GLI INTRAVISTI. IN UN LIBRO LE STORIE DAGLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI

Un testo che aiuta a capire meglio la malattia mentale e come avvicinarsi a queste persone, ancora troppo spesso inutilmente escluse

di Laura Badaracchi

«Ai miei pazienti, compagni di cammino. A chi soffre di una malattia mentale, perché c’è sempre una speranza». A loro lo psichiatra Jacopo Santambrogio dedica il volume “Gli intravisti. Storie dagli ospedali psichiatrici giudiziari”, edito da Mimesis. Pagine che spesso sono un pugno nello stomaco, per risvegliare dal torpore dell’indifferenza e far aprire gli occhi su chi ha problemi psichici, perché troppo spesso si preferisce non vedere, non guardare, far finta di nulla.

Le storie

Invece Santambrogio, con il piglio del documentarista appassionato e di chi proprio non riesce ad avere l’atteggiamento distaccato del clinico super partes (perché si è formato alla scuola degli eredi del pensiero rivoluzionario di Franco Basaglia, morto 40 anni fa e contrario alla “segregazione” dei malati mentali), ha deciso di dare voce a 18 pazienti autori di reato. Li ha incontrati e intervistati personalmente fra il 2013 e il 2014 in diversi Ospedali psichiatrici giudiziari dov’erano internati, da Barcellona Pozzo di Gotto a Montelupo Fiorentino e Reggio Emilia, prima della loro chiusura e della creazione su tutto il territorio nazionale di una trentina di Rems, acronimo che sta per Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, nuove strutture di cura aperte dal 2015 e gestite da personale sanitario, non da agenti di polizia penitenziaria.

Nel libro la metà delle testimonianze sono accompagnate da riflessioni sulla malattia mentale e le sue origini, i fattori connessi al suo esordio (come le droghe, che spesso causano danni cerebrali irreversibili), la diagnosi e le terapie sia farmacologiche sia riabilitative, ma anche gli aspetti culturali che possono influenzare gli esiti della cura. «Non si giunge alla conoscenza di una persona, di una persona immersa nella sofferenza psichica in particolare, se non si è capaci di avvicinarci a essa al di là di ogni pregiudizio, accogliendola, e rispettandola, nella sua alterità, nella sua ardente comune umanità, ferita dal dolore, e nondimeno animata dalle attese e dalle speranze che sono anche in noi», annota nella prefazione lo psichiatra basagliano e saggista novantenne Eugenio Borgna.

Dopo gli ospedali psichiatrici giudiziari

Superati gli orrori e le violenze dei manicomi giudiziari in cui i pazienti erano condannati a ergastoli bianchi e praticamente «murati vivi», secondo Borgna, cosa è cambiato realmente con le Rems e sul territorio? Lo tocca con mano ogni giorno il dottor Santambrogio, lavorando come psichiatra presso la Fondazione Adele Bonolis – As.Fra. onlus di Vedano al Lambro (Monza e Brianza), che in Lombardia offre servizi riabilitativi in comunità protette, in un centro diurno e in appartamenti con la formula del cohousing. «Dalle Rems, alcune più sanitarizzate e altre più custodialistiche ma senza blindi e celle, ci sono pazienti che arrivano da noi. Spesso non si riescono a gestire a domicilio, comunque la logica dell’esclusione resiste ancora», riferisce.

Sempre più di frequente giovani adulti si trovano in questi percorsi, arrivando alla psicopatologia dopo l’abuso di droghe, «che moltiplicano il rischio di delinquere. Le sostanze, dalla cannabis agli acidi, dall’eroina alla cocaina, hanno effetti biologici sul cervello: vanno a esacerbare sintomi di interpretazione e persecutori, che possono diventare psicotici, con allucinazioni uditive e deliri strutturali per cui la persona perde il contatto con la realtà ed entra in un mondo proprio, spesso con la perdita di lavoro e relazioni sociali». In diversi casi i farmaci riescono a lenire i disturbi e a stabilizzare l’impulsività, ma «non possono guarire, perché purtroppo la psicopatologia perdura anche se si smette di usare la sostanza. Comunque il nostro obiettivo è sempre la guarigione sociale, un’autonomia ritrovata», con il supporto non solo dei familiari: ci vuole il sostegno di «tutta la comunità».

Valorizzare la libertà

Lo stesso approccio è necessario «anche nell’ambito della disabilità intellettiva grave e dell’autismo: sono impegnato con questi pazienti presso il Presidio Corberi di Limbiate», precisa il medico, che studia anche la violenza domestica e le sue ricadute sulla salute mentale. «Imparo molto di più dai miei pazienti che dai libri: sono loro la miglior fonte di insegnamento», sottolinea Santambrogio, che invita a coltivare «una speranza non illusoria per puntare su progetti riabilitativi che valorizzino gradualmente la libertà dei pazienti. Bisogna dare fiducia e scommettere su di loro, anche in tempo di Covid, che ha complicato tutto. «La sanità territoriale è ancora indietro, così come le cure domiciliari: per i pazienti in misura alternativa alle Rems non esiste un contesto territoriale a supportarli. Eppure sono trascorsi 42 anni dalla Legge Basaglia, che ha sancito la chiusura dei manicomi».

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Ospedali psichiatrici giudiziariJacopo Santambrogio
“Gli intravisti. Storie dagli ospedali psichiatrici giudiziari”
Mimesis. 2020
pp. 294, €20,00

 

 

 

 

 

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