LA RAZZA ZINGARA L’ABBIAMO INVENTATA NOI

In un libro di Carlo Stasolla la storia della "legittimazione" dei campi e il fallimento dei "piani nomadi"

di Ermanno Giuca

Chiudere i campi Rom. Da 25 anni ad oggi è stato uno degli slogan più urlati dalle giunte capitoline (di ogni colore e schieramento) e non solo, abusato in campagna elettorale e ridotto a tentativi perlopiù violenti e inefficaci.

razza zingara
Il libro di Carlo Stassolla (edizioni Tau)

Poi parlano i fatti, quelli che ci parlano di una narrazione controversa iniziata a metà anni ottanta e arrivata sino ad oggi senza essere mai stata risolta.

A collezionare uno dopo l’altro gli episodi di questa lunga serie di politiche fallite è Carlo Stasolla, presidente della 21 luglio, associazione che da anni ha scelto stare a fianco di gruppi e individui in condizioni di segregazione e discriminazione. “La razza zingara. Dai campi nomadi ai villaggi attrezzati. Lo scarto umano in venticinque anni di storia(Tau Editrice, 2021) presentato lo scorso 22 gennaio, è un attento lavoro di documentazione in cui Stasolla mette a confronto le ipotesi dei molti “piani nomadi”, che su Roma si sono avvicendati, con dati reali di intere famiglie, che da 25 anni abitano un’altra città, quella della periferia territoriale e culturale di Roma.

Come si crea la razza zingara

«Perché oggi ci ritroviamo i campi? Perché a metà degli anni ottanta l’unica alternativa abitativa erano le case che, però, questo tipo di cittadini non sarebbe stato in grado di gestire in quanto identificati come nomadi. Da qui è nata l’alterità, quella diversità di cui la politica è riuscita a farsi bandiera, mettendola puntualmente al centro di ogni campagna elettorale, dalla giunta Rutelli, Veltroni, Alemanno sino alla giunta Raggi, che più volte ha enfatizzato un piano che poi nei fatti, non si è mai concretizzato: 6000 Rom c’erano durante la giunta Rutelli e 6000 Rom ci sono oggi. Con l’unica differenza che in tutti questi anni si è attivato un processo di razzizzazione (l’assegnare un’intera generazione ad una razza) da cui oggi è più faticoso liberarsi. Una storia che si ripete da più di un quarto di secolo perché le pietre d’inciampo su cui cadono i sindaci di destra, sinistra e 5 stelle sono sempre le stesse».

Una questione non legata soltanto al luogo fisico in cui i Rom vivono segregati, ma che parte anche dal significato di alcune parole a loro associate e dalla narrazione perversa che ne è seguita. «Negli anni 70», spiega il sociologo Luigi Manconi, «la parola zingaro aveva un’accezione positiva, fascinosa che richiamava uno stile di vita e un mondo esotico, libero dalle costrizioni della società contemporanea. Dagli anni 80 anni in poi, quella mentalità collettiva viene smantellata lasciando spazio al significato di “pericolo sociale”. Allora potremmo chiederci se c’è una relazione tra lo stanziamento di queste persone nei primi campi e il cambio di narrazione che è avvenuta sui Rom».

L’assistenzialismo del volontariato

Tra i diversi responsabili di questo complesso fenomeno c’è, però, anche il volontariato, generatore di un assistenzialismo e che ha acuito l’alterità di questi gruppi. «Ad un certo punto tutti erano convinti che i Rom dovessero vivere all’interno dei campi», afferma Stasolla. «Era opinione condivisa anche dal volontariato che li assisteva. Era un pensiero comune ma quello che probabilmente è mancato, è stato l’incontro e l’ascolto reale di queste persone. I vari piani di inclusione dettati dalle giunte non erano altro che azioni calate dalle aule del Campidoglio senza che questi cittadini venissero coinvolti. Con la mia famiglia ho vissuto 14 anni dentro un campo e ho cercato di dare voce a chi in quel momento non ne aveva».

camping river rom
Roma. Striscione al Camping River, prima della chiusura

Un dialogo assente che si ripropone ancora oggi, come racconta Marika, ricercatrice e volontaria presso alcuni campi nomadi della capitale. «Quello che ogni giorno vedo nei campi è nipote delle scelte fatte trent’anni fa, quando abbiamo scelto di non attivare processi di inclusione, ma anzi di relegare questa popolazione nelle periferie urbane. Se però oggi interpelliamo questi cittadini nel prendere decisioni, non possiamo esimerci dal fornire loro anche gli strumenti per rispondere, il renderli consapevoli di essere titolari di alcuni diritti. Gli ultimi dati dell’Unione Europea ci dicono che solo il 15% dei ragazzi ospiti nei campi ha superato la scuola secondaria. Spesso si rivolgono ai volontari per chiedere il significato di semplici fogli sanitari».

Le proposte

Oggi la questione abitativa, il superamento assistito dei campi e il riconoscimento di alcuni diritti essenziali, sono gli interventi più urgenti per mettere fine ad una segregazione durata troppo tempo a Roma e in altre periferie italiane. Questa e altre proposte concrete saranno contenute in un documento che nelle prossime settimane l’associazione 21luglio presenterà prima ai candidati sindaco e successivamente alla nuova giunta che si insedierà in Campidoglio. «Le proposte fatte in questi anni dalla 21luglio insieme a questo libro», conclude Stasolla, «rappresentano soluzioni che, per una volta, dal basso vogliono risalire verso l’alto. Il Covid ha messo a dura prova anche i campi, ecco perché in questo momento di fragilità per tutti, è il momento di collaborare e di non pretendere di poter riuscire a fare tutto da soli. Un lavoro coordinato d’intesa nei singoli municipi è l’unica soluzione. Prima, però, di parlare di “questione Rom” bisogna avere cognizione di ciò che significa questa parola e della sua storia».

Il libro “La razza zingara” può essere richiesto all’associazione 21luglio scrivendo all’indirizzo info@21luglio.org. Il ricavato andrà a finanziare l’acquisto e la distribuzione dei pacchi bebè presso i campi nomadi della capitale.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@csvlazio.org

 

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