
NADIA MELLITI: «LA MIA È UNA GENERAZIONE DI SOGNATORI»
In La più piccola, di Hafsia Herzi, il delicato equilibrio tra la tradizione e i propri sogni e orientamenti. In una bella chiacchierata con Nadia Melliti, anche la sua generazione, dinamica, impegnata, in lotta contro le ingiustizie
28 Aprile 2026
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«Non provi a farti bella per me, nemmeno un po’?». «Non sono bella così?». È il dialogo tra Fatima e il ragazzo con cui si vede. Fatima è la terza figlia, la più piccola, di una famiglia di origini nordafricane e di religione musulmana che vive in Francia. Essere bella in modo convenzionale non le interessa. Veste in jeans, larghe felpe con il cappuccio, scarpe da ginnastica, i capelli raccolti. Anche quel ragazzo, e i ragazzi in generale, non le interessano. È attratta dalle ragazze. Ma davvero non riesce a dirlo in una famiglia tradizionalista e religiosa come la sua Lo farà con l’arte, la scrittura, un romanzo. La storia di Fatima è diventata un libro e ora è un film, La più piccola, (La petite dernière), scritto e diretto da Hafsia Herzi con Nadia Melliti, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Fatima Daas, pubblicato in Italia da Fandango Libri. Al Festival di Cannes il film ha vinto la Queer Palm e ha consacrato la giovane esordiente Nadia Melliti, premiata come Miglior Attrice. Nadia ha vinto anche il premio come Miglior Attrice Emergente ai César 2026. La sua è una di quelle presenze che lasciano il segno. Nel film ha il volto enigmatico della Gioconda, i tratti decisi, gli occhi intensi, un po’ tristi e impauriti. Ha l’aria di chi attende qualcosa, di chi cerca il proprio posto nel mondo.
Fatima ha dato coraggio, amore e rappresentazione a una nuova generazione
La più piccola è un romanzo di formazione, ricerca di un delicato equilibrio tra preghiere sussurrate e sogni proibiti. Attraverso quattro capitoli, quattro stagioni, seguiamo Fatima prima al liceo, poi studentessa di filosofia a Parigi, in un viaggio intenso alla ricerca della propria identità nel tentativo di conciliare cuore, amore e devozione. La vediamo su un campo di calcio, da sola, perché non è previsto che le donne facciano questo sport. La vediamo sperimentare, uscire con alcune ragazze, fino all’incontro con una giovane infermiera di origine coreana. Provare a conciliare i propri desideri, i propri orientamenti con la religione e i suoi precetti non è facile. Abbiamo chiesto a Nadia, che ha una vita per certi versi simile a quella di Fatima, come si concilia la tradizione con il bisogno di trovare la propria strada. «Penso che ciò che è davvero importante sia la felicità, il benessere di un essere umano. Non c’è niente di sbagliato nell’amare qualcuno» ci ha risposto. «Ci sono famiglie più conservatrici, tradizionaliste. Siamo esseri umani, dobbiamo ascoltare i nostri sentimenti. Hafsia Herzi ha dato voce a una comunità meno rappresentata e ascoltata nel mondo del cinema. E il messaggio è proprio l’ascolto senza giudizio. Fatima ha dato coraggio, amore e rappresentazione a una nuova generazione che ha vissuto queste situazioni».
Il problema più grande di Fatima è riuscire a dire quello che sente alla propria famiglia. Ed è qualcosa che capita a tantissime persone. «A un festival, una giovane del pubblico ha raccontato che aveva perso il padre e ha vissuto un senso di rimorso per non essere riuscita a parlargli del suo orientamento sessuale prima che scomparisse» ci racconta Nadia Melliti. «È come se avessimo un lutto nel lutto. Mi sono messa nei suoi panni, ed è stato un sentimento devastante. Ancora, una psicologa, musulmana praticante, ha raccontato che dopo il trailer del film ha avuto il coraggio di parlarne con la propria famiglia. Ma la famiglia e gli amici non l’hanno sostenuta nel suo coming out e l’hanno allontanata».
Quando un elemento dà fastidio nasce sempre una rivoluzione
A Fatima piace studiare, giocare a calcio, uscire, andare a ballare, bere. Perché è tutto più bello di notte. «Trovo tanti punti in comune con Fatima» ci ha svelato Nadia «Il fatto di avere una famiglia composta da sorelle, la questione delle tradizioni del nostro Paese. La famiglia di Fatima viene dall’Algeria, la mia ha origini simili e io sono qui grazie alla loro migrazione. Fatima va all’università e anche io sono in questa fase di vita. Fatima è sportiva, e lo sono anch’io e grazie allo sport ho imparato resilienza ed emancipazione. L’ho scoperta grazie al calcio: mi hanno sempre detto che le femmine non potevano giocare a calcio ma da quando ho 11 anni mi sono battuta perché fosse uno sport per tutti. Quando nella società c’è un elemento che dà fastidio, che sconvolge le cose, da lì nasce sempre una rivoluzione. Fino a poco tempo fa le donne non potevano avere un conto in banca, non potevano portare i pantaloni. Il Sessantotto, la rivoluzione dell’aborto, sono nate da situazioni in cui siamo andati a dare fastidio. Allora La più piccola è un film universale che ci permette di riflettere su temi della nostra epoca».
Una generazione di sognatori
Hafsia Herzi, che era la giovane che ballava la danza del ventre in Cous Cous di Abdellatif Kechiche, gira con la macchina da presa addosso ai corpi e ai volti. Tutti ripresi con estrema naturalezza, in un film in cui i silenzi e gli sguardi sono importanti quanto le parole. Il suo cinema è vicino a quello di Kechiche (la storia si avvicina a quella de La vita di Adele), dilatato in modo da farci entrare dentro più vita possibile, ma è meno estremo, più pudico nel rappresentare i corpi. E un po’ è vicino a quello dei Dardenne, in quel pedinamento della macchina da presa verso i personaggi. Racconta bene una generazione attiva e consapevole, che a tratti spaventa i potenti. «Faccio parte di una generazione molto dinamica che ha tutto da dare. E che è sostenuta dall’evoluzione tecnologica» ci spiega l’attrice. «Penso che la mia generazione abbia grandi possibilità, che possa raggiungere cose incredibili. C’è voglia di fare, di non soccombere. Prima era più difficile opporsi a situazioni di ingiustizia. Siamo dei sognatori, siamo più impegnati a livello politico contro le diseguaglianze».
Nadia Melliti: «Il mio personaggio mi ha insegnato il coraggio»
Abbiamo chiesto a Nadia Melliti come è cambiata la sua vita dopo aver girato questo film. «È cambiata in positivo, ho scoperto tantissime cose» risponde. «Il mio personaggio mi ha insegnato il valore della pazienza, la gestione delle emozioni, sono riuscita a imparare a trovare il mio centro e a ponderare le mie reazioni. Mi ha insegnato il coraggio. Oggi lavoro come attrice». E come è cambiata invece la sua coscienza politica? «Non è cambiata» risponde. «Sono sempre stata molto attiva e sensibile a queste tematiche. Se non i fa male a nessuno non vedo come non si debba giudicare come giusto o sbagliato un amore. Una donna ci ha detto “io non credo che il film rispecchi la realtà, una ragazza si origine algerina non può andare in discoteca”. Io e Hafsia ci siamo guardate. Questo film è uno spaccato di vita, e sono contenta che questa donna lo abbia visto. A volte ci sono pregiudizi dettati dall’ignoranza».
Il film è vietato ai minori di 14 anni. Ma non è un incitamento all’odio
La più piccola è stato vietato ai minori di 14 anni dalla Commissione per la Classificazione Opere Cinematografiche del Ministero della Cultura Italiana. «Ho saputo di questa decisione e sono stupita» ha commentato l’attrice. «Il film è stato in tantissime sale in tutto il mondo è e non è stato mai censurato. Ogni Paese prende le proprie decisioni. Sono sorpresa, ma prendo atto». La motivazione è legata a sesso, linguaggio, turpiloquio e incitamento all’odio. «È un grande peccato. L’incitamento all’odio è tutt’altro» aggiunge. «Il film porta un messaggio di tolleranza, accettazione di se stessi ed emancipazione. È molto importante – in epoca di politiche aggressive, conflitti armati e razzismo – perché ha il potere di cambiare la mentalità delle persone, cosa che spero che il film che possa fare. Si parla di amore e di riconoscimento di se stessi. Non c’è nessun legame con l’odio».






