
FAMMI SPAZIO. POTRESTI SCOPRIRE COME POTREBBE ESSERE
Spazi accessibili e liberi da tutto ciò che è pre costruito, autonomia, fiducia, cessione di potere. Formazione sì, ma anche disponibilità a non dire o dare, ma ad aprirsi all’inaspettato che potrebbe arrivare. In Fammi spazio, la ricerca-azione di Unibo, Unipolis e Arci Bologna, gli spazi culturali come volano del protagonismo giovanile. E la co-progettazione, che fa la partecipazione reale
16 Aprile 2026
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Un questionario, 1200 studenti tra i 14 e i 19 anni equamente distribuiti tra licei, istituti tecnici e professionali, un’università (quella di Bologna), una fondazione (l’Unipolis) e un’associazione da sempre attenta al coinvolgimento dei giovani, l’Arci, nel suo nodo territoriale, quello di Bologna.
Questi gli ingredienti di partenza per Fammi Spazio, una ricerca che punta a raccontarci qualcosa in più sugli spazi culturali quale volano del protagonismo giovanile.
Inutile tenere la suspense, tanto vale saltare alle conclusioni, che immancabilmente dimostrano come avere accesso a spazi adeguati non sia aspetto secondario, ma condizione fondamentale per il benessere e la cittadinanza dei giovani.
Prevedibile, si potrebbe pensare. Sì, se non ci si sofferma sulle implicazioni e sull’analisi che precede e accompagna la ricerca, che, non a caso, è ricerca-azione.
Fammi spazio: spazi non accessibili, controllati o economicamente condizionati
Intanto, il necessario ripensamento sulle politiche urbane che, dopo aver previsto almeno sulla carta, la partecipazione dei cittadini sarebbe chiamata ora ad uno sforzo aggiuntivo, specificamente rivolto ai giovani. Un’inclusività e una partecipazione, che valorizzi il loro diretto contributo, promuovendo allo stesso tempo modelli di gestione e di condivisione degli spazi.
Ciò che emerge dallo studio è infatti che i ragazzi e le ragazze delle nostre città – perché Bologna è solo una delle tante possibili – avvertono la mancanza significativa di luoghi in cui poter stare liberamente, senza cioè la necessità di consumare o rispettare regole imposte dall’alto, come quelle di istituzioni. Gli spazi disponibili sono spesso percepiti come poco accessibili, eccessivamente controllati oppure economicamente condizionati.
In sostanza, è sentita chiaramente la progressiva riduzione di spazi pubblici realmente fruibili, sostituiti spesso da luoghi commerciali che non garantiscono inclusività e che limitano le possibilità di espressione, oltre che di socialità, soprattutto a chi ha meno risorse economiche, come è per definizione quella della fascia giovanile.
Questo porta alla difficoltà di vivere la città in modo spontaneo, quale luogo di costruzione di relazioni libere, delle esperienze culturali e delle forme di partecipazione attiva.
Non è un dato da poco se si considera che la maggior parte dei giovani “vive” gran parte delle proprie esperienze sociali e culturali, stando connesso, ma al chiuso della dimensione domestica.
Autonomia e fiducia
Non è tutto. I giovani vorrebbero poter avere riconosciute autonomia e fiducia nella definizione e gestione attiva degli spazi che frequentano.
In questo senso, il problema non è solo la quantità di luoghi, ma anche la loro qualità e il modo in cui vengono pensati e regolati.
Ciò che chiedono è, in altre parole, uno spazio di vera libertà e di reale accoglienza dove la loro partecipazione non debba, necessariamente, subire pre-condizioni o pre-giudizi.
Non è richiesta l’assenza dell’adulto, al contrario, la presenza è preferita ma a patto che sia una figura di accompagnamento e facilitazione, più che di direzione e gestione, e che sia disposta a sospendere il proprio giudizio. I giovani sembrano quindi consapevoli di dover apprendere e sono disposti a farlo con l’aiuto di chi ha le competenze, se vengono trasferite, senza imposizione.
Tale aspettativa può arrivare a toccare la massima espressione possibile, quella di chiedere luoghi di partecipazione dove nulla sia obbligatorio, fino al partecipare stesso.
Semplicemente, spazi per stare! E se lo spazio è pubblico, dice il sociologo e ricercatore Stefano Laffi, questo può divenire il display dei propri desideri. Un display dove l’algoritmo è messo fuori uso, perché nello spazio pubblico i giovani (ma varrà solo per loro?) non incontrano il sé costruito dallo schema performante della scuola o da quello dei consumi. Imparano cioè l’arte del possibile.
Cessione di potere
Non chiediamo ai giovani “cosa volete”, ci mette in guardia ancora Laffi, quanto piuttosto “cosa volete fare”. È lì, nella dimensione del fare e ancor prima del saper immaginare, che si gioca la scoperta e la costruzione di desideri autentici. In altre parole, il desiderio non lo si conosce aprioristicamente, lo si scopre. Per questo nella fase dell’”esordio sociale” è fondamentale “uscire dalla porta” e andare alla scoperta di ciò che c’è fuori, imparando a manipolare la materia dei propri desideri. Da qui l’importanza di un approccio laboratoriale che insegni non solo e non tanto il “come funziona”, prerogativa della scuola, ma il “come potrebbe essere”, che è in tutto e per tutto, un altro modo di pensare.
Sfuggire al ricatto dell’evidenza, di ciò che abbiamo già davanti agli occhi, in altri termini di ciò che già esiste e non di ciò che potrebbe essere.
Da qui l’importanza del lavorare fuori dagli schemi. Ad esempio, chiedendo ai giovani non dediti alla lettura come vorrebbero una biblioteca – esperimento fatto da Laffi. E quindi raccogliere l’inaspettato: una biblioteca fatta con “cose” prodotte da loro stessi; con un’area ristoro all’entrata, al posto del bancone del bibliotecario e tanti “spicchi” per garantire spazi idonei e distinti per target diversi.
In una mattinata di lavoro, dedicata alle possibili riflessioni suscitate dalla ricerca, è Vanessa Niri, responsabile Politiche educative di Arci nazionale, a sintetizzare ciò che serve per far emergere il protagonismo giovanile: oltre alla garanzia degli spazi – precondizione appurata – ci vogliono adulti interessati ad una relazione che preveda una cessione di potere. Dopo di che serve un tempo che sia liberato per i ragazzi stessi.
Troppo spesso infatti i giovani sono inseriti in attività previste e strutturate, esaurendo in queste il già poco tempo libero.
Ingredienti importanti per l’azione che dovrebbe seguire alla ricerca. E molti i soggetti da chiamare in causa a partire proprio dalla scuola che potrebbe esercitare l’importante ruolo di connessione dei servizi educativi territoriali con la produzione culturale.
E quale ruolo si potrebbe riservare al resto dell’associazionismo e del Terzo settore? Una timida proposta: e se alle associazioni riservassimo il ruolo di incubatore, in termini di campo di pratiche oltre che di spazi? Tutto sta a darsi degli impegni e qualche regola, come ad esempio, quella di prevedere una “quota giovani” in tutte le attività, le iniziative e i luoghi animati dai volontari.
Chissà che così facendo non si possa arrivare a mitigare quel grande scoglio della “cessione di potere” da parte dei volontari adulti in favore dei più giovani…






