DA COOPERATIVA A IMPRESA SOCIALE: NON SONO SOLO ROSE E FIORI

La riforma del terzo settore spinge per la trasformazione in impresa. Ma ci sono quattro punti senza i quali si perde l'identità

di Francesco Carchedi

L’impresa sociale ha un ampio spazio nel ddl di riforma del Terzo settore (legge 106/2016, “Delega al Governo per la riforma del Terzo Settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio Civile Universale). Pubblichiamo l’intervento di  Francesco Carchedi, intervenuto ad un corso di formazione per giornalisti organizzato dal Cesv (il testo non è stato rivisto dall’autore).

Le cooperative sociali sono una delle esperienze più innovative che abbiamo avuto in Italia negli ultimi trenta anni. Studi internazionali ci dicono infatti che le cooperative sociali inventate in Italia hanno lo stesso spessore innovativo di quelle costruite nei decenni in Inghilterra (cooperative di consumo), Francia (cooperative agricole) e in Germania (cooperative di credito).
Ad oggi però non sono moltissime le realtà che hanno la forma di cooperativa sociale: sono circa 450 in Italia, con una forte prevalenza nel Centro Nord. Il motivo della poca diffusione è la loro specificità di forma cooperativa sociale.

Che cosa è una cooperativa

Le caratteristiche principali si evincono già dal nome. È cooperativa perché si basa sul lavoro collettivo e cooperativo, seguendo un principio di rispetto e pari dignità degli associati, che rimanda al principio democratico. Principio su cui è previsto forse troppo poco nella nuova normativa, se non verrà un chiarimento o una delucidazione successiva. È sociale perché guarda all’interesse collettivo della struttura e allo stesso tempo, al suo esterno si pone il problema di perseguire interessi di carattere generale.
È quindi, anche dal punto di vista concettuale, una forma imprenditoriale di grande importanza.
Un altro aspetto di particolare importanza è legato al fatto che nella cooperativa sociale, ossia nell’impresa sociale di tipo “B”, sono presenti i quattro elementi che vengono ripresi anche nella definizione della nuova legge di riforma del Terzo settore:

  • l’azione volontaria,
  • la mutualità,
  • la produzione
  • lo scambio di beni e servizi.

L’azione volontaria è quella che l’associato fa al di là dell’orario di lavoro. Moltissime delle persone in queste cooperative hanno orario di lavoro lungo, superiore a quello medio previsto dai contratti di categoria. Questo non perché ci sia una imposizione da parte della dirigenza, ma perché l’attività lavorativa è di una certa natura e il suo svolgimento ha un peso anche di natura culturale.
impresa socialeLa mutualità è un concetto alla base del principio democratico, che prevede un confronto paritetico con gli associati. Già nel 2003 ci fu una revisione di questo concetto, perché si passò da un principio di mutualità intesa in senso comprensivo a un concetto di “mutualità prevalente”. Prevalente è un termine qualitativo e questa espressione è stata interpretata in molte maniere e ha dato adito a distorsioni a volte anche molto forti, che hanno portato a forme declinanti di questa forma di lavoro collettivo.
La cooperativa sociale ha la produzione, per il fatto di essere impresa, come finalità principale, perché deve garantire il lavoro agli associati e nel frattempo garantire obiettivi di natura generale.
Lo scambio di beni e servizi è un punto innovativo, perché all’interno della forma cooperativa sociale abbiamo due tipi di soci: persone svantaggiate, in misura del 40%, e persone senza svantaggi di nessun tipo, pari al restante 60%.

Il problema della produttività nell’impresa sociale

Con il termine “svantaggiati” si racchiude una miriade di persone con differenti problematiche. Possiamo avere disabili mentali, tossicodipendenti o ex tossicodipendenti, detenuti anche con reati gravi, donne trafficate e costrette alla prostituzione, persone con svariate disabilità fisiche, disoccupati di lungo corso e altre persone che vivono in condizioni estremamente vulnerabili. Cosa comporta questa vulnerabilità all’interno dell’impresa? Su mutualità e scambio servizi sostanzialmente non si produce un peso negativo perché la forma stessa di cooperativa sociale fa si che al suo interno si diano servizi ai soci svantaggiati rispettando i principi di pari dignità e opportunità. Nemmeno sull’azione volontaria, poiché si produce in automatico un aiuto interno alla cooperativa sociale nei confronti dei componenti “svantaggiati”.
La produzione della cooperativa sociale invece, avendo al suo interno persone “svantaggiate” con livelli tendenzialmente inferiori di produttività, ne risente notevolmente. Questo provoca un gap, uno scarto di produttività, che fa sì che se la cooperativa si trovasse nel libero mercato avrebbe un tasso di concorrenza basso e chiuderebbe nel giro di poco tempo.

impresa socialeÈ qui che intervengono le istituzioni, perché la cooperativa sociale è al contempo impresa e servizio sociale. Le istituzioni finanziano questo tipo di imprese perché svolgono un’attività di servizio, lavorano e forniscono servizi sociali allo steso tempo ed è questa la grande innovazione. Le persone svantaggiate che partecipano all’attività della cooperativa sociale non troverebbero alcun impiego al di fuori di queste entità.
Abbiamo visto altri tentativi per una loro inclusione nel mondo del lavoro, come la legge 104, la cui applicazione però ha avuto alla fine grandi difficoltà. In base alla 104 vengono infatti assunte solo persone disabili con tasso di incapacità intorno al 60%, quelli con tassi maggiori o persone con problemi di tossicodipendenza ad esempio si vedono costretti a rivolgersi a centri di assistenza, che hanno anche loro un costo.
Nella nuova normativa c’è un tentativo di eliminare questa componente assistenziale che le istituzioni riservano alle cooperative e imprese sociali, perché si pensa erroneamente che abbiano privilegi rispetto alle altre società. Ma le altre società non hanno mai nelle loro finalità la mutualità (eccetto poche eccezioni) od obiettivi differenti rispetto al profitto. Se ci muoviamo in questa logica quindi, lasciando tutto al mercato, non ci sono possibilità di coinvolgere le persone svantaggiate nel mondo del lavoro.

Vigilare, ma senza esagerare

Altro punto importante sul tema, su cui bisogna vigilare, è quello delle cooperative definite “senza terra” o “false”. Un esempio emblematico è quello del mondo dell’agricoltura, dove si verifica per esempio il fenomeno conosciuto come “caporalato”. Alcune persone fanno una cooperativa e trattano gli altri non come associati o mutualisti, ma come salariati, spesso con condizioni di lavoro peggiori rispetto a quelle previste dai contratti di lavoro collettivi.
Le prime vittime di queste false cooperative sono gli immigrati, poiché per loro entrare in una cooperativa significa poter prendere il permesso di soggiorno e sono quindi più soggetti ad accettare forme di sfruttamento.
I controlli previsti dalla nuova legge di riforma sono molti, forse troppi, ma bisogna cercare un equilibrio per vigilare su queste distorsioni delle cooperative false.
Il punto più importante è che occorre avere un’idea chiara su cosa è impresa sociale e impresa sociale di tipo b, o come la si chiamerà nei decreti attuativi e vigilare affinché le cooperative non calpestino i quattro punti inseriti nella nuova normativa.

Ecco la videoregistrazione dell’intervento di Francesco Carchedi:

 

 

DA COOPERATIVA A IMPRESA SOCIALE: NON SONO SOLO ROSE E FIORI

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