THE GOOD MOTHERS: DONNE CONTRO LA ‘NDRANGHETA

The Good Mothers, in streaming su Disney+, racconta la ‘ndrangheta e le donne che hanno osato sfidarla. Amoruso:  «La serie racconta un mondo che sembra lontano secoli, di donne senza diritti sposate con uomini che non hanno scelto»

di Maurizio Ermisino

Combattere la ‘ndrangheta attraverso le donne: convincerle a lasciare una vita di oppressione e di soprusi, una società arcaica, e convincerle a denunciare. The Good Mothers, la serie tv che racconta la ‘ndrangheta interamente, dal punto di vista delle donne che hanno osato sfidarla, ha vinto il primo Berlinale Series Award alla 73° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, e ora è in streaming su Disney+. La storia inizia così: Lea Garofalo (Micaela Ramazzotti), una ex collaboratrice di giustizia, incontra dopo anni il marito. Va da lui a Milano, e porta con sé la figlia Denise (Gaia Girace), che non vede l’ora di rivedere papà. Lea va a cena con l’ex marito, mentre Denise è con i cugini. Ma, quando il padre va a prenderla, la mamma è sparita. Mentre Denise torna con il padre in Calabria, la P.M. Anna Colace (Barbara Chichiarelli) punta l’attenzione su altre donne. E ha un’intuizione: ci sono donne in tutti i dossier sulla ‘ndrangheta, ma nessuno se le fila. Trafficano droga, riscuotono i soldi del pizzo, ma non vengono mai indagate. Lea Garofalo è stata scartata come collaboratrice di giustizia. E se ci fossero altre donne della ndrangheta che volessero provare a denunciare i mariti che le opprimono? Le donne della ‘ndrangheta, allora, possono essere il Cavallo di Troia della lotta alla ndrangheta, e, grazie a loro, sarebbe possibile arrivare agli uomini, ai boss.

Un mondo lontano secoli

The Good Mothers
«Anna Colace capisce che la paura più grande della ‘ndrangheta è non tanto che le donne rivelino qualcosa, ma che diventino un esempio». Ph.Claudio Iannone

Quella di The Good Mothers è una storia che fa davvero venire una rabbia enorme, per come vengono trattate le donne in quel mondo. È una società arcaica, arretrata, ignorante. «Tutto è iniziato con la lettura del libro di Alex Perry» ci ha spiegato Elisa Amoruso, regista della serie insieme a Julian Jarrold. «Il mondo che racconta mi sembrava lontano secoli. Raccontava nel dettaglio la vita delle protagoniste: erano donne sposate con uomini che non avevano scelto loro, spesso i mariti erano in carcere. Avevano avuto figli verso i 15-16 anni, e si trovavano a crescerli da sole. Mi aveva colpito che vivessero questa vita dove non avevano scelto il loro destino, e ho pensato che queste storie andassero raccontate». «Ho cercato di entrare nella ‘ndrangheta senza glorificare la violenza dei personaggi maschili, che nelle altre serie hanno molto più risalto», continua. «Loro sono state donne coraggiose, più coraggiose di altre».

La paura più grande della ‘ndrangheta è che le donne diventino un esempio

La fotografia di The Good Mothers è scura, ombrosa. È come sei quei chiaroscuri caravaggeschi fossero il simbolo del vivere nell’ombra. Di chi vive all’ombra di un marito o di un padre. E di chi, ugualmente, una volta deciso di sfidare quegli uomini, deve vivere nascosto, lontano dalla luce del sole. I toni del racconto sono cupi, plumbei. Ma anche molto rispettosi del femminile che è al centro della storia. È una serie di donne, di volti, una serie sulla forza del mondo femminile. Stavolta più che mai le attrici sono scelte alla perfezione: intense, credibili, così in parte da scomparire letteralmente nei loro personaggi. Barbara Chichiarelli è il P.M. Anna Colace, con l’aria decisa, gli occhi blu profondi cerchiati dagli occhiali neri, la mascella serrata di chi è proteso verso il suo obiettivo. «Anna Colace ha questa intuizione e inizia la sfida alla ‘ndrangheta, una delle società più chiuse rispetto a tutte le società criminali» spiega l’attrice. «Le prime avvisaglie c’erano già state. Per quanto queste donne fossero lontane dalla contemporaneità, all’inizio degli anni Duemila questa era entrata prepotentemente nelle loro vite: grazie agli smartphone. ai cellulari avevano dei termini di paragone. Il loro operato è stato coadiuvato e catalizzato da una serie di fattori. La prima volta Giuseppina Pesce viene arrestata perché si occupa del traffico di cocaina: per la prima volta non può vedere i figli per sei mesi. Avrà un percorso di consapevolezza di un anno e mezzo. Concetta arriva alla polizia perché al figlio hanno rubato un motorino. C’è anche un aspetto del destino in tutto questo». «Anna Colace capisce che la paura più grande della ‘ndrangheta è non tanto che le donne rivelino qualcosa, ma che diventino un esempio» riflette l’attrice. «È questo che fa paura. Perché un esempio è qualcosa che si può replicare».

Coraggio di ribellarsi alla violenza

The Good Mothers
«A un certo punto ci è capitato di parlare con persone che hanno risposto “ancora con queste favole, la ‘ndrangheta non esiste”». Ph.Claudio Iannone

Micaela Ramazzotti è Lea Garofalo: i capelli corti, di un colore castano spento, come lo è lo sguardo, stanco e deluso. «Lea Garofalo è stata testimone di giustizia, è stata vittima» ci racconta l’attrice». «Ci ha messo la faccia, ha fatto nomi e cognomi, ce l’ha messa tutta. Non ce l’ha fatta, ma ha dato il coraggio alla figlia per denunciare». «È una serie potentissima» continua l’attrice. «Il cinema – considero questa serie come un film di sei ore – ci fa ridere, ci fa piangere, ci fa innamorare. Spero che questa serie dia il coraggio a tanti uomini e a tante donne di ribellarsi alla violenza». Gaia Girace, che avevamo conosciuto con L’amica geniale è Denise, e ci fa davvero credere di essere lei: i tratti del viso austeri, spigolosi, il volto acqua e sapone che fa risaltare i grandi occhi di un nero profondo, dolenti e stupiti. Gaia Girace ha la straordinaria capacità di trasmetterci l’ansia e l’insicurezza con i suoi gesti, con i movimenti delle sue mani. «Ho pensato che sarebbe stato una bella sfida, un personaggio realmente esistito, con un vissuto così importante» ci racconta l’attrice. «Una donna che ha subito veramente tanto e che si è trovata anche sola per dare giustizia a sua madre. Ha lottato contro la ‘ndrangheta la sua famiglia lo ha fatto per l’amore materno. Ho provato a darne una mia versione, non ho avuto la possibilità di incontrare Denise. Spero che la mia versione sia il più possibile vicina alla realtà».

Un sistema educativo, culturale

E poi c’è la straordinaria Valentina Bellè, che è Giuseppina Pesce, Giusy, donna di mafia senza marito, sola in un mondo di uomini dove è costretta a fare l’uomo, ma senza alcuno dei privilegi maschili. Anzi, con tutto quello che comporta essere donna in quel mondo. Il suo volto senza trucco, indurito, e il grande lavoro sulla voce, sul dialetto ma anche sulla voce roca che vibra quando emette dei suoni, ne fanno un ritratto potentissimo. «Per Giuseppina è una presa di coscienza molto dolorosa» riflette l’attrice. «Quello dove crescono queste donne è un sistema educativo, culturale, e non è facile rendersene conto. Giusy verrà colta in un momento in cui è con il suo amante, e le donne colte con un amante devono morire, è una regola della ‘ndrangheta. Viene fatta incarcerare in quel momento e questo fa sì che sia impossibilitata a tornare nella sua vita. È stata una mossa terribile ma molto intelligente da parte del P.M. Non è stata lei a prendere coscienza in modo autonomo, ma è stato un percorso molto doloroso, zoppicante, faticoso. La forza che ha scatenato tutto è che i figli venivano manipolati in sua assenza». Simona Distefano è Concetta Cacciola, un’altra donna della ‘ndrangheta. «Concetta è quella che apparentemente sembra subire maggiormente il sistema del patriarcato» riflette l’attrice. «La sua è una presa di coscienza graduale, e riesce grazie all’esempio di Giuseppina. Sono le donne stesse che contribuiscono al mantenimento del patriarcato, e il contesto familiare non aiuta. Credo che Concetta non sia stata abbastanza supportata».

La ‘ndrangheta non è solo calabrese

The Good Mothers
«The Good Mothers non è una storia di cronaca, ma una storia simbolica, che riguarda tutta Italia». Ph.Claudio Iannone

Ma c’è qualcosa di importante da dire, oltre alla storia di queste donne. Ce lo dice Francesco Colella, attore calabrese, che in The Good Mothers è Carlo Cosco, il marito di Lea e il padre di Denise, il boss della ‘ndrangheta al centro di tutto. Colella ha cercato di eliminare qualsiasi elemento di fascino dal suo mafioso, e a fare in modo che il suo personaggio venisse detestato. «Bisogna stare attenti a collocare la ‘ndrangheta come una cosa calabrese» ci mette in guardia. «È nata in Calabria e si espande in tutta Italia, grazie a parti deviate di politica ed economia italiana con cui è collusa. The Good Mothers non è una storia di cronaca ma una storia simbolica, che riguarda tutta Italia». «A un certo punto ci è capitato di parlare con persone che hanno risposto “ancora con queste favole, la ‘ndrangheta non esiste”» aggiunge Valentina Bellè. «Quando non è percepita, o dove manca lo Stato, la parola ‘ndrangheta la si nega».

 

 

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