
L’AI HA UN BUGIARDINO. LO STIAMO LEGGENDO?
E se immaginassimo l’intelligenza artificiale come un farmaco da banco? Sonia Montegiove, giornalista e ingegnera informatica, nel suo "Ai come ansia" ci spiega il “bugiardino” facendo luce su benefici, indicazioni e controindicazioni: «i ragazzi tra 13 e 17 anni si sentono più capiti da una macchina che da un adulto o un coetaneo. Questo ci pone delle domande»
11 Giugno 2026
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Strumenti per riconoscere opportunità e rischi, valutare l’affidabilità delle informazioni e impostare un dialogo sereno per accompagnare le nuove generazioni nella scoperta di un mondo in rapida evoluzione. Li offre AI come ansIA. Cosa dobbiamo sapere per insegnare ai più giovani a convivere con l’intelligenza artificiale (Apogeo editore), scritto da Sonia Montegiove, giornalista e ingegnera informatica. L’autrice, attraverso la metafora dell’intelligenza artificiale come un potente farmaco da banco, ne illustra il “bugiardino” facendo chiarezza su benefici (facilita lo studio, il lavoro e la creatività), indicazioni terapeutiche (quando e come introdurlo nelle attività quotidiane) e controindicazioni (dal calo dell’attività cerebrale ormai documentato, fino ai pericoli emotivi delle relazioni digitali simulate). «L’obiettivo è semplice: “smascherare il sistema” per capire come funziona l’intelligenza artificiale e integrarla nella vita di tutti i giorni, perché la consapevolezza si costruisce con la conoscenza, insieme, un passo alla volta», spiega Montegiove.
«Le pagine che seguiranno vogliono essere una mappa per il cammino verso l’AI literacy», scrive nell’introduzione. «Una mini-guida da tenere in tasca lungo il cammino verso la consapevolezza, utile a riflettere prima di agire per non lasciare che le cose accadano perché “così va il mondo e se lo fanno tutti allora posso farlo anche io”». Lungo il viaggio «sfidante, faticoso, ma necessario, oggi più che mai» della conoscenza dell’AI, nel volume ci accompagnano molte voci competenti, per vedere l’intelligenza artificiale con la lente di persone esperte di psicologia, di didattica e formazione, di chi lavora con la creatività e di chi “maneggia” la tecnologia.
Il libro al momento giusto
«Ho pensato che fosse un libro pubblicato nel momento giusto», ha detto Federica Meta, direttrice CorCom, alla presentazione presso la Sala stampa della Camera dei Deputati. «L’AI tende a raccontarci quello che ci vorremmo sentir dire. Ci sono dei modi per imparare a convivere con l’AI nella maniera più umana possibile e Sonia Montegiove, da tecnoumanista quale è, c’è riuscita». «Dobbiamo imparare a usarla, come succede per qualsiasi strumento. E dovremmo imparare una cosa che sembra appartenere al secolo scorso: essere adulti», scrive Chiara Lalli nella prefazione del volume.
«Viviamo in un’epoca da ansia della delega. Ad esempio, quella di delegare i compiti a casa a una macchina. Gli insegnanti mi chiedono se esiste uno strumento in grado di far capire se gli studenti hanno fatto un compito con l’AI: al 98% la macchina può dire che il compito è stato fatto con l’intelligenza artificiale, ma può essere un falso positivo. Circa il 60% degli adolescenti ammette di fare i compiti, il 30% ammette di aver delegato alla macchina. Se tutto va bene il loro sarà un buon compito, ma c’è la possibilità che scrivano delle stupidaggini», argomenta Montegiove. «Delegando all’AI, ci sono esempi di sentenze che riportano a leggi che non esistono, ci sono giornalisti che scrivono articoli con l’AI prendendo come “fonti” libri che non sono stati pubblicati. Ma l’ansia vera di tanti genitori è che i ragazzi si confidino con l’AI e la considerino un sostituto dello psicologo».
Per metà dei giovani è più facile parlare con un chatbot che con un professionista
«Metà dei giovani tra 11 e 25 anni trova più facile parlare con un chatbot che con un professionista. Tra 13 e 17 anni le persone si sentono più capite da una macchina che da un adulto o un coetaneo. Questo ci porta a farci delle domande», ha spiegato l’autrice. «Molti genitori, molti adulti, esattamente come è successo con i social network, non si sono pre-occupati del tema, ovvero non se ne sono occupati prima. Non l’hanno fatto con i social network, mi auguro che si possa fare con l’AI, che sta arrivando a una velocità molto più elevata», spiega Montegiove. «Un genitore mi ha detto: “Mio figlio mi ha chiesto di usare ChatGpt, io gli ho detto di sì perché è come un’enciclopedia”. Dovremmo preoccuparci molto di più dell’AI rispetto ai social network anche per questo, perché si pensa che sia come un’enciclopedia».
Proibire l’AI? «Anacronistico e poco utile»
«Chi progetta una piattaforma lo fa con obiettivi di business. Lo strumento deve portare le persone a soffermarsi il più possibile: più tempo ci passiamo, maggiori sono i dati che regaliamo alle piattaforme», sottolinea Montegiove. «Le nostre debolezze umane vengono studiate e sfruttate per portarci a fare alcune azioni. L’intelligenza generativa è, infatti, progettata per essere gentile e accondiscendente. Sono stati anche richiesti risarcimenti danni alle piattaforme. Penso al processo tra la famiglia del sedicenne Adam Raine, un adolescente californiano di 16 anni che si è tolto la vita, e OpenAi. I genitori sostengono che ChatGpt abbia incoraggiato il figlio a suicidarsi, in effetti ChatGpt ha dato delle indicazioni molto precise su come impiccarsi. È molto inquietante», ha continuato l’autrice. L’idea di proibire lo strumento? «È anacronistica e poco utile. Ovvio che un bambino di 6 anni non è in grado di comprendere il senso di utilizzo, messo di fronte alla macchina. Come tutti gli strumenti che usiamo, devono essere sperimentati e usati, anche a scuola. I divieti degli smartphone nelle classi aiutano gli insegnanti a lavorare meglio. Ma l’utilizzo di dispositivi scolastici, sperimentati nella maniera corretta, accompagnati e con dei limiti, aiutano ad avere nei confronti della macchina un atteggiamento corretto».
La potenza dello strumento
Nel “bugiardino” dell’AI ci sono molti benefici. «Un accesso immediato e veloce a una conoscenza così ampia non l’abbiamo mai visto prima. Le fonti dell’AI non sono solo internet, tengono dentro libri, documenti, post di social, fonti non note: è molto potente», rimarca Montegiove. C’è già chi la utilizza come strumento per non disperdere la conoscenza aziendale. Un panificio l’ha usata per documentare l’arte del pane e trasmetterla alle generazioni più giovani: si toglie tanto tempo alla formazione del personale. Poi c’è tutta la parte riferita all’inclusione: si può rendere il materiale adatto a ogni tipo di persona, si possono creare facilmente delle mappe concettuali. Ad esempio riporto l’esperienza in una classe, con un bambino appena arrivato dalla Cina, nella quale l’insegnante ha utilizzato l’AI generativa per far comprendere a lui cosa dicevano lei e i compagni e a lui cosa dicevano loro».
Occorre investire sull’alfabetizzazione
«L’AI generativa fa delle promesse e non sempre i risultati sono attendibili», dice Montegiove. Tra le controindicazioni, «quella di confondere la conoscenza con un linguaggio applicato bene. Le macchine sono soggette ad allucinazioni, c’è sempre la probabilità di sbagliare. C’è un aumento di fake news, di disinformazione, di rischi cyber. E una standardizzazione del linguaggio. Si è abbassato il livello del dibattito pubblico. Questa modalità di rapportarci attraverso le macchine, proprio perché neutralizza le nostre conversazioni, ci porta a non sentire la necessità di rispondere a delle provocazioni», ha continuato. «Tra le controindicazioni, ci sono anche i bias. Le macchine riproducono bias di genere, riproducono stereotipi e li amplificano: questa è una controindicazione importante». Qualcuno ha suggerito di inserire la materia AI a scuola. «Ma la AI è trasversale a tutte le materie. Non dobbiamo vedere il digitale come qualcosa a parte, per cui serve un’ora in più. Dovrebbe essere introdotta in ogni materia, compreso nel metodo di studio. Ma gli strumenti non sono disponibili in tutte le scuole e spesso manca la preparazione degli adulti: non siamo completamente in grado di accompagnare i giovani». Occorrono delle azioni di alfabetizzazione «che richiedono tanti investimenti».
Non basta regolare, come non basta vietare
In tema di regolamentazione, «le norme sono necessarie, anche se l’equilibrio non è facile tra regolare e innovare. A fronte della velocità dell’innovazione, la regolazione arriva sempre un passo indietro: non basta regolare, come non basta vietare», precisa Montegiove. «Questo anche nel rapporto tra adulti e giovani. Quando parliamo di nativi digitali, spesso ci riferiamo al fatto che ai ragazzi viene a mancare la parte del rapporto personale. Noi dobbiamo essere bravi a fare in modo di alternare i rapporti tra le persone con i rapporti con le macchine».
Della necessità di formazione ha parlato anche Anna Ascani, vicepresidente della Camera dei Deputati, in un contributo video. «Bisogna formare gli studenti, gli insegnanti e il personale scolastico. La sfida è costruire regole democratiche e formare: senza educazione e consapevolezza rischiamo di arrivare troppo tardi. Il libro di Sonia Montegiove è prezioso perché affronta un tema fondamentale con un linguaggio diretto. Attraverso la metafora del “bugiardino” ci fa pensare all’AI come a un farmaco, che prevede un dosaggio adeguato e controindicazioni. L’86% degli italiani si informa attraverso i social network e questo può fare danni enormi alla democrazia».
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Sonia Montegiove
AI come ansIA. Cosa dobbiamo sapere per insegnare ai più giovani a convivere con l’intelligenza artificiale
Apogeo, 2026
224 pagine, 20 euro






