ECONOMIA CARCERARIA: (RI)EDUCARE LA SOCIETÀ AL CARCERE

Tante esperienze e tante storie per dare lavoro (e quindi una nuova vita) a chi sta in carcere. Ma anche per rendere la società più giusta

di Maurizio Ermisino

Nel cuore di Trastevere, a Roma, a due passi da dove si svolge il mercato di Porta Portese, si è svolto un mercato molto speciale. Al WEGIL di Largo Acianghi daal 1 al 3 ottobre si è tenuto il Festival Nazionale dell’Economia Carceraria 2021, organizzato da Semi di Libertà Onlus, Economia carceraria e Marco Di Fulvio. Sono state tre giornate dedicate all’economia carceraria e finalizzate alla conoscenza, valorizzazione e promozione delle iniziative che coinvolgono persone in esecuzione penale. «Il bilancio è molto positivo», ci ha raccontato Paolo Strano, presidente di Semi di Libertà Onlus. «Credo che l’aspetto più positivo sia stato quello comunicativo. Tante persone hanno apprezzato il lavoro che abbiamo fatto. Parlo di persone fuori dal circuito: l’obiettivo è far vedere il carcere da una prospettiva completamente differente e poi interessare un gruppo molto più ampio di quello che di solito si interessa a questi temi».

«Se devo sottolineare un paio di obiettivi centrati, il primo è il tema della rete» riflette Strano. «Perché il festival si è animato da tante realtà, le varie cooperative, i vari soggetti che in prima persona si animano in questi progetti. Ma il fatto che abbiano partecipato i garanti, le università, la polizia penitenziaria e un pubblico incuriosito dal modo in cui noi abbiamo proposto il tema, ha fatto sì che il concetto di rete si realizzasse. È un primo grande obiettivo che abbiamo raggiunto… Il secondo aspetto che mi rimane da questo festival sono le persone, le tante storie che si sono succedute e che a tratti sono state toccanti: non solo detenuti, ma persone che si sono messe in gioco completamente per la riuscita dell’evento».

economia carcerariaIl pub Vale La Pena a Roma

Chi di storie toccanti ne ha viste tante in questi anni è stato Oscar La Rosa, gestore del pub Vale La Pena di via Eurialo a Roma, che dà lavoro a detenuti ed ex detenuti e che al festival è stato presente con un piccolo angolo di ristorazione al primo piano. «Gestisco il Pub Vale la pena a Furio Camillo, incontro spesso storie di persone che mi chiedono aiuto», ci racconta. «Più lavori, più vedi l’unicità di tutte le persone. Io stesso ho cambiato la mia visione. Da laureato credevo che il lavoro fosse lo strumento per tutte le persone detenute. Ma in alcuni casi è uno strumento che non va dato. Come nel caso dei tossicodipendenti. Se lavorano per un mese il rischio è che spendano tutto in droga. Ad alcune persone il lavoro fa bene, altre non sono pronte, servono percorsi come la psicoterapia. È importante conoscere ogni persona. E preparare la società fuori».

Sì, perché il Festival nasce anche per questo. «Si parla spesso di rieducazione della persona condannata, e non si parla di (ri)educazione della società» riflette La Rosa. «Una persona che ha fatto degli sbagli, quando esce che società si trova? Una società che gli chiude subito la porta in faccia. E allora è importante educare la società al fatto che, quando arriva una persona che è stata detenuta sai che è una persona come le altre».

È anche per questo che servono eventi di questo tipo. Di cui questa è stata un’edizione storica. «È l’edizione del post pandemia» ci spiega La Rosa. «Già vedere tanti visi, vederli fuori dallo schermo delle videocall, guardare negli occhi una persona e abbracciarla dà tantissimo. Siamo tornati alla vita, siamo usciti da quel carcere che è stata la pandemia».

economia carcerariaGiglio Lab, la pasta dall’Ucciardone di Palermo

E allora andiamo a vedere, a toccare con mano alcune di queste storie. Giglio Lab è un progetto nato nel 2017, che consiste nella produzione di pasta dentro il carcere dell’Ucciardone di Palermo. La casa di reclusione Ucciardone ha registrato direttamente il marchio: nelle intenzioni della Direttrice c’era quello di creare una linea di prodotti tutti made in carcere. Non le è riuscito, è andata in pensione, ma questo progetto è rimasto.

«Facciamo due tipologie di pasta», spiega Barbara Scira, psicologa che si occupa di formazione nel carcere palermitano. «Una pasta di grano duro, con grani siciliani certificati dalla regione Sicilia, e una pasta integrale anche questa realizzata con un grano siciliano. È la nostra punta di diamante. Questo grano è un antico grano siciliano che si chiama Perciasacchi, che vuol dire “buca i sacchi”, un grano molto allungato, che un tempo veniva chiamato così perché bucava i sacchi di juta dove veniva messo il grano. Ha delle proprietà nutritive incredibili. È a basso contenuto di glutine e basso contenuto di zuccheri, per chi ha problemi di glicemia e difficoltà a digerire il glutine può essere mangiato serenamente. Questo grano che i siciliani hanno importato dall’attuale Iran, ai tempi dell’Impero Persiano, è uno stretto parente del Khorasan, il grano iraniano, da cui oggi è nato il Kamut».

L’idea di fare la pasta è nata da un’indagine. «Lavoro per un ente che fa formazione in carcere» ricorda Barbara Scira. «Facendo orientamento per la formazione al lavoro abbiamo appreso che la cosa che interessava di più ai detenuti era lavorare per produrre cose che si mangiano. Piaceva l’idea di fare una cosa buona che gli altri potessero mangiare e fruire in maniera sana. Abbiamo scelto la pasta perché volevamo fare il prodotto italiano per eccellenza. Abbiamo dovuto cercare dei pastai che mettessero in piedi l’azienda».

Gli effetti benefici di progetti come questo per i detenuti non sono solo nel fatto di poter apprendere un lavoro, ma anche una presa di coscienza importante. «Uno dei detenuti mi ha detto: “La cosa di cui mi pento di più non è il reato che ho commesso, ma il fatto di non aver ascoltato mio padre che mi diceva di studiare. Se avessi studiato avrei appreso un mestiere, e se lo avessi appreso non sarei qui,» è la prima storia che ci racconta Barbara. «La seconda storia è qui, è una storia vivente: Max è un detenuto che ha cominciato a fare la pasta con noi e oggi è stato assunto da un’altra cooperativa e sta lavorando, fuori dal carcere».

economia carcerariaA Manetta, t-shirt dal carcere di Novara

Il nome è già geniale di per sé. A Manetta evoca, in un simpatico doppio senso, sia le manette della reclusione, sia il concetto di andare “a manetta” con l’acceleratore delle moto. Ora A Manetta è un brand, il marchio di una startup che opera tra Busto Arsizio e il carcere di Novara, che produce delle t-shirt dai disegni molto belli. Le abbiamo indossate, e il cotone è di qualità, veste bene ed è piacevole da sentire addosso.

«A Manetta è un termine che usavo sempre io quando facevo volontariato nel carcere di Busto Arsizio, e gestivo una piccola redazione interna», racconta Matteo Tosi, presidente dell’Associazione Brughiera CàDaMat, che gestisce il progetto. «Dicevo: “abbiamo scherzato e ora lavoriamo a manetta”. La cosa veniva presa un po’ sul ridere, e così abbiamo deciso di mantenere questo nome. Sono un motociclista e un appassionato di ciclismo, e ho pensato che dopo Easy Rider era ormai certificata l’associazione delle moto con la libertà. Le due ruote sono un equilibrio instabile come quello che si ha in carcere cercando di rimettersi in carreggiata».

Così si è iniziato a progettare queste t-shirt sul tema delle due ruote, con delle manette che compaiono sempre nei disegni. «Ogni tanto compaiono nei disegni delle ruote, ogni tanto in quello degli occhiali del motociclista», racconta Matteo Tosi. «Abbiamo costituito un’associazione, all’esterno, con i ragazzi appena liberati», rievoca il presidente. «Io sono il garante dei detenuti di Busto Arsizio, ma non ho potuto realizzare il progetto in quel carcere perché c’erano degli attriti con il direttore. Dopo anni in cui stavo facendo questo progetto esternamente, il carcere di Novara si è interessato e mi ha chiesto di presentarlo a loro: dopo un mese e una settimana ho assunto il primo detenuto. Oggi ho due assunti a tempo indeterminato che lavorano da noi tre ore al giorno la mattina». È un numero che può aumentare? «Passata la buriana del Covid sì», ci risponde Matteo.

«Il gioco di parole è piaciuto e la nicchia della gente di strada – dei motociclisti, ciclisti e vespisti – ha risposto bene, siamo stati invitati a molti loro eventi e abbiamo trovato sempre molta solidarietà. Spero presto di assumere il terzo lavoratore. Anche questo progetto, come gli altri, è un intreccio di storie. Tosi ce ne racconta una in particolare.  «Il primo detenuto, una volta espulso e mandato in Albania, l’ho cercato per mesi perché dovevo mandargli il TFR. Non sapeva neanche cosa fosse, non aveva mai avuto un contratto», ricorda. Ma questo progetto ha tanti effetti benefici sui ragazzi che stanno in carcere.  «Puoi scendere a lavorare invece di restare a marcire in cella, ti togli un po’ di paranoie, diventi una persona e non un numero. È bello vedere un prodotto fatto da te, quando le magliette vengono bene c’è l’orgoglio di fare parte di un progetto, di fare qualcosa di buono».

economia carcerariaLa moda di Made In Carcere

A proposito di abiti, al Festival abbiamo visto dei bellissimi vestiti, una serie di marchi che erano lì sotto l’egida di Made In Carcere, un brand che ha più di 10 anni e nasce da un progetto di Luciana Delle Donne. È attivo nelle carceri di Lecce, Matera, Trani, Bari, Taranto e Nisida, dove con l’aiuto di Made In Carcere è stata realizzata una linea di biscotti Le scappatelle.

«I nostri abiti sono manufatti realizzati con tessuti di scarto e di recupero, ma di qualità, scarti che altrimenti andrebbero al macero, a incrementare i rifiuti», racconta Serena Caroccia, volontaria di Made In Carcere. «È una cooperativa sociale, il ricavato della vendita va a coprire le spese e lo stipendio dei dipendenti, detenute e detenuti che ricoprono determinati lavori».

«Made In Carcere sta supportando la nascita di nuove attività di uomini e donne che si vogliono mettere in gioco, ricominciare, seguendo il nostro modello», aggiunge la volontaria. «È un format che può essere gestito da altri: Made In Carcere studia tutto, dal marchio al sostegno attraverso la donazione di stoffe». In esposizione al festival abbiamo visto delle creazioni davvero belle: borse in patchwork a doppia faccia, abiti molto particolari che potrebbero essere usciti da una collezione di Desigual. «Sono donne che hanno buon gusto e creano», spiega Serena Caroccia. «Hanno dato vita a marchi come 167 rEvolution, che nasce in una zona di Lecce come sartoria sociale, ma si occupa anche di corsi di formazione per l’apicoltura, o come Harlequin, una sartoria sociale nata a Taranto».

Tutto questo è inclusione sociale, ed è un lavoro a tutti gli effetti. «Una volta che viene avviata una sartoria sociale queste persone possono essere assunte», conferma Serana. «Hanno le loro ferie, la malattia, uno stipendio. E, una volta usciti, dal carcere, la recidiva è minima».

economia carcerariaIl fiore del deserto: l’apicoltura a Roma

L’apicultura è una delle attività che rientrano spesso nei programmi di reinserimento lavorativo. È al centro di una delle attività de Il fiore del deserto, associazione di promozione sociale che ha sede in Via Nomentana a Roma. «È nata per creare percorsi formativi per ragazze minori che hanno difficoltà di formazione, legate alla detenzione e non solo», racconta Mariella Altomare, responsabile di alcuni progetti. «L’apicoltura è una delle cose più importanti per quanto riguarda la conservazione del pianeta. È un progetto che è nato nella nostra comunità di accoglienza. Abbiamo creato vari progetti legati all’agricoltura sociale fra cui l’apicoltura e la produzione del miele».

Oltre alla conservazione del pianeta, le api possono essere importanti anche a livello di formazione. «Con questi progetti si formano delle persone in una serie di attività e mestieri quasi abbandonati», spiega Mariella Altomare. «È importante anche per i minori, tra gli adolescenti che vivono un periodo particolare».

O.R.T.O.: germogli freschi, tisane e gel da Viterbo

A proposito di coltivazioni, al Festival abbiamo avuto l’occasione di incontrare nuovamente una conoscenza di Reti Solidali, la Cooperativa Sociale Agricola O.R.T.O. (Organizzazione Recupero Territorio e Ortofrutticole), attiva nella formazione e inserimento di persone disagiate nel settore dell’agricoltura multifunzionale, con dei progetti presso la Casa circondariale di Viterbo. Questo incontro è stata l’occasione per toccare con mano e assaggiare alcuni dei loro prodotti, come i loro germogli freschi, dal sapore forte e sorprendente. «Abbiamo portato al Festival dell’Economia Carceraria una serie di tisane» ci spiega Agnese Inverni di O.R.T.O, «In primavera abbiamo cominciato a coltivare erbe aromatiche. Abbiamo una serie di aiuole e adesso sono in un periodo di fioritura. Abbiamo portato qui al festival una serie di tisane, come quelle alla menta, alla perilla e una tisana espettorante. E poi c’è il gel d’aloe, e l’olio essenziale di rosmarino e di lavanda». Anche questa attività è ricca di stimoli e soddisfazioni per i ragazzi che vivono in carcere, anche in vista del dopo.  «Uno dei partecipanti al progetto lo scorso mese d’agosto è uscito e stiamo studiando un suo inserimento lavorativo» ci spiega Agnese. «La nostra è un’attività che permette di imparare a coltivare sul campo, in serra, i ragazzi lavorano sui melograni e sull’aloe. La cosa importante è anche imparare a lavorare in team, i ragazzi qui lavorano in squadra, imparano a collaborare». È una cosa che magari noi diamo per scontata, ma per chi è in carcere non lo è affatto.

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