cui stiamo andando incontro».

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