“ANZIANI DEPORTATI”: E SE CHIUDESSIMO LE RESIDENZE SANITARIE?

In un e-book di Vinicio Albanesi la proposta: chiudere le RSA e creare strutture di tipo familiare, dove possano vivere una vita dignitosa

di Redazione

Si intitola “Anziani deportati”, l’e-book in cui don Vinicio Albanesi ragiona sulla gestione della terza età dopo l’esperienza del Covid, proponendo, tra l’altro, la chiusura delle Rsa. L’e-book si può scaricare a questo link. Pubblichiamo qui una presentazione tratta da Redattore Sociale.

La chiusura delle Rsa, così come attualmente concepite, nell’arco dei prossimi sei anni, e la contemporanea creazione di strutture di tipo familiare caratterizzate da un massimo di 15 posti. Sono le due principali proposte illustrate da don Vinicio Albanesi, nell’e-book “Anziani Deportati”. Il presidente della Comunità di Capodarco si dice convinto della necessità di cambiare radicalmente la gestione della terza età, superando la tendenza all’istituzionalizzazione e cercando in ogni caso di favorire la permanenza in casa delle persone anziane. «L’epidemia, con le migliaia di morti dentro le Rsa, ha mostrato chiaramente», argomenta don Albanesi, «i limiti terapeutici ed esistenziali che le persone anziane sono costrette a vivere: occorre cambiare approccio, senza far prevalere la logica del risparmio”.

Gestire l’invecchiamento

In “Anziani deportati” don Albanesi approfondisce il tema del “trattamento” che viene riservato alle persone anziane, dicendosi convinto che esso abbia implicazioni ben più ampie di quelle (già di per sé enormi) collegate alla pandemia. Il testo, 27 pagine articolate in sei capitoli, passa anzitutto in rassegna i dati disponibili sulla condizione delle persone anziane nel nostro Paese, presentando le più recenti e puntuali indagini effettuate negli ultimi anni da una pluralità di soggetti (istituzioni, fondazioni, università, gruppi di ricerca, realtà associative). Viene così illustrato un quadro nazionale del fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, per soffermarsi poi sull’ospedalizzazione, e in particolare sullo schema di presa in carico delle persone anziane con problemi di salute. In terza battuta si riporta una fotografia del fenomeno dell’istituzionalizzazione, situazione vissuta da un universo stimato intorno alle 300 mila persone, e si riportano alla mente gli eventi che hanno caratterizzato i mesi dell’emergenza, quelli in cui migliaia di anziani sono morti dentro le strutture, lontani dai propri cari.

Scrive don Albanesi: «Le morti a causa del Covid-19 sono state troppe. Analizzando i passaggi che, non da oggi, hanno portato ai risultati nefasti, si evidenziano cause antiche e strutturali. Una nuova gestione dell’invecchiamento è diventata urgente, pena ulteriori risultati negativi che possono e debbono essere limitati». 

Secondo l’autore «tutta la legislazione riguardante le “case di riposo” va rivista, non permettendo grandi numeri, rivisitando gli spazi e l’organizzazione, ricreando, nei limiti del possibile, un clima familiare e rassicurante, così da non perdere le residue capacità di autonomia funzionale e relazionale delle persone accolte». Il punto, viene detto, è che occorre recuperare uno sguardo ad ampio raggio: «Non curando tutto il complesso della vita delle persone, si viaggia verso il semplice contenimento degli ultimi tempi di persone fragili, garantendo l’indispensabile: cibo, medicine, assistenza. Occorre invece ritornare alla visione complessiva della vita, attenuando, per quanto possibile, il trauma del distacco dalla famiglia d’origine». Permanendo le cose così come sono oggi, «è evidente», sottolinea don Albanesi, «che persiste il rischio di una “deportazione” di anziani verso la morte”.

L’alternativa alle RSA

Nell’ultimo capitolo sono illustrati i contenuti di una proposta di riforma delle residenze per anziani, della quale don Albanesi aveva già parlato in un’intervista a Redattore Sociale nelle scorse settimane: si ipotizza un percorso che conduca in un arco ragionevole di tempo (entro la fine del 2026) alla chiusura delle odierne strutture, con la messa in campo di misure atte ad aiutare le famiglie nella permanenza delle persone anziane in casa, anche con l’istituzione di un albo di persone adeguate alla loro assistenza in famiglia. Ove non fosse possibile mantenere la persona anziana in famiglia, si propone di creare strutture di tipo familiare, che siano il più possibile vicine ai luoghi di residenza e che non ospitino più di 15 anziani. Tali strutture possono essere qualificate con prevalenza sanitaria, sociale o socio-sanitaria. “Dopo la riforma dei manicomi, dei problemi legati alle dipendenze, della soppressione degli istituti per minori, è urgente», sottolinea l’autore, «non lasciare inalterata la “istituzione totale” delle “case di riposo”».

 

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