LAZIO, PIANO PERIFERIE. MASELLI: «LA NOVITÀ È IL METODO BASATO SULL’ASCOLTO»

Approvato il Piano regionale degli interventi sperimentali di inclusione sociale nelle periferie 2026-2028: 8 milioni di euro, dieci territori individuati con una mappatura scientifica dell'Università della Tuscia, protocolli d’intesa tra Comuni, Asl e terzo settore. Case del Welfare per fare incontrare le generazioni e contrastare la solitudine degli anziani. Intervista all’assessore all’Inclusione Massimiliano Maselli

di Antonella Patete

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Otto milioni di euro, dieci periferie individuate grazie a una mappatura realizzata dall’Università della Tuscia, e un metodo fondato sull’ascolto e la coprogettazione. È questa, nelle parole di Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale e servizi alla persona della Regione Lazio, l’essenza del Piano regionale degli interventi sperimentali di inclusione sociale nelle periferie 2026-2028, il Piano periferie appena varato con la delibera regionale 514 del 2 luglio 2026. Un Piano che riguarda i capoluoghi di provincia laziali (Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo), due comuni della città metropolitana di Roma (Fiumicino e Guidonia) e quattro periferie della Capitale: Corviale, Tor Bella Monaca, Laurentino 38 e Ostia.

Assessore, in che cosa consiste il Piano periferie e come si differenzia dagli interventi realizzati finora?
«Grazie alla mappatura dell’Università della Tuscia, il Piano ha individuato dieci territori periferici su cui sono stati stanziati 8 milioni di euro, ma confido in un aumento a breve. Si tratta di risorse sia regionali che nazionali, oltre a fondi europei del FSE Plus. Se il Piano sociale regionale 2025-2027 metteva al centro la persona, questa nuova delibera mette al centro la comunità delle periferie. L’innovazione principale sta nel fatto che, prima di mettere a terra gli interventi, ci sarà una fase di ascolto, di condivisione e di confronto con i territori, e solo dopo si decideranno le azioni concrete».

piano periferie
«Le Case del welfare di comunità metteranno insieme i giovani con gli anziani in un’ottica di inter-generazionalità, l’analogico e il digitale, accanto a laboratori, corsi di formazione per l’inclusione lavorativa, momenti di contrasto alla solitudine degli anziani, spazi di relazione e di confronto»

Ci sono altri elementi di novità?
«Fino a questo momento sono stati sempre realizzati interventi spot: una volta venivano dalla Regione, un’altra dal Comune di Roma, un’altra ancora dal singolo Municipio o dal governo centrale. La delibera, invece, mira a coinvolgere la rete pubblica attraverso protocolli d’intesa: Regione, Comuni, Roma Capitale, i Municipi coinvolti, l’università, le scuole, le Asl e i relativi distretti sociosanitari e socioassistenziali di riferimento, perché l’integrazione sociosanitaria è al centro di tutto. Poi, una volta compattata, la rete pubblica va ad allearsi con il privato sociale: volontariato, enti del Terzo settore, cooperazione sociale, fondazioni saranno coinvolti per fare vera coprogettazione, non come semplici esecutori di decisioni prese altrove».

Fin nel titolo del Piano periferie si parla di interventi sperimentali, cosa vuol dire entrando più nello specifico?
«Dei dieci interventi previsti è plausibile che non tutti otterranno gli stessi risultati. La Regione punterà a replicare quelli che avranno raggiunto risultati positivi, ampliando la mappatura ad altre periferie. E aggiungo: questa delibera, partita con uno stanziamento di 8 milioni di euro, potrebbe crescere fino a 50 se altri assessorati come Lavoro, Cultura, Pari opportunità, Politiche giovanili, Casa, Sport – per fare solo degli esempi – decidessero di far confluire qui le proprie azioni».

Nel Piano si parla di Case del welfare di comunità. Quante sono, di cosa si tratta e quale funzione avranno per i cittadini?
«Per ora ne sono previste due, la cui collocazione sarà decisa insieme ai territori, altrimenti non sarebbe coerente con il processo di partecipazione che intendiamo portare avanti. Saranno come dei “contenitori”, che mettono insieme i giovani con gli anziani in un’ottica di inter-generazionalità, l’analogico e il digitale, accanto a laboratori, corsi di formazione per l’inclusione lavorativa, momenti per contrastare la solitudine degli anziani, spazi di relazione e di confronto».

Qual è il rapporto con le Case di comunità?
«Si tratta di percorsi distinti anche se collegati. La delibera arriva al momento giusto, perché si affianca al completamento della rete delle Case della Comunità, dove si attua vera integrazione sociosanitaria per la persona fragile. Le Case del Welfare di comunità nascono in un contesto diverso, ma associato: se le Case della Comunità offrono una rete di strutture di prossimità che evita alla persona fragile di doversi rivolgere al Pronto Soccorso e le Centrali Operative Territoriali (COT) permettono la presa in carico precoce, restano comunque fondamentali quegli spazi dove le persone, in primo luogo gli anziani, possano passare del tempo, coltivare relazioni, seguire corsi di alfabetizzazione digitale. Isolarsi in casa aumenta fragilità e patologie, quindi le due cose viaggiano di pari passo».

Lei ha sottolineato l’importanza di “fare squadra” con il Terzo settore. Come si traduce concretamente questa intenzione sia nelle Case del Welfare di comunità sia nelle Case di comunità?
«Non è pensabile che la Regione o il singolo Municipio gestiscano direttamente le Case del Welfare. Serve un soggetto privato esperto e qualificato, perché è importante innalzare gli standard anche sul fronte della gestione innovativa: penso alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale, che non devono restare appannaggio di ingegneri o dirigenti d’azienda, ma vanno rese comprensibili anche ai cittadini, compresi quelli più avanti con gli anni».

E quale ruolo del volontariato e del Terzo settore immagina per le Case della Comunità?
«Nelle Case della Comunità chi garantisce il servizio non è il Terzo settore, ma il personale dipendente delle Aziende sanitarie e dei distretti sociosanitari: assistenti sociali che avviano la presa in carico attraverso l’unità valutativa multidimensionale, infermieri, medici di base, specialisti, psicologi. Il Terzo settore e il volontariato intervengono come valore aggiunto, insieme alle famiglie e alle associazioni: la singola Asl può coinvolgere una cooperativa sociale o un ente del Terzo settore attraverso avvisi pubblici che fissano criteri di qualità».

Con la scadenza del 30 giugno, le Case della Comunità sono state aperte, ma il rapporto con il volontariato appare piuttosto disomogeneo: casi di eccellenza convivono accanto a situazioni meno strutturate. Come giudica questa situazione a macchia di leopardo e come pensa si possa migliorare la collaborazione con il volontariato?
«Sebbene resti da fare ancora qualche inaugurazione, le strutture sono già tutte aperte, funzionanti e a disposizione dei cittadini. Il volontariato è una risorsa, anche per le Case di Comunità: come le famiglie e l’associazionismo fa parte del valore aggiunto del sistema. Ma la qualità del servizio non può mai prescindere dalla qualità di chi lo eroga, sia esso un soggetto pubblico o del Terzo settore».

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