IL VOLONTARIATO NEI BENI CULTURALI HA UN PROBLEMA. ECCO PERCHÈ

In troppi casi l'impegno che viene chiesto ai volontari va a sostituire professionalità specifiche. Qual è allora il ruolo dei cittadini?

di Giuliana Cresce

Il volontariato nei beni culturali è un problema?  A quanto pare sì, almeno da quanto è emerso durante il convegno dal titolo “Il ruolo del Terzo settore per la valorizzazione e tutela dei beni culturali”, organizzato dal Ministero dei Beni Culturali il 1° marzo. Un evento che, secondo il sottosegretario Vacca, «è voluto essere un’occasione di confronto tra tutti coloro che operano sul campo per ascoltare proposte e definire la linea del Ministero». In un Paese in cui il 60% del patrimonio culturale è in stato di abbandono, la maggior parte del quale nelle mani degli enti locali, pare non ci siano gli strumenti per definire in che modo «tutti i cittadini possono concorrere a valorizzare il patrimonio».

Se da un punto di vista più strategico sono tutti concordi nel cambiare la visione di valorizzazione del bene, mettendo al centro il valore d’uso e non il valore economico, ci si è chiesti di fatto quale sia il Terzo settore con cui il Ministero si vuole relazionare. Tra questi soggetti probabilmente il volontariato, inteso come espressione di una piccola organizzazione, non è tra questi.

 

LAVORATORI O VOLONTARI? Paradossalmente però, molte istituzioni sembrano voler sostituire i lavoratori con i volontari di un’associazione locale: ultimo in ordine di tempo, l’Avviso pubblico della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, che nei giorni scorsi ha pubblicato un avviso «per l’acquisizione di manifestazione di interesse da parte di associazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale finalizzata alla stipula di una convenzione avente ad oggetto attività di supporto alla vigilanza, fruizione e accoglienza del museo della Galleria Nazionale». Oggetto dell’avviso è il supporto alla vigilanza, fruizione e accoglienza del Museo.

L’Avviso, facendo riferimento alla Costituzione e a vari articoli del Codice del Terzo Settore, richiede che le associazioni siano in possesso dei requisiti «di moralità professionale, dimostrare adeguata attitudine da valutarsi in riferimento alla struttura, all’attività concretamente svolta, alle finalità perseguite, al numero di aderenti, alle risorse a disposizione e alla capacità tecnica e professionale intesa come concreta capacità di operare e realizzare l’attività oggetto di convenzione, da valutarsi anche con l’esperienza maturata, all’organizzazione, alla formazione e all’aggiornamento dei volontari». L’Avviso stabilisce anche che i turni di servizio sono 8.00 – 14.00 e 13.50 – 19.50.

Alcune leggi, in particolare la 4/1993 (Legge Ronchey) e l’art. 112 del Codice dei Beni Culturali del 2004, danno mandato di poter integrare il personale stipulando convenzioni con le associazioni di volontariato. L’altro lato di questa medaglia, soprattutto dal punto di vista delle figure professionali dei beni culturali è quello che se qualcuno può fare gratis un servizio gli stipendi degli operatori qualificati ne risentiranno. Se è vero che grazie ai volontari, ad esempio, i tempi di apertura sono maggiori, è vero anche che si abbassa la qualità del servizio. Ultima osservazione rilevata è che il volontario che prende un rimborso tra i 200 e i 400 euro al mese, si può dire faccia lavoro nero (situazioni emerse nei casi della Biblioteca Nazionale di Roma e Napoli Sotterranea). Se ne deduce quindi che il volontariato nei beni culturali sostituisce il lavoro pagato.

 

volontariato nei beni culturali
La manifestazione dei professionisti dei beni culturali del 2018 (dalla pagina FB Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali

LA CAMPAGNA DEI PROFESSIONISTI. Sui social si è accentuata la campagna dei professionisti dei beni culturali, non solo contro le piccole organizzazioni di volontariato, ma anche contro le grandi realtà che da sempre si occupano di promozione del patrimonio, come il FAI, fondazione privata che organizza le “Giornate di primavera”, dove attraverso volontari garantisce visite a numerosi beni culturali del nostro territorio. La campagna #FAIchiarezza vuole portare all’attenzione di tutti questioni come quella che la fondazione ha 229 dipendenti e utilizza 7500 volontari, tra l’altro organizzati in turni come se fossero personale dipendente; oppure sul fatto che determinati beni in occasione delle Giornate sono aperti solo agli iscritti e non a tutti (le risposte del Fai si trovano a questo link)

 

LA CONVENZIONE DI FARO. In quel convegno, tutti i rappresentanti del pubblico e del Terzo settore hanno chiesto a gran voce di ratificare la Convenzione di Faro – la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale, un atto che l’Italia tarda a fare, pur avendo aderito ad essa nel 2013.

La Convenzione introduce il concetto di “eredità-patrimonio culturale“, considerato «un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione» (art. 2) e di «comunità di eredità-patrimonio», cioè, «un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future» (art. 2).

L’articolo 1 definisce molto chiaramente che la finalità della convenzione sono:

    • a. riconoscere che il diritto al patrimonio culturale è inerente al diritto a partecipare alla vita culturale, così come definito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo;
    • b. riconoscere una responsabilità individuale e collettiva nei confronti del patrimonio culturale;
    • c. sottolineare che la conservazione del patrimonio culturale ha come obiettivo lo sviluppo umano e la qualità della vita;
    • d. prendere le misure necessarie per applicare le disposizioni di questa Convenzione riguardo:

– il ruolo del patrimonio culturale nella costruzione di una società pacifica e democratica, nei processi di sviluppo sostenibile e nella promozione della diversità culturale;
– una maggiore sinergia di competenze fra tutti gli attori pubblici, istituzionali e privati coinvolti”.

 

È giusto che i cittadini partecipino alla protezione del loro patrimonio culturale. ma come?

PROTAGONISTI I CITTADINI. Inoltre «chiunque da solo o collettivamente ha diritto di contribuire all’arricchimento del patrimonio culturale» (art. 5), ma si ribadisce anche la necessità della partecipazione democratica dei cittadini «al processo di identificazione, studio, interpretazione, protezione, conservazione e presentazione del patrimonio culturale», nonché «alla riflessione e al dibattito pubblico sulle opportunità e sulle sfide che il patrimonio culturale rappresenta» (art. 12) (Si veda a questo proposito anche la Magna Charta del Volontariato nei Beni culturali).

Protagonisti sono dunque i cittadini, per cui bisogna «promuovere azioni per migliorare l’accesso al patrimonio culturale, in particolare per i giovani e le persone svantaggiate, al fine di aumentare la consapevolezza sul suo valore, sulla necessità di conservarlo e preservarlo e sui benefici che ne possono derivare» (art. 12).

 

LA MANCATA RATIFICA. Secondo gli esperti la mancata ratifica non è casuale e i motivi sono strettamente collegati al codice dei beni culturali così come è strutturato, prevedendo un capovolgimento dell’autorità dal vertice alla base, e al fatto che la tradizione non ha facilità ad ammettere la tutela di un patrimonio immateriale, come invece la Convenzione prevede. Inoltre, la ratifica faciliterebbe la compresenza di tutti gli attori coinvolti: l’art. 11, parlando di “responsabilità condivisa”, definisce che nella gestione dell’eredità culturale, le parti si impegnano tra l’altro a sviluppare un quadro giuridico, finanziario e professionale che permetta l’azione congiunta di autorità pubbliche, esperti, proprietari, investitori, imprese, organizzazioni non governative e società civile; e rispettare e incoraggiare iniziative volontarie che integrino i ruoli delle autorità pubbliche; oltre che incoraggiare organizzazioni non governative interessate alla conservazione dell’eredità ad agire nell’interesse pubblico.

 

LE DOMANDE. Alla fine di tutto questo quadro, la domanda che ci si pone è: qual è il ruolo del volontariato nei beni culturali, nella loro tutela e promozione? Chi sono gli interlocutori? Le organizzazioni di volontariato sono tenute ad avere tutti quei requisiti che ad esempio il bando ha definito?

Apriamo una finestra sul mondo del volontariato e beni culturali: chi sono nel Lazio le organizzazioni che si occupano di questo, come, dove e con chi lo fanno. Proviamo anche a capire perché si investe su questo tipo di collaborazioni e non su professionalità stabili. È davvero solo una questione economica?

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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