LA SCUOLA LI HA PERSI, IL NON PROFIT NO

In un’indagine i dati sulla dispersione scolastica e un’analisi del ruolo che, in questo problema, gioca il Terzo settore e il volontariato

di Ilaria Cardegna

Quale ruolo hanno il volontariato e il Terzo settore in un problema vasto come quello della dispersione scolastica? La risposta è in una ricerca nazionale recentemente pubblicata: “Lost-Dispersione scolastica: il costo per collettività e il ruolo di scuole e Terzo settore”. Promossa dalla Ong WeWorld Intervita, dall’Associazione Bruno Trentin e dalla Fondazione Agnelli è stata realizzata con Csvnet su quattro grandi città: Milano, Roma, Napoli e Palermo. Secondo Eurostat, in Italia la dispersione scolastica è del 17%, dato che ci colloca agli ultimi posti della classifica europea e che è molto lontano dall’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2020, che è di ridurre la dispersione al 10%. Naturalmente ci sono forti differenze sia per territori (La Sardegna sfiora il 26%), sia per età (la concentrazione più alta si ha nel biennio delle superiori), sia per sesso (il fenomeno riguarda molto di più i maschi che le femmine). Ma secondo il rapporto il dato reale sarebbe molto alto, e il tasso di abbandono sarebbe del 30%. Si tratta di un problema che ha costi umani e sociali molto gravi, in termini di marginalità e povertà. C’è anche chi ha quantificato la ricaduta economica: una cifra che equivale a una percentuale tra l’1,4% e il 6,8% del Pil. Per contrastare la dispersione, il Terzo settore è impegnato in molti modi, investendo risorse umane ed economiche. Anche su questo il rapporto ha fatto un calcolo: il non profit investe risorse il cui valore è di 60 milioni l’anno e si può dire che per ogni euro speso viene prodotto un valore pari a 1 euro e 60 centesimi, grazie soprattutto al volontariato, ampiamente presente in questo ambito.
Secondo il rapporto, ogni ente raggiunge mediamente 30 ragazzi per 12 ore settimanali, distribuite su cinque giorni. Molti sono di origine straniera (38%), oppure con disabilità certificate.
Nella maggioranza dei casi le attività coinvolgono studenti della scuola media (90%), ma anche alunni delle elementari (53%) e delle superiori (56%). Riescono a coprire circa un terzo della popolazione a rischio nella scuola media e il 4,6% di quella delle superiori.

L’impegno delle scuole

Gli istituti scolastici hanno una percezione chiara del problema e si attivano con progetti di vario tipo. Il 60% di questi progetti riguarda “l’integrazione delle attività curriculari per il contrasto del basso rendimento”, il 47% riguarda invece attività ludiche e di laboratorio per migliorare il clima scolastico, il 36% attività di orientamento. Ci sono però alcuni punti di criticità. Il primo è che l’80% dei progetti dura al massimo un anno scolastico e che prevalgono quelli che coinvolgono molti alunni, e quindi sono progetti poco mirati e poco personalizzati. Il secondo è che metà dei progetti è realizzato dalle scuole in totale autonomia, quindi senza collaborazione con altri soggetti, ad esempio quelli del Terzo settore.

L’impegno del Terzo settore

 

I soggetti non profit che lavorano sulla dispersione scolastica sono molto eterogenei: al di là delle varie forme istituzionali di ciascuno, si definiscono espressione dell’associazionismo nel 43% dei casi, espressione del mondo cooperativo nel 24% e di ispirazione religiosa nel 19%. La stragrande maggioranza (90% dei casi), comunque, ha personale volontario. Gli enti sono impegnati soprattutto nell’aiuto mai compiti scolastici (46,5%), nei centri di aggregazione giovanile (26%), in attività di socializzazione, attività per il recupero scolastico (spesso con un rapporto 1:1 tra animatore/educatore e ragazzo), disponibilità di spazi per lo studio, orientamento scolastico.
Un fatto su cui riflettere è che, mentre le iniziative delle scuole sono più numerose là dove il fenomeno dell’abbandono incide di più sul territorio, quelle del Terzo settore sembrano slegate da questo dato, come se l’offerta non fosse collegata alla domanda. Si possono trovare facilmente delle spiegazioni, a cominciare dal fatto che questo tipo di iniziative si inseriscono in un quadro più generale di progetti e interventi sul disagio giovanile, che può manifestarsi anche in altri modi. Gli enti non profit, infatti, legano la lotta all’abbandono scolastico al sostegno alla genitorialità, al sostegno psicologico dei ragazzi, alla mediazione culturale, a quella giudiziaria, all’assistenza socio-sanitaria, persino alla cooperazione internazionale e alla “diffusione culturale”. Un altro punto su cui riflettere è il fatto che, secondo il rapporto, tra scuole e Terzo settore non c’è comunicazione e reciproca legittimazione, tanto che spesso anche i protocolli d’intesa sembrano più adempimenti formali che strumenti di vera collaborazione. Questo rapporto sembra però migliore al Centro-Sud e in particolare a Roma, se non altro perché in tre casi su quattro le attività si svolgono direttamente nelle scuole, gli interventi del Terzo settore, più che al doposcuola, sono rivolti alle attività socializzanti fatte in collaborazione con le scuole stesse e sono più numerose le convenzioni con le Amministrazioni pubbliche. Parallelamente, la presenza di volontari è minore rispetto a quella presente in altre città. Nella capitale sembra esserci anche una collaborazione migliore con i servizi territoriali, che spesso segnalano ragazzi a rischio. Una collaborazione più strutturata e serena, basata sulla complementarietà sei ruoli e degli interventi, sarebbe comunque auspicabile, perché il Terzo settore potrebbe arrivare dove l’istituzione non può arrivare, per esempio lavorando su progetti personalizzati, più mirati a situazioni specifiche del territorio e puntando – come già fa – su una formazione più globale, che può risvegliare nella persone il desiderio di apprendere e studiare, insieme all’autostima. Ma i rapporti restano problematici, anche perché da una parte operatori e volontari pensano che le scuole siano una delle cause della disaffezione dei ragazzi per lo studio, mentre gli insegnanti pensano che il non profit non abbia le competenze per un intervento efficace. Questa reciproca delegittimazione resta forse il nodo più intricato da affrontare.

Le prospettive


Per affrontare in modo risolutivo il problema, sarebbe necessario intervenire a più livelli: quello politico, quello della scuola, dei suoi obiettivi formativi, delle metodologie didattiche; quello della formazione dei docenti e della collaborazione tra scuola e famiglie, quello del finanziamento ai progetti. E ovviamente sul lavoro di rete tra istituzioni scolastiche, terzo settore e altri attori del territorio. Il rapporto ribadisce che il Terzo settore resta fondamentale per alcune sue specificità che lo abilitano, ad esempio, ad intercettare i bisogni del territorio e ad individuare i ragazzi a rischio, a trovare i modi di dare voce ai ragazzi, a sviluppare le attività di socializzazione e quelle che aiutano i minori ad esprimersi e ad imparare a stare insieme agli altri e a lavorare con loro. Può inoltre fare da collante tra la scuola, le famiglie e il territorio, costruendo giorno per giorno la rete a cui i ragazzi possono ancorarsi.

LA SCUOLA LI HA PERSI, IL NON PROFIT NO

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