MIGRANTI, A ROMA E NEL LAZIO LA SOCIETÀ CIVILE INTEGRA, LE POLITICHE ESCLUDONO

21mo Rapporto Idos sulle migrazioni a Roma nel Lazio: sono 651mila i cittadini stranieri che contribuiscono alla tenuta demografica ed economica della regione. Record di cittadinanze, ma il sistema dell’accoglienza è in affanno, i decreti flussi producono irregolarità di fatto. Mentre la politica continua a gestire le migrazioni come emergenza, le associazioni e il volontariato costruiscono la vera sicurezza, tessendo relazioni tra loro e con gli enti locali

di Antonella Patete

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Ci sono alcune luci e molte ombre nella fotografia di come vivono i cittadini di origine straniera che da tanti anni condividono gli spazi pubblici delle città e delle campagne italiane scattata dal 21esimo Rapporto Idos sulle migrazioni a Roma nel Lazio curato da Idos in collaborazione con l’Istituto S. Pio V e presentato il 24 giugno nella capitale: «Una miniera di dati filtrati attraverso un’immaginazione sociologica», come lo ha definito Paolo de Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V, che racconta il cortocircuito tra una società che integra e un sistema che esclude. Un paradosso che vede la società civile e il mondo dell’associazionismo produrre inclusione attraverso progetti rivolti al lavoro, alla scuola, alla famiglia a fronte di un apparato burocratico che continua a operare come se la presenza immigrata fosse ancora temporanea e reversibile, rendendo difficile raggiungere una situazione di agognata normalità.

Associazioni ed enti locali insieme, contro la logica dell’emergenza

«Da una parte vi è una popolazione immigrata che si è progressivamente radicata nel territorio, contribuendo in modo decisivo alla tenuta demografica, alla vitalità economica e alla riproduzione sociale della regione. Dall’altra, permane un sistema istituzionale che, a livello locale, declina politiche nazionali che continuano a leggere e governare le migrazioni come un fenomeno straordinario ed emergenziale, da contenere a ogni costo attraverso apparati burocratici e di polizia. È in questa frattura che si produce il principale cortocircuito del Lazio», ha commentato Raniero Cramerotti, curatore del Rapporto insieme a Ginevra Demaio. «Per fortuna Roma continua a poter contare su reti sociali forti e attive, capaci di prendersi cura della comunità», ha sottolineato Demaio. «Sono le associazioni e il volontariato a costruire la vera sicurezza, tessendo relazioni e interconnessioni tra loro e con gli enti locali. Quando pubblico e privato collaborano è possibile mettere in campo interventi concreti che rispondono ai bisogni reali delle persone: iniziative nate dall’alleanza tra associazioni e istituzioni che, insieme, si prendono cura della comunità e contribuiscono a rafforzarla. Forti e rassicurati da questi legami, dobbiamo continuare su questa strada, con la convinzione che un approccio più umano al fenomeno migratorio non solo sia possibile, ma anche necessario».

21mo Rapporto Idos: nel Lazio i residenti con cittadinanza straniera oltre l’11% della popolazione

Ma chi sono e come vivono i cittadini stranieri a Roma e nel Lazio? Secondo gli ultimi dati consolidati (2024) nel Lazio vivono 651mila residenti con cittadinanza straniera, l’11,4% della popolazione totale, dato superiore alla media nazionale del 9,1%. Quasi due terzi vengono da paesi extra-Ue. La comunità immigrata cresce ancora (+1,2% in un anno) e registra un saldo naturale positivo (+3.425 unità), in controtendenza rispetto agli italiani. La struttura demografica è molto diversa da quella autoctona: il 75% degli stranieri ha meno di 50 anni, contro il 50% degli italiani. L’indice di dipendenza strutturale, cioè il rapporto tra popolazione “dipendente” (giovani e anziani) e quella attiva, è al 27,3%, meno della metà del 60,2% registrato tra gli italiani. Gli stranieri contribuiscono al 14,1% delle nascite regionali, con un tasso di natalità del 7,3 per mille. Segnali di invecchiamento della comunità immigrata sono però già visibili, con il saldo naturale in calo costante da dieci anni (-49,2%). La comunità più numerosa è quella romena, che rappresenta quasi il 30% degli stranieri residenti in regione, quattro volte più numerosa di quella del Bangladesh, seconda nazionalità per presenza e in forte crescita (+2.251 unità rispetto al 2023). Seguono Filippine, India, Ucraina, Albania e Cina. La distribuzione territoriale è disomogenea: bengalesi e filippini si concentrano quasi esclusivamente a Roma, gli indiani a Latina.

Record di cittadinanze e aumento dei permessi di soggiorno di lungo periodo

Un segnale di radicamento crescente, come emerge dal 21mo Rapporto Idos, viene dal record delle acquisizioni della cittadinanza italiana: quasi 17mila in un anno, +16,5%, un ritmo nove volte superiore alla media nazionale. Stesso quadro emerge dall’analisi dei permessi di soggiorno dei non comunitari nel decennio 2015-2024: l’incidenza dei permessi di lungo periodo prevale rispetto a quelli a termine, raggiungendo il 57,5%, con punte oltre il 60% nell’area metropolitana di Roma. Tra i motivi di concessione, quello familiare resta il più frequente per la concessione dei permessi (33,2%). Nel frattempo, però, cambia la natura dei flussi: i permessi per lavoro sono crollati dal 45,7% al 22,6%, mentre quelli per asilo e protezione internazionale sono triplicati, arrivando al 25,5% del totale. Un cambiamento che riflette l’aumento delle migrazioni forzate e le difficoltà strutturali dei canali di ingresso regolare per lavoro, a partire dai decreti flussi.

Le criticità dell’accoglienza, gigantismo delle strutture e ruolo delle società for profit

Sul fronte dell’accoglienza, il 21mo Rapporto Idos fotografa una serie di criticità strutturali. La prima riguarda lo squilibrio tra i centri di accoglienza straordinaria (Cas) ridotti a pura ospitalità alberghiera e quelli del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), più strutturati ma difficilmente raggiungibili dai primi. Si aggiungono il sovraffollamento cronico, con punte oltre il 120%, e il gigantismo delle strutture: il 58,4% degli accolti è concentrato in centri da 50 a 300 posti, mentre due strutture da oltre 300 posti assorbono da sole l’11% della capienza regionale. Pesa anche la forte presenza di società for profit tra i gestori: parliamo di strutture che accolgono quasi un terzo della capienza regionale pur gestendo solo un decimo dei centri, il tutto in un contesto di controlli pubblici scarsi o assenti. A complicare ulteriormente la situazione c’è l’iter burocratico per richiedenti asilo e protezione speciale: tempi dilatati e procedure kafkiane che spingono migliaia di persone verso forme gravi di marginalità.

Decreto flussi, nel 2025 solo il 7,9% delle quote previste si è tradotto in permessi per lavoro

I decreti flussi continuano a produrre irregolarità di fatto. Secondo i dati della campagna “Ero straniero”, che monitora il rapporto tra quote di ingresso previste e permessi effettivamente rilasciati, nel 2025 solo il 7,9% delle quote si è tradotto in permessi per lavoro (16,9% nel 2024). Una parte di chi riesce comunque a entrare rimane a rischio di irregolarità prima di ottenere il permesso: nel Lazio questo rischio è cinque volte superiore alla media nazionale (30,2% contro 6,6%), con punte ancora più alte nell’area di Roma. Sul lavoro, il territorio romano mostra criticità più marcate rispetto alla media nazionale. Il 51,4% degli stranieri ha un titolo di studio medio-alto (38,5% in Italia), ma circa il 46% è sovra-istruito rispetto all’occupazione che svolge, contro il 26,6% degli italiani. I lavoratori stranieri sono inoltre più esposti agli infortuni, compresi quelli mortali: il Lazio è prima tra le regioni italiane per questa voce. Un capitolo a parte riguarda le lavoratrici domestiche straniere più anziane, molte delle quali a Roma già dagli anni Settanta del secolo scorso. Secondo i dati raccolti da un patronato Uil di Ostia in assenza di una ricerca sistematica, molte di quelle con 67 anni e oltre 20 anni di contributi si ritrovano con una pensione così bassa da rendere più conveniente richiedere l’assegno sociale. Un esito in parte legato ai contributi versati spesso in misura inferiore alle ore effettivamente lavorate.

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