IL 2023 È STATO L’ANNO DEL CINEMA AL FEMMINILE. E IL 2024…

Il 2023 è stato l’anno in cui la parola “femminicidio” è stata tra le più cercate su Google. Ma anche quello dei film scritti e diretti da donne, delle storie al femminile, di temi come il patriarcato, il maschilismo tossico e l’emancipazione femminile

di Maurizio Ermisino

Che sia una vie en rose, una vita in rosa, come nel film Barbie, o un mondo in bianco e nero, come in C’è ancora domani, quello che è certo è che il 2023 è stato l’anno del cinema al femminile. È stato l’anno dei successi di film scritti e diretti da donne, come Greta Gerwig e Paola Cortellesi. Del grande ritorno del pubblico femminile al cinema, che ha fatto segnare un +77% delle presenze rispetto all’anno precedente. C’è ancora domani è stato visto per il 59% da donne e Barbie per 66% da donne. È stato, ovviamente, l’anno delle storie al femminile, di temi come il patriarcato, il maschilismo tossico e l’emancipazione femminile. Il 2023 è stato anche l’anno in cui la parola “femminicidio” è stata tra le più cercate su Google, ma anche quello in cui il movimento contro un retaggio antico e pericoloso è emerso potente da più parti. Anche il 2024 sembra promettere bene da questo punto di vista. Ed è fondamentale, perché per smantellare retaggi così duri a morire serve un’azione culturale ed educativa continua e costante.

C’è ancora domani: gli anni Quaranta sono i giorni nostri

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C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, una storia ambientata nel passato che parla al presente

Il film dell’anno è C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, una storia ambientata nel passato che parla al presente. C’è ancora domani è un film che si vive dal punto di vista femminile, immedesimandosi totalmente nella protagonista, Delia, che vive accanto a un marito violento. È un film che si vive con un senso continuo di oppressione, claustrofobia, ingiustizia. Le stanze anguste e buie in cui Delia vive sono il paesaggio stato d’animo della sua condizione. Si vive il film aspettando una catarsi, una liberazione, un volo verso qualcos’altro. Arriverà, ma non sarà quello atteso. Nella sequenza finale, la più significativa del film, capiamo tutto. Il volo è più in alto: una liberazione non per sé ma per la collettività, non per il presente ma per il futuro. Il gioco di C’è ancora domani è scoperto: è impossibile, per chi guarda, scappare. Perché ci porta indietro a un’epoca, gli anni Quaranta, dove il maschilismo e il patriarcato erano evidenti e accettati. Ti fa inorridire, e poi pensare «ma a quell’epoca era normale, era ottant’anni fa». E poi ti fa pensare a oggi, e dire «ma davvero è diverso? Davvero le cose non sono cambiate». È diverso, le cose sono cambiate ma non abbastanza. In alcuni luoghi, in alcune situazioni, a volte anche velatamente, la discriminazione c’è ancora tutta.

Barbie: un film giocattolo con dentro la sorpresa

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Se nel mondo reale Barbie scopre il patriarcato con sgomento, Ken lo scopre con piacere

Barbie, diretto da Greta Gerwig, con altri toni e altri colori, affronta lo stesso tema. Tutto inizia quando Barbie fa pensieri strani e ogni cosa, nella sua casa dei sogni di Barbieland, sembra non funzionare. C’è qualcuno che gioca con lei nel mondo reale, a cui sta accadendo qualcosa di strano. E così, insieme a Ken, è costretta a venire nel nostro mondo per scoprire che cosa sta accadendo. Barbie è un inaspettato film giocattolo, colorato e spassoso, ma con dentro la sorpresa: ci parla di genere, di patriarcato, di empowerment femminile e di inclusività. Guardate quando una bambina diventata adolescente se la prende con Barbie, arrivata nel mondo reale. «Fai sentire le donne sbagliate. Hai fatto arretrare il mondo di 50 anni». «Il mio compito è renderti felice, consapevole» risponde lei. Il film è un riposizionamento: non commerciale, ma valoriale. È un voler trovare a Barbie un posto nel mondo di oggi. «Non c’è nessuna donna al comando?», chiede una Barbie incredula al cospetto del consiglio di amministrazione della Mattel. È tutto il contrario di Barbieland: i maschi usano i doppi sensi, la guardano in modo malizioso, e dominano un mondo in cui per le donne non c’è il posto che credeva ci fosse. E se nel mondo reale Barbie scopre il patriarcato con sgomento, Ken lo scopre con piacere. Certo, per lui è fatto di cavalli, hard rock, Sylvester Stallone e Ronald Reagan. Ma, tornato a Barbieland, prova a riproporlo, con esiti esilaranti ma che ci fanno riflettere. Barbie è un film che lascia tutti noi con un po’ di amaro in bocca. Perché se il nostro mondo di oggi, con le sue storture, irrompe anche in un mondo che non era così, certe cose le noti ancora di più.

The Marvelous Mrs. Maisel: una donna in un mondo di uomini

Sì, il nostro è ancora un mondo di uomini. «It’s a Man, Man, Man, Man World», come cantava James Brown. E come recita un episodio della quinta e ultima stagione di una delle serie chiave sull’emancipazione femminile, The Marvelous Mrs. Maisel, su Prime Video. Nell’ultima stagione, pur rimanendo negli anni Cinquanta, riusciamo a vedere anche il futuro della Signora Maisel (interpretata da Rachel Brosnahan). È importante, perché una storia motivazionale come quella a cui abbiamo assistito, una storia di crescita, di autodeterminazione di realizzazione dei propri sogni ha senso se poi fai capire che quei sogni si possono raggiungere. La serie è racconta di una donna che, nei tardi anni Cinquanta, in una famiglia ebrea di New York, vuole lavorare. Non solo: vuole lavorare nello spettacolo. E non basta: vuole fare la stand up comedian, e parlare di argomenti scomodi, come il sesso e i rapporti tra uomo e donna. E andando da sola nei locali dove si esibisce. Non è un caso che tutto il senso di questa storia stesse già nell’episodio pilota. Quello in cui Midge accompagnava il marito che aveva il vezzo di esibirsi come comico, e doveva anche cucinare la punta di petto per addolcire il gestore del locale e farlo esibire non troppo tardi. Ma quell’uomo il talento di far ridere non ce l’aveva per niente. E ce lo aveva lei: solo che per una donna dimostrarlo è sempre più difficile.

Lezioni di chimica: Non solo ricette, ma lezioni di vita

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Il sogno di Elizabeth di diventare una scienziata viene stroncato dalla società patriarcale in cui vive

E in qualche modo è la storia di Lezioni di chimica, la serie AppleTv+, basata sul bestseller di Bonnie Garmus, Lessons in Chemistry. Qui siamo nei primi anni Cinquanta ed Elizabeth Zott (Brie Larson) ha il sogno di diventare una scienziata. In realtà lo è già, ma la sua carriera viene stroncata dalla società patriarcale in cui vive. Per una serie di sfortunati eventi, e di pregiudizi, Elizabeth viene licenziata dal laboratorio e inizia a fare esperimenti scientifici a casa, mentre per mantenersi vende tupperware. Finchè accetta un lavoro come conduttrice in un programma televisivo di cucina. Ma si troverà ad insegnare a una nazione di casalinghe trascurate – e agli uomini che improvvisamente la stanno ascoltando – molto più che semplici ricette. Dopo averla mostrata in tv, la serie torna indietro e la mostra alle prese con la sua carriera di ricercatrice universitaria, un ambiente per cui le donne possono essere solo assistenti di laboratorio e devono esibirsi in un concorso di bellezza. È un mondo di forme a cui Elizabeth è totalmente refrattaria. Per lei conta la sua materia, la chimica, che porta avanti con abnegazione, con forza, senza alcuna diplomazia. In qualche modo ci riesce, ma arriva qualcosa che scompagina tutte le carte. Ma, purtroppo, it’s a men’s men’s world…

La legge di Lidia Poët: un’anticonformista, che vuole decidere per se stessa

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Lidia lotta per l’affermazione del suo diritto a decidere per se stessa

Figurarsi quella che era l’Italia di fine Ottocento per chi voleva fare l’avvocato. È quello che racconta La legge di Lidia Poët, prodotta da Matteo Rovere e disponibile su Netflix. Matilda De Angelis è Lidia Poët, la prima donna in Italia ad entrare nell’Ordine degli Avvocati. Ha studiato legge ed è un bravo avvocato. Ma, proprio mentre è alle prese con un caso scottante, una sentenza della Corte d’Appello di Torino dichiara illegittima la sua iscrizione all’albo, impedendole di esercitare la professione. Il motivo? È un lavoro che per sua natura non si addice ad una donna. Così Lidia lotta per l’affermazione del suo diritto a fare il suo lavoro, non solo perché vuole fare il lavoro per cui crede di essere portata, ma perchè vuole decidere per se stessa e non vuole per forza essere legata ad un uomo né farsi mantenere da lui.

Povere Creature! Uguaglianza ed emancipazione

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Photo by Yorgos Lanthimos. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2023 20th Century Studios All Rights Reserved.

Il primo, potentissimo film a segnare la strada del cinema al femminile nel 2024 è Povere Creature! di Yorgos Lanthimos, tratto dal romanzo di Alasdair Gray, Poor Things! (che è il titolo originale del film), la storia di Bella Baxter (Emma Stone), una giovane donna riportata in vita dal brillante e poco ortodosso scienziato Dr. Godwin Baxter (Willem Dafoe). Sotto la protezione di Baxter, Bella è desiderosa di imparare. Affamata della mondanità che le manca, fugge con Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), un abile e dissoluto avvocato, in una travolgente avventura attraverso i continenti. Libera dai pregiudizi del suo tempo, Bella è sempre più decisa nel suo proposito di difendere l’uguaglianza e l’emancipazione. È un film che parla di libero arbitrio, senso del pudore, ma soprattutto di emancipazione femminile. È un mondo dove sono le donne a prevalere e gli uomini non fanno certo una bella figura. Willem Dafoe, nella conferenza stampa di lancio ci ha spiegato una delle chiavi di lettura del film.  «Con un grande umorismo, la rappresentazione che questo film fa degli uomini è quella di esseri oppressivi. Molti degli uomini si possono riconoscere in questi personaggi».

 

IL 2023 È STATO L’ANNO DEL CINEMA AL FEMMINILE. E IL 2024…

IL 2023 È STATO L’ANNO DEL CINEMA AL FEMMINILE. E IL 2024…