L’ALTRO FESTIVAL. LA STORIA DI ZOE COMMUOVE CAPODARCO

A L'Altro Festival “Nata viva” di Lucia Pappalardo ha conquistato tutti. Ma si è parlato anche di guerra, lavoro, migranti. E soprattutto di donne

di Maurizio Ermisino

Restare senza respiro, per cinque minuti. I primi cinque minuti della nostra vita. Di cui non ricorderemo nulla, ma le cui conseguenze si portano dietro per tutta la vita. È la storia di Zoe Rondini e del suo libro, Nata viva, diventato un corto di 16 minuti, che ha commosso e conquistato tutti a Capodarco L’altro Festival, l’importante rassegna di cinema sociale che si è svolta dal 19 al 26 giugno a Capodarco di Fermo. “Nata viva” di Lucia Pappalardo ha vinto il premio nella sezione Corti della realtà.

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Un momento della premiazione. Immagine Capodarco L’Altro Festival

Zoe parla in macchina e ci spiega subito che nei primi cinque minuti della sua vita non ha respirato. Il sangue non è arrivato al cervello. E la sua vita è stata immediatamente segnata. Zoe ha problemi ai movimenti degli arti, difficoltà nel parlare, a muovere i bulbi oculari. «Non ho un solo muscolo, un movimento che non sia stato lesionato a causa di quei cinque minuti» ci spiega.  Zoe guida la macchina da dodici anni, scrive al computer, con dei piccoli strumenti in grado di aiutare i suoi movimenti. La sua grande sfida è stata camminare da sola. E l’amore? «Sembrava una strada in salita», racconta Zoe. «Poi l’incontro con un uomo che rideva se baciandolo gli mordevo la lingua, o se gli versavo il caffè sui pantaloni. Un uomo che, per fare presto, mi slacciava le scarpe lui, prima di fare sesso. Non tutti sono intelligenti come quell’uomo, ma io non smetto di combattere». Con un ritmo trascinante, quello della musica tecno e del surf rock (una versione di “The Locomotion” e di uno dei temi di “Star Wars”) che costituiscono la colonna sonora e dettano i tempi della narrazione, “Nata viva” alterna le vicende di Zoe, ricostruite in forma di fiction, a interviste a chi in questi anni le è stato vicino. Nelle prime c’è un attore che le fa da coro, a volte è amico, alter ego, per come traduce le parole di Zoe per farcele capire meglio, a volte è nemico, quando impersona il vigile, l’insegnante di scuola guida, le difficoltà quotidiane di Zoe. Le interviste sono inframmezzate da immagini di sculture neoclassiche, simbolo di armonia fisica e di equilibrio, quello che Zoe, a fatica, è riuscita a raggiungere.  «È come se, grazie all’immaginazione, riuscisse a fare  intorno a sé un mondo che le permetta di muoversi in modo più veloce di quanto non possa fare fisicamente», racconta Stefano, il suo maestro di teatro. «Lo fa con il pensiero, e questo lo aiuta». “Nata viva” è un film tremendamente vero. Non solo grazie a Zoe, che ci mette la faccia, e il corpo, ma anche grazie alle lacrime della sorella, scoppiate durante un racconto (si parla della patente, e del fatto che lì abbia capito la sua disabilità) e lasciate nel montaggio dalla regista, con una felice scelta di racconto.

“La piscina di Gaza” e “Marian”: sogni diventati realtà, da Gaza a Roma

Così come è tutto vero quello che è successo a Gaza, raccontato ne “La piscina di Gaza”, da Luca Galassi (per Il Fatto Quotidiano), brevissimo reportage che ha vinto nella sezione Cortissimi della realtà. È  il sogno, diventato realtà, di un istruttore di nuoto, Amjed Tantish. Doveva fare un corso di nuoto, perché troppi bambini erano affogati.

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“La piscina di Gaza”, di Luca Galassi

Ma è arrivata la guerra e ha distrutto tutto. Ma Amjed, con le macerie delle case distrutte, ha costruito una piscina sulla spiaggia, e ha iniziato a insegnare nuoto, gratuitamente, a 200 bambini. Il video, brevissimo (un minuto e venti), racconta semplicemente questa storia, dalla voce del protagonista, con delle immagini essenziali, e un piano in sottofondo. In breve scorrono il volto del protagonista, le macerie di Gaza, e infine i bambini che nuotano sorridenti. Altro non serviva.
Nella stessa sezione ci ha colpito la storia di “Marian”, breve reportage giornalistico di Tv2000 che prende il nome del suo protagonista. Una serie di persone racconta la storia di un senzatetto che a Roma, zona Cassia, ogni mattina si sveglia per una cosa a cui tiene molto: fare il suo lavoro. E allora si prende cura del verde, andando a lavorare ogni giorno, “dipendente di se stesso”, risorsa importante  per la comunità. Nessuno gli chiede nulla, ma lui ogni giorno pulisce la aiuole, i prati. Compra i suoi strumenti, tosaerbe elettici, falci e ogni cosa che gli serve, con le offerte dei passanti. Marian ha disboscato dei roveti e ha fatto due orti all’interno della parrocchia. È un invisibile, che ora chi vive intorno a lui vede benissimo. E lo aiuta.

“Anche su una gamba sola”  e “Quasi eroi”: eroi precari dei nostri giorni

C’è qualcosa che accomuna l’altra storia finalista nella sezione Cortissimi della realtà e il vincitore del Premio speciale della giuria nella sezione Corti di fiction. È lo straniante e assurdo mondo del lavoro di oggi. Carlo Tombolo professore all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Milano e Verona, il regista e protagonista di “Anche su una gamba sola” è un docente stimato con una serie di contratti CO.CO.CO, che, al netto per le spese di spostamento, per cui non è previsto rimborso, guadagna 426 euro al mese.

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“Quasi eroi” di Giovanni Piperno

La storia è narrata in prima persona, con un’ironia degna di Woody Allen, tra immagini reali e inserti d’animazione, e ci mostra come un lavoratore oggi non possa più permettersi di ammalarsi. Cosa accade quando si rompe una gamba? È un racconto di precarietà, che oggi si annida anche in persone apparentemente di successo, una storia allucinante e kafkiana.
Quasi eroi” di Giovanni Piperno,  Premio speciale della giuria nella sezione Corti di fiction, è un corto di 20 minuti in bianco e nero, fotografato benissimo, in cui è in scena l’amore di due ragazzi, Cristian e Valentina, 21 e 17 anni. Oggi le difficoltà non si chiamano Capuleti e Montecchi, come in “Romeo e Giulietta”, ma “lavoro”. Lui è disoccupato, e il padre non vede la cosa di buon occhio, e Valentina rimane incinta. A colpire, oltre all’efficacia della confezione, è l’empatia tra i due attori protagonisti, veri fino al midollo, e il loro muoversi nelle architetture opprimenti delle periferie di oggi (ricordate le Vele di Scampia raffigurate da Garrone in “Gomorra”?), simbolo di un mondo angusto che lascia poche speranze a chi ci vive.

L’Altro Festival, sezione Utracorti: Autismo, riciclo e diritti delle donne

C’è tanta speranza invece nello spot sull’autismo girato per la Rai da Andrea Tubili (vincitore già lo scorso anno del premio Ecopnews con un corto sulle tematiche ambientali). Per la giornata sull’autismo del 2 aprile, sul pay-off “Conoscere vuol dire comprendere”, il commovente minifilm d’animazione di Tubili ci mostra un bimbo da solo, nel suo pianeta, a sua volta racchiuso in una bolla, semplice ed efficacissima metafora dell’isolamento, della difficoltà a comunicare di chi vive questo problema. A questa bolla la mamma si avvicina, e disegna un cuore. E anche il bimbo, allora, si avvicina e prova a scrivere qualcosa. Su quel pianeta dentro la bolla non sarà più solo.

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Lo spot Rai per la Giornata mondiale per l’Autismo

Nella stessa sezione, fatta di film sotto al minuto, si è parlato anche di riciclo, con “L’amore ai tempi della carta” di Robin Andriolo e Susanna Avanzi, un bel racconto in stop motion dove due pezzi di carta finiscono in un sacchetto per il riciclaggio. E ne esce qualcosa di bellissimo… E di diritti femminili con “Una donna”, di Adel Oberto, in cui una ragazza è vista in un suo momento intimo, mentre si trucca e si fa bella. Per poi coprirsi completamente con un burqa. È un corto allo stesso tempo di grande impatto e dal tono pacato,  e soprattutto è di libera interpretazione: il regista non prende posizione, e lascia a noi riflettere. Si è parlato tanto di donne a Capodarco. Sono  stati premiati anche “Uncut” di Emanuela Zuccalà e Simona Ghizzoni, premio speciale al migliore web-doc (ex aequo con “Sotterranea”, di Carlo Tartivita, Chiara Campara, Matteo Ninni) sulle mutilazioni genitali femminili, e “Bellissima” di Alessandro Capitani, già vincitore del David di Donatello, storia di una ragazza esclusa dagli altri per la sua linea non perfetta.
A livello di stili, invece, a Capodarco sono state valorizzate l’animazione e il thriller. “We Can’t Live Without Cosmos” di Konstantin Bronzit, vincitore nella sezione Corti di fiction, è un corto russo che è stato anche candidato all’Oscar. In un’animazione vecchio stile, orgogliosamente bidimensionale e fuori moda, dai tratti spigolosi e i toni poetici, si racconta il sogno di due fratelli, e un’epoca, quella russa della corsa allo spazio. Uno andrà nello spazio, l’altro resterà a terra come riserva. In “112”, dell’argentino Wenceslao Shizoryk, che ha vinto nella sezione Corti di fiction, si racconta una strana telefonata al 112, ispirata a una storia vera, in cui una donna insiste per ordinare una pizza. Il corto è girato con tutti gli stilemi del thriller, con un sound design ad accrescere la tensione  e movimenti di macchina lenti e studiati. Per parlare ancora una volta di donne, e di violenza.  Il bello di Capodarco è che non si vedono solo film, ma si guarda il mondo. E si pensa. E l’idea è che, oltre a premiare i registi per il loro lavoro, siano stati premiati anche Zoe, Amjed, Marian per il loro coraggio e la loro fantasia.

In copertina un’immagine tratta da “Nata viva” di Lucia Pappalardo

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