L’ALBERO DI THOMAS, QUANDO VINCE L’AMORE

Ha fondato un’associazione, L’albero di Thomas, ha scritto un libro, “L’amore ha vinto”. Lorenzo Sabellico, zio di Thomas Bricca, ucciso a 19 anni il 30 gennaio 2023 ad Alatri, racconta: «Il mio libro nato da una ferita interiore»

di Ilaria Dioguardi

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Un nipote, Thomas Bricca, ucciso barbaramente a colpi di pistola, a 19 anni, il 30 gennaio 2023, ad Alatri (Frosinone). L’idea di dare vita a un’associazione subito dopo la sua morte, L’albero di Thomas: «Un albero che attinge da un dolore e non si perde in esso. Anzi, le sue radici ne traggono la linfa vitale che viaggia lungo il fusto e nutre i rami che daranno i frutti», dice il fondatore Lorenzo Sabellico, zio di Thomas. Ha scritto un libro, L’amore ha vinto (editore Bozzoloinprua), che ha origine «da zone buie della mia vita».

Come nasce l’idea di scrivere L’amore ha vinto?
«Non nasce da un’idea letteraria ma da una ferita interiore. Da zone buie della mia vita, da problemi complessi anche familiari che da giovane mi hanno portato a un disagio profondo e sono poi scaturiti nella dipendenza, nella marginalità, nella perdita di senso. Ho conosciuto cosa significhi veramente smarrirsi e vivere lontano da se stessi. Poi, nella seconda parte del libro, racconto un lungo cammino di risalita fatto di comunità terapeutica, verità e ricostruzione interiore».

La missione dell’associazione “L’albero di Thomas” è accompagnare, soprattutto i giovani, in un percorso di riscoperta del proprio valore e della propria unicità.
«All’uscita dalla comunità dove pensavo di aver risolto tutti i miei problemi e credevo di essere arrivato a una rinascita definitiva, nel 2023 la mia vita è stata colpita ancora più duramente dalla morte di Thomas, con cui avevo un legame profondissimo. In quel momento tutto è crollato di nuovo, il dolore è stato così grande che mi sembrava impossibile da superare. Proprio dentro quell’abisso di dolore è accaduto qualcosa di inatteso, ho capito che mi trovavo davanti alla scelta di trasformare quell’odio. Ero davanti a un bivio, dovevo decidere se far sfociare quel dolore nell’odio e nella vendetta oppure trasformarlo in qualcosa in grado di generare vita per altri. Quando sono entrato in comunità avevo 33 anni, ne sono uscito che ne avevo 38. Oggi sono fuori dalla comunità da 17 anni e vivo una sorta di seconda adolescenza. Se penso in concreto agli insegnamenti della comunità, per la prima volta da adulto ho potuto scegliere da persona libera quale strada prendere. Da qui è nato il paradigma de L’albero di Thomas: aiutare gli altri a comprendere che la vita è un percorso fatto di evoluzione e trasformazione continua, che ci rende capaci di scelte autonome e consapevoli – soprattutto nel modo in cui decidiamo di affrontare i nostri errori. È questa la visione de L’albero di Thomas: un albero che attinge da un disagio, da un dolore, da una difficoltà e non si perde in essa. Anzi, le sue radici ne traggono la linfa vitale che viaggia lungo il fusto e nutre i rami che daranno i frutti, quando lo vogliamo noi. Questa visione non riguarda solo i giovani, ma anche gli adulti che si sono un po’ persi, li chiamiamo “adulescenti”: sono rimasti un po’ adolescenti, chiusi nei loro problemi che hanno trasferito anche ai figli».

Nel concreto, cosa fa L’albero di Thomas?
«Innanzitutto dà ascolto ai giovani, che non sono solo tossicodipendenti. Noi li ascoltiamo tutti. Cerchiamo di indirizzarli nelle scelte migliori, che prendiamo tutti quanti insieme, per trovare progetti che possano illuminare le loro singole vocazioni; puntiamo non alle diversità (termine molto usato, anche a sproposito), ma all’unicità, perché ognuno è unico e insostituibile. Andiamo nelle scuole, facciamo progetti di educazione emotiva, cerchiamo di analizzare ogni argomento senza superficialità. Abbiamo in corso anche un bellissimo progetto sportivo per i bambini che si chiama “Essere corpo, diventare sé”, nel quale partiamo dalla corporeità per approfondire il tema della relazione, basata non sulla competizione ma sulla collaborazione. Poi ascoltiamo tanti genitori: la vera difficoltà in questo momento ce l’hanno loro, da qualsiasi posizione sociale e culturale provengano. Hanno perso il vero senso della vita. E sono convinto che bisogna ricominciare dai bambini, dobbiamo mostrare loro che l’unico antidoto per riavere un’umanità profonda è guardare al senso della vita, al di là della religione, della politica, al di là di tutto. Bisogna credere nell’amore, che lo si chiami Dio o “luogo del cuore”, come scrivo nel mio libro. È quello spazio dove tutte le nostre esperienze di vita sono riposte, pronte a uscire fuori, a tempo debito; è dove si trovano le persone che abbiamo incontrato nella vita, dai nostri avi fino agli amici che abbiamo perso di vista, ognuno di loro ha qualcosa da insegnarci».

Nel libro è potente la forza della speranza: «Un giorno, quando tutto sembrava perduto, una voce mi ha parlato».
«È stata una voce interiore, scaturita dallo spazio che avevo riempito per paura del vuoto e che mi ha messo davanti a tutti i miei sbagli. Io la chiamo Dio questa voce, però ognuno può chiamarla come vuole: amore, coscienza. Oggi sono uno studente di filosofia all’Università Pontificia e sto approfondendo questi temi. Una voce potente, piena d’amore, che non ti giudica, ma che finalmente arriva, un momento che ti indica la strada».

«Il mondo si fermò in quell’istante, e io, impotente, non ero più lo stesso uomo di un attimo prima». Così lei scrive di quel 30 gennaio 2023, quando Thomas fu ucciso in strada, a colpi di pistola.
«Thomas è il giovane che ho davanti agli occhi, non il giovane perfetto senza problemi o disagi. Il disagio non è una patologia, è solo una forza interiore che vuole uscire per creare una nuova umanità. Era pieno di sorriso, pieno d’amore, pieno di voglia di vivere. L’associazione gli sarebbe piaciuta, anche se all’inizio sicuramente l’avrebbe guardata con un po’ di diffidenza, come fanno tutti i ragazzi prima di entrarci. E sono sicuro che è felice di appoggiarla in pieno. Parlo al presente perché lui è il fuoco che tiene vivo L’albero di Thomas».

Qual è la cosa più importante per lei oggi? Cosa vorrebbe, nel suo futuro?
«Insieme ai miei soci, vorrei diventare quella persona che, io in primis e tanti altri giovani in difficoltà, non abbiamo incontrato nelle nostre vite. Sono chiamato io per primo a diventare quella persona, con tutti i miei limiti. Questa è la cosa più importante per me ora».

 

 

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