IL PRINCIPE DELLA FOLLIA: IL TEATRO PATOLOGICO DIVENTA CINEMA

Il Principe della Follia, il film di Dario D’Ambrosi, è al cinema. È un film che parla di disagio mentale, di disabilità fisica, di stigma. Dentro c’è tutta l’esperienza e la sofferenza del fondatore del Teatro Patologico

di Maurizio Ermisino

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Dario D’Ambrosi è un omone, è alto e grande, è una montagna. Ha degli occhi buoni e un entusiasmo e una fiducia nel mondo che, ogni volta che lo vedi, ti verrebbe da abbracciarlo. Dario D’Ambrosi è il fondatore del Teatro Patologico, una compagnia teatrale e molto di più. Un’idea, un programma, un’intuizione: che il teatro possa curare, possa fare del bene, e tanto bene, a chi soffre di disturbi mentali. Ma non solo, anche a chi soffre di problemi legati al cervello. Dal 1992, anno in cui è stato fondato, l’idea del Teatro Patologico ha fatto strada. Grazie all’Ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite, il 10 ottobre, in occasione della Giornata Mondiale della malattia mentale, il Teatro Patologico presenterà protocolli scientifici realizzati insieme agli scienziati della Columbia University per far capire che la teatro-terapia porta grandi benefici. Abbiamo incontrato Dario alla Camera dei Deputati, a Roma, alla presentazione del film che ha scritto e diretto, Il Principe della Follia, presentato in anteprima alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Proiezioni Speciali. È un film che parla di disagio mentale, di disabilità fisica, di stigma. Ma ha un aspetto su cui non sempre ci si sofferma. «Quello che si vede nel film molto bene è quanto siano coinvolte le famiglie nella salute mentale e nella salute cerebrale» ci ha spiegato Cinzia Niolu, Professoressa Ordinaria di Psichiatria presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, che era alla presentazione. «Dobbiamo confrontarci con il fatto che le famiglie sono fortemente intaccate dalla malattia mentale. E che noi operatori, se la famiglia c’è, possiamo fare un lavoro, se non c’è o non viene presa in carico, non possiamo farlo»

Tutto in una notte

Il Principe della Follia è una di quelle storie che si svolgono tutte in una notte, uno di quei film a mosaico dove le vite di tutti finiscono per essere connesse, e dove passato e presente si alternano, per far sì che uno spieghi l’altro e viceversa. Un tassista porta nella sua macchina un travestito, che va a lavorare in un night club. Un presentatore televisivo mette in scena delle improbabili televendite, con una vecchia ballerina e un vecchio clown. Un bambino prova a giocare con i trucchi della madre, e a vestirsi da donna. Un altro, il fratello, è affetto da disabilità, e viene spesso schernito dagli estranei. «Questa non è la corte dei miracoli. Fai scendere questo mostro che qui ci vado di mezzo io» dice un giostraio al papà del bambino che lo aveva portato su una giostra. In quella strana notte tutte le storie si riannodano. Capiamo cosa voglia dire crescere accompagnati da continue male parole, sguardi, pregiudizi. E anche il senso di colpa che il resto della famiglia di una persona con disabilità si porta dietro. E l’idea di vivere nell’ombra da parte della persona che non porta la malattia.

 Tutto nasce dall’esperienza di Dario D’Ambrosi in manicomio

Il Principe della Follia è un film viscerale, doloroso, brutale, senza sconti e senza compromessi. È allo stesso tempo visionario e anche molto, molto vero. Nasce infatti da un’esperienza reale, capitata a qualcuno che è stato vicino a Dario D’Ambrosi. «Nasce da quando sono stato internato in manicomio, nel 1979, al Paolo Pini di Milano per tre mesi, un’esperienza allucinante» ci ha raccontato. «Erano gli anni in cui si stava attuando la legge 180, si stavano chiudendo i manicomi, con una legge geniale ma con un procedimento non all’altezza. Se Franco Basaglia avesse conosciuto il Teatro Patologico avrebbe detto: ecco il completamento della 180. Abbiamo contato i morti di chi ha abbandonato le cure farmacologiche. E quelli che sono stati abbandonati dalle famiglie. In manicomio ho conosciuto un personaggio che diceva “voglio ammazzare mamma, papà e mio fratello perché da quando sono nato loro hanno deciso di mettermi qua dentro”. Ho portato sempre con me questa storia, e credevo che fosse una cosa inventata da lui. Invece sulla cartella clinica ho letto che in effetti la mamma lo ha abbandonato e non l’ha voluto più vedere».

I sensi di colpa di una famiglia

Il film vive sulla prova intensa e autentica di Stefano Zazzera, affetto da Parkinson. È il Joker della compagnia, come lo chiama Dario, e la sua prestazione naturalmente tremante e vibrante porta un tratto unico alla storia. È il centro di una famiglia devastata dalla disabilità di un figlio. «Raccontare il dramma di questa famiglia faceva piangere» ci spiega D’Ambrosio. «Io ho vissuto questo dramma personalmente. Avevo mio padre che massacrava mamma di botte, spaccava tutto in cucina. Ricordo che durante la mia infanzia pitturavamo di continuo i muri della cucina perché erano sporchi di sugo o di vino. E devo dire che la litigata era assolutamente qualcosa che ricorda la mia infanzia. È stata un’infanzia dolorosa. Mio fratello, che è diventato un primario, aveva dei sensi di colpa sul fatto che fosse il più bravo a scuola, mentre io ero il peggiore. Vengo da San Giuliano Milanese, ho vissuto accanto alla malavita, due terzi dei miei compagni di scuola oggi non ci sono più».

Una visibile invisibilità

«Spesso le malattie di cui parliamo sono visibili, ma non le vogliamo vedere e le rendiamo invisibili al nostro sguardo. Il film mette in scena questa visibile invisibilità. Una forma di grandissima visibilità empatica alla sofferenza» commenta il professor Alberto Siracusano, professore emerito di Psichiatria dell’Università di Roma Tor Vergata. «Papa Leone parlava di ferite invisibili della salute mentale. Il grande problema dell’arretratezza della nostra società è rendere invisibili cose che sono sotto gli occhi di tutti».

Se Stefano Zazzera, meraviglioso protagonista della storia, è la rivelazione del film, lo è a suo modo anche Andrea Roncato, il tassista della storia, in una prestazione che da un attore comico non ti aspetti. «Ho imparato tante cose alle quali non si fa mai caso per quanto riguarda certi tipi di malattie» racconta l’attore. «Ho imparato che certe cose bisogna rispettarle. È un mondo in cui manca il rispetto per questo ci sono litigi e guerre. Con questo film mi sono reso conto che ci sono cose importanti, che ora vedo con occhio diverso. Il mondo del disagio mentale è duro, stressante, ignorato da tutto il resto dell’umanità». Accanto a loro c’è Alessandro Haber, un fuoriclasse, che vediamo in un ruolo ancora una volta inedito e diverso dagli altri.  «Se si potesse farti santo per quello che hai dato e quello che continui a dare, per questa abnegazione ed entusiasmo per gli altri» esclama l’attore, rivolgendosi direttamente a Dario. «Questo è un film che andrebbe proiettato nelle scuole per far capire ai ragazzi che ci sono realtà che non conosciamo. Vorrei ringraziarti. Farti santo».

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