LET’S KISS: LA RIVOLUZIONE GENTILE DI FRANCO GRILLINI 

Let’s Kiss è il documentario di Vendemmiati al cinema da oggi al 3 febbraio. Un racconto interessante e divertente, grazie all'ironia e alla simpatia dell’attivista.

di Maurizio Ermisino

«La paura del diverso è la paura del diverso che è in noi». È una delle dichiarazioni di Franco Grillini, attivista politico che da trent’anni si batte per i diritti degli omosessuali, e che ascoltiamo, grazie al materiale di repertorio, in “Let’s Kiss – Franco Grillini, storia di una rivoluzione gentile”, il documentario di Filippo Vendemmiati in uscita al cinema il 31 gennaio e il 1 e 2 febbraio. È un racconto interessante e spassoso grazie alla grande ironia e alla contagiosa simpatia di Franco Grillini. Il suo spirito è quello che gli ha permesso di fare le sue battaglie, quella rivoluzione senza morti, una “rivoluzione gentile”, come recita il sottotitolo del film. Quella rivoluzione c’è stata: anche se oggi c’è chi dice che non sia cambiato niente, dal nulla di 30 anni fa a oggi le cose sono cambiate eccome. Uno dei momenti più commoventi del film è il racconto del 2016, quando il parlamento approva la legge sulle unioni tra gli omosessuali. E la piazza chiama Franco per dirgli «senza di te oggi non saremmo qui».

“Let’s Kiss” racconta anche la malattia che Franco sta vivendo, e che non vuole nascondere: lo considera “un secondo coming out”. Così come non vuole nascondere la rivelazione, che ascoltiamo a fine film, sul fatto che non possa vedere il suo  compagno da quattro anni, perché la famiglia di quest’ultimo è contraria.  Let’s Kiss è allora un racconto dell’Italia di oggi. Dove c’è stata, sicuramente, la rivoluzione gentile attuata da Franco Grillini e dell’Arcigay negli ultimi trent’anni, ma dove c’è ancora sessuofobia e omofobia, un tema che nel film viene toccato spesso. Dove finalmente le unioni tra omosessuali esistono, ma dove il DDL Zan, pensato proprio per fermare l’omofobia, viene bloccato in aula.

Una parte importante di Let’s Kiss è dedicata all’AIDS, una battaglia parallela che il movimento per i diritti dei gay ha combattuto negli anni praticamente da solo. “Let’s Kiss” è una confessione a cuore aperto che ricostruisce la vita personale e la carriera, di attivista e poi politico, di Franco Grillini. Che, da quando a 27 anni ha fatto coming out, in fondo sono state la stessa cosa.

Vendemmiati, quanto è stata importante l’ironia nella vita e nelle battaglie di Franco Grillini, e in questo film?
«L’ironia nella vita e nelle battaglie vinte da Franco è stata decisiva, fondamentale. Senza questa Franco non avrebbe potuto portare a casa tutti i risultati che ha avuto. Quello che mi lega a lui da anni è questo modo di intendere la vita. L’ironia è stata un’arma che Franco ha sempre usato: per ribaltare il pregiudizio, per usare il pregiudizio popolare rivoltandone il significato, gettando all’avversario, davanti all’offesa anche più becera, non la violenza verbale, ma la profondità della sua cultura, della sensibilità, negli slogan che sono citati nel film, come nelle cose che ancora dice. Conosco Franco da tanti anni e quando ho pensato di fare il film ho detto “questo deve essere lui, questo deve essere il film”: una sottile linea tra l’impegno, le emozioni e la poesia, profonda con grande leggerezza. “Una risata vi seppellirà” come si diceva una volta. Volevo evitare la glorificazione, la retorica, per questo ho evitato la forma classica del documentario, di intervistare altre persone che lo avrebbero santificato come se fosse già morto…».

Già nel 1982, alle riunioni del Partito Comunista disse che c’erano gli omosessuali anche in fabbrica, e che la questione sessuale era qualcosa di mancante nella sinistra italiana…
«È stata per altro una battaglia che continua tuttora, perché c’è un blocco culturale nella formazione della sinistra italiana, che non è ancora completamente superato: quello per cui i diritti civili sono sempre altro rispetto ai diritti sociali. L’episodio del “busòn” in fabbrica, nel 1982, pur nella sua leggerezza e simpatia era estremamente indicativo ma anche molto profondo, anticipatore dei tempi. Pensiamo a cosa voleva dire allora per gli omosessuali entrare in fabbrica. Su questo sono stati fatti tanti passi avanti, ma non abbastanza. Basti pensare al blocco che ha avuto la legge Zan: un altro esempio di come la sinistra italiana abbia ancora, rispetto ad altri paesi europei, molta strada da fare».

Let’s KissNel film “Let’s Kiss” si parla di sessuofobia, del bullismo e della lettera di esonero militare per gli omosessuali, una scelta difficile, di autoesclusione, ma che ha salvato molte vite…
«Su questo, ci sono due cose che mi hanno colpito rispetto al film e alle reazioni del pubblico. Da una parte, il fatto che è piaciuta molto la ricetta provocatoria del titolo del film, che è baciamoci. È un invito a esternare pubblicamente le proprie emozioni, proprio in considerazione del fatto che oggi in Italia i principali fatti di violenza verbale e fisica sono provocati da atteggiamenti di esternazione pubblica dei propri sentimenti. L’altra cosa che mi ha colpito è quello che è successo quando abbiamo fatto la proiezione a Berlino. A un certo punto una signora tedesca si è alzata e ha ringraziato Franco. Ha detto “Io ringrazio Franco perché ha salvato la vita a quello che oggi è il mio compagno: all’epoca stava con un ragazzo, omosessuale, e durante il servizio militare aveva pensato di suicidarsi, e se non fosse intervenuto Franco con questa delega ai limiti della legge, probabilmente lo avrebbe fatto».

La parte dedicata all’AIDS è un film nel film. Considerarlo “la malattia dei gay” fu deleterio per tutti. Eppure oggi non si fa più informazione. Perché si è smesso?
«È stata una strage di Stato a metà negli anni Ottanta. I ritardi colpevoli con cui lo Stato italiano è intervenuto sull’epidemia hanno comportato migliaia e migliaia di morti. Tutt’oggi non si fa informazione su questo tema, perché si crede che i farmaci abbiano risolto la malattia. Ma non è così, ci sono ancora 1000 morti all’anno in Italia. È stata un’altra delle battaglie tremende che il movimento ha messo in atto in quegli anni, spesso in solitudine contro tutto e tutti una battaglia in trincea, morti funerali, persone che sparivano in pochi mesi. Oggi su questo non si fai informazione. D’altro canto mi interessava capire come questa battaglia abbia interagito profondamente con la personalità di Franco e come l’esperienza della malattia attuale in qualche modo gli abbia fatto vivere su se stesso l’esperienza dell’AIDS. Lui dice che la scelta di dichiarare la malattia equivale a un secondo coming out. Si arrabbia molto, quando un personaggio famoso cerca di nascondere la propria malattia. La malattia capita a tutti. Soprattutto un personaggio pubblico deve dare l’esempio, ha il dovere di dimostrare agli alti che un malato non deve chiudersi in casa, non deve isolarsi dalla società».

Non è vero, come dice qualcuno, che non è cambiato niente. Rispetto al nulla di 30 anni fa tanto è stato fatto, ma tanto è ancora da fare. Qual è il bilancio?
«È cambiato tanto soprattutto nella testa, nei comportamenti delle giovani generazioni. C’è stato uno scarto culturale nei costumi che è passato inosservato e che secondo me è straordinario. Come dice Franco, “abbiamo fatto più conquiste culturali nei ultimi 30 anni che in tre secoli di storia”. Nonostante i passi indietro siano all’ordine del giorno, lo vediamo nella cronaca e nella politica. Una delle cose che colpisce di più, in alcuni filmati di repertorio, è Enzo Biagi che, negli anni Ottana, a Linea Diretta chiede a Franco “quanti siete?”. Lo chiede con un tono quasi spaventato, preoccupato. C’è un retropensiero che magari non era il suo, è come se ci fosse qualcosa di temibile che si sta allargando nella società, che la sta inquinando. la domanda è terribile, è il “marchio” dell’esercito alle porte. Oggi forse domande di questo tipo non vengono più fatte».

È una cosa molto dolorosa che proprio Franco Grillini, nel suo privato, non possa vedere il suo compagno per la sua situazione familiare, è quasi una nemesi, un dover scontare la sua apertura mentale…
«Questa cosa non la sapevo, è uscita all’ultimo durante una delle lunghe chiacchierate. Mi ha colpito in modo terribile. Nel film è un po’ edulcorata, in realtà le minacce che ha ricevuto sono molto pesanti. Ho chiesto a lui se metterla nel film. Mi ha risposto di sì. Perché, mi ha detto “io non sono immune dal pregiudizio, non è che perché io sia una persona emancipata non ne soffra”. Sono stato indeciso fino all’ultimo. Ne ho parlato con i suoi amici, ho chiesto cosa ne pensavano loro, le vere dimensioni di questo fatto, mi hanno convinto. Qualcuno mi ha detto che è la dimostrazione che può capitare a tutti, anche alle persone più avvezze e con più strumenti.»

 

LET’S KISS: LA RIVOLUZIONE GENTILE DI FRANCO GRILLINI 

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