I DIRITTI DELL’INFANZIA SI DIFENDONO SUL TERRITORIO. CON L’AIUTO DI TUTTI

Roma. Il Municipio 1 ha dedicato una giornata all'analisi del problema e al racconto di esperienze e progetti: D(i)ritti al traguardo

di Francesca Amadori

Per strada ci deve essere tanto spazio per giocare quanto per parcheggiare

Nei campi di calcio non devono esserci allenatori

 I vigili urbani quando si rivolgono ai bambini dovrebbero essere più infantili

Nei parchi, meno aiuole (sottotesto: tolgono spazio al gioco)

 

Cominciamo da qui. Dalla traccia – la nota di cuore – che lascia l’incontro del 20 novembre, quando si è tenuto D(i)ritti al traguardo, organizzato dal I Municipio in occasione dei trent’anni  dalla firma della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia.

Sono solo alcune tra le proposte avanzate dal Consiglio comunale delle bambine e dei bambini di Roma e che Antonella Prisco, del Laboratorio di Psicologia della partecipazione infantile del CNR, ci ha proposto – anche in forma cartacea – in uno degli interventi, a chiusura di una mattinata densissima di racconti, interventi, presenze.

 

diritti dell'infanziaLE ESPERIENZE SUL TERRITORIO. Densa perché questa iniziativa sui diritti dell’infanzia che il I Municipio ha promosso non è stata tanto la celebrazione di una ricorrenza, quanto la rappresentazione e, ancor di più, la tessitura di un’incredibile quantità di esperienze realizzate su questo territorio, sul tema dell’infanzia, del suo riconoscimento e della sua integrazione, quando proveniente da altre culture.

Non un lavoro facile, né scontato, anche per il I Municipio, anzi, proprio perché I Municipio: abitato da una popolazione prevalentemente anziana e svuotato da offerte residenziali tagliate su misura dei turisti. Questo il quadro demografico, ricordato dall’assessore alle Politiche sociali e allo sport Emiliano Monteverde, che la Giunta, al suo secondo mandato, non ha voluto semplicemente subire, imboccando la direzione opposta di ripensare spazi e politiche a misura dei bambini.

Lo ha fatto partendo, nel 2016, con il finanziamento del progetto “Interventi di valorizzazione delle diverse culture e promozione di una comunità inclusiva”, con cui si è voluto, innanzitutto, «dare risposte generali in chiave multiculturale e interculturale». L’obiettivo era quello di evitare di disegnare servizi specifici, che spesso, anche se pensati con le migliori intenzioni, rischiano di contribuire alla creazione dei ghetti. Si è considerata, dunque, la realtà, così com’è, senza spacchettamenti, per ambiti o competenze.

Ludoteche, laboratori, mediazione linguistica e culturale si sono realizzati attraverso la concretizzazione di percorsi di conoscenza quotidiani giocati sui codici più comuni: provare le diverse cucine, ascoltare la musica che spopola nel paese di provenienza, indossare gli abiti tradizionali, scambiarsi i giochi, festeggiare feste ricorrenti altrove. Semplice, ma non banale. Perché è solo da qui che passa il riconoscimento dei propri stereotipi, prima, e l’abbattimento dei muri dell’incomunicabilità, poi.

 

diritti dell'infanziaI RISULTATI. Parola d’ordine: intercultura. Lì dove quell’”inter” sta a ricordare che è nella relazione la garanzia di lavorare per la costruzione di un patrimonio condiviso e comune, buono non solo per chi è accolto, ma per  tutti, senza distinzione. Lo ricorda, alla folta platea, Luisa Chiarelli, della S.M.s. S. Gregorio al Celio, uno dei nodi di questa rete, insieme all’Arciragazzi, al Ceis, alle Cooperative Risvolti e Cotrad e all’Happy days. Ognuno di questi si è fatto interprete di una visione, tradotta in un lavoro “enorme”, come l’ha definito Giovanni Figà Talamanca, assessore alla Scuola; un’enormità «che si vede solo in giornate come questa», ma che trasposto quotidianamente crea le premesse per il cambiamento.

Ma, se il lavoro quotidiano non si vede, i risultati sono misurabili. A questo ha provveduto l’Università Marconi che, grazie ad una misurazione, ex ante ed ex post, delle azioni messe in campo ha rilevato: un miglioramento nella capacità di collaborazione tra i bambini; crescita nelle relazioni; una diminuzione dell’aggressività fisica, un maggior rispetto delle regole del laboratorio così come nel turno di parola.

 

LE AMMINISTRAZIONI. Il ruolo delle amministrazioni locali, può essere – e in questo caso senz’altro lo è stato – quello di “regista”. Un ruolo che, a partire da Sabrina Alfonsi, presidente del Municipio che ha assistito a tutti i lavori della mattinata, secondo la parlamentare europea Silvia Costa, questa amministrazione ha saputo interpretare alla perfezione, riuscendo a tenere insieme scuole con scuole, insegnanti con volontari, associazioni con servizi sociali, eccetera, senza creare compartimenti stagni e, quindi, inutili linee di frattura.

Questo, ha proseguito Silvia Costa, rappresenta un laboratorio avanzato di ciò che dovrebbe avvenire su tutta Roma. Un encomio autorevole che investe una squadra fatta di tantissimi soggetti, ma soprattutto, di persone che “ci credono veramente” come mi dice Anna Maria Berardi, la presidente di Arciragazzi, che nei laboratori svolti in ludoteca ha letto fiabe di tutto il mondo. Il risultato, almeno quello tangibile, è stata una pubblicazione illustrata con i disegni realizzati dai bambini. Uno strumento che tutti i partecipanti porteranno via, insieme ad una grande ricchezza di stimoli fatti di visione e metodo, che hanno funzionato.

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l'alveare

CONTRO LA POVERTÀ EDUCATIVA

di Caterina Ciampa

Tanti gli input e le proposte di chi ha partecipato al convegno.

Come sottolineato da Vinicio Ongini dell’Osservatorio del MIUR, i ragazzi stranieri rispetto ai coetanei italiani, parlano tre lingue, perché tanti conoscono l’inglese oltre alla loro lingua madre e in più si aggiunge anche l’italiano, ma si parla più delle loro carenze e delle difficoltà che dei loro talenti.

Antonella Inverno di Save The Children ha illustrato la ricerca che hanno realizzato sulla povertà educativa,  dalla quale emerge che la situazione lavorativa ed il reddito dei genitori influiscono sullo sviluppo delle competenze dei bambini, necessarie a crescere e vivere.  In Italia, sono più di un milione i bambini in povertà assoluta, il 12,6% della popolazione minorile. La povertà materiale contribuisce a diminuire la qualità delle interazioni tra genitori e bambini, ed alimenta la povertà educativa. La mancanza di opportunità influenza negativamente la loro vita e tra l’altro sono state mostrate le differenze abissali tra i servizi dell’infanzia al Nord e al Sud del nostro Paese. Nonostante le analisi e le ricerche accademiche siano concordi nel considerare gli effetti positivi dei servizi per l’infanzia, in Italia sono proprio i bambini più svantaggiati ad usufruirne di meno, mentre la ricerca ha dimostrato che la frequenza del nido o della scuola dell’infanzia gioca un ruolo molto importante nella riduzione del gap di competenze tra i bambini di livello socio-economico basso e medio.

Per quello che riguarda il contesto di Roma, Antonella racconta l’esempio del quartiere Ponte di Nona dove c’è una piazza di spaccio, un centro commerciale e zero luoghi di incontro per i giovani e i minori.

Anna Onorati, di Caritas Roma, parlando dei progetti che hanno attuato e stanno attuando sulla dispersione scolastica, ha portato l’esperienza di Tiburtino Terzo, dove, in accordo con i servizi sociali, vanno proprio a casa dei ragazzi per far sì che vadano a scuola.  Poi di un altro progetto nel quale con un camper sono loro che “cercano” i ragazzi nei luoghi dove si incontrano. Auspica che ci sia più investimento nei servizi dell’infanzia da parte dello Stato.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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