22 PAESI CONTRO LA PLASTICA NEL MEDITERRANEO, GRAZIE A FEDERPESCA

L'associazione ha lanciato un manifesto e vuole creare rete, per lavorare assieme al recupero della plastica dal mare Mediterraneo

di Rosa Ferraro e Valeria Maggi

Alla crescente attenzione rispetto ai temi dello sviluppo sostenibile, l’associazione Federpesca (Federazione Nazionale delle Imprese di Pesca) risponde con progetto per il recupero della plastica dal mare. Un progetto ambizioso, promosso con Seeds&Chips, che punta su un’alleanza tra i pescatori dei 22 Paesi del bacino Mediterraneo per recuperare i rifiuti solidi dispersi nei fondali. Punto di riferimento per tutti è il manifesto  “Humans of Mediterranean – La generazione che ha curato il mare“, nel quali si chiede ai governi di creare gli strumenti legislativi e le risorse per curare il mare, liberarlo dai rifiuti e tutelarlo attraverso un modello di sviluppo circolare. Un’alleanza nel settore della pesca, quindi, e un appello, rivolto ad imprenditori, lavoratori, cittadini e tutti coloro che in generale possono offrire un contributo. La tutela dell’ambiente è la precondizione per ogni ragionamento di sistema in materia di tutela del territorio e di sviluppo sostenibile, per contrastare l’idea che lo sviluppo possa non andare di pari passo con la presa di coscienza dei limiti fisici del pianeta e delle sue risorse.

Ce ne parla la dottoressa Francesca Biondo, Responsabile Area normativa di Federpesca.

 

repcupero della plastica dal mare
Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030, il goal 14 è dedicato alla vita sott’acqua

Come nasce l’idea del progetto e chi sono i partner in gioco?
«Per molti anni Federpesca è stata protagonista in varie marinerie italiane di singoli progetti che hanno visto i pescatori in prima linea nel recupero della plastica dal mare. Ovviamente le singole azioni non possono essere sufficienti. Occorre fare sistema. Non solo in Italia ma in tutto il Mediterraneo, perché il mare molto più della terra, non ha confini. Quindi era necessario fare un’azione di sistema, che ci mettesse nelle condizioni di recuperare le plastiche, in un bacino ampio, ma anche chiuso. Per questo abbiamo identificato quella del Mediterraneo come la zona target per eccellenza. Abbiamo infatti chiesto di aderire a molti enti e associazioni di categoria e istituzioni di vari Paesi, non solo europei. Oltre alla Francia, alla Spagna, alla Grecia, a Cipro e Malta, hanno aderito anche le associazioni di pescatori del Nord Africa, tra le quali Algeria, Tunisia, Egitto, Mauritania. Degli 11 Paesi del Mediterraneo coinvolti, sono stati 31 gli enti e le associazioni che nel giorno della sua presentazione a Milano, il 6 maggio di quest’anno, hanno deciso di aderire a questo Manifesto. Per questo motivo è importante fare sistema con tutte le associazioni di pescatori, perché altrimenti è come se recuperassi un rifiuto ad Ostia senza farlo a Fiumicino. Il mare è lo stesso.»

Quali sono tempi e le aree geografiche di azione?
«Siamo in una prima fase di questo progetto, ovvero la fase dell’adesione da parte delle altre associazioni ed enti di categoria e della sensibilizzazione. Anzi, direi che è una fase ancora più importante, perché è proprio quella di promozione del progetto. L’obiettivo è soprattutto quello di mettere attorno a un tavolo tutte le associazioni e cominciare a fare delle azioni concrete in comune, quindi delle campagne di pesca in comune. Ma soprattutto l’obiettivo è di sensibilizzare le istituzioni ed il Governo. Stiamo in questo senso aspettando che si riorganizzi il Parlamento europeo, dopo le ultime elezioni, per portare all’attenzione il progetto, che nel frattempo è stato selezionato dal Ministero degli Esteri nell’ambito di un progetto più ampio dal nome Mediterraneo 5+5: un progetto di Cooperazione internazionale con gli altri Paesi transfrontalieri del Mediterraneo. La nostra speranza è che vengano messe in campo nei prossimi mesi e anni delle azioni concrete e condivise.»

Che attinenza c’è tra imprenditoria e responsabilità sociale?
«Bisogna dire che i pescatori quotidianamente oramai da tanti anni sono impegnati nel recupero della plastica dal mare, è quasi la normalità. Serve però una premessa. I pescatori svolgono questa attività da molti anni, perché vivono il mare tutti i giorni e tengono alla sua tutela, per una questione sia etica che economica. Nel Mediterraneo vantiamo una qualità del prodotto ittico superiore a qualsiasi altra parte del mondo, quindi mantenere il mare pulito, significa essere più competitivi sui mercati internazionali e competere sulla qualità e non sull’abbattimento dei prezzi. È anche importante dire, però, che il recupero della plastica dal mare da parte dei pescatori non può trasformarsi nella loro attività prevalente. Un conto è fare delle azioni civiche, altro è cambiare il core-business dell’attività di pesca, che invece deve essere quello di commercializzare il pescato. È importante quindi il ruolo dei pescatori, ma è altrettanto importante ribadire che il loro lavoro è un altro e sono le istituzioni a dover mettere in campo le azioni concrete per risolvere questo problema.»

 

recipero della plastica in mare
“Siamo plasticamente finiti” (foto di Francesco Saverio Ranieri)

Che importanza ha in questo settore il DDL Salvamare?
«In questo progetto, il DDL Salvamare del Ministro Costa ha un’importanza fondamentale. Infatti, fino ad oggi, in Italia non solo non era prevista una normativa che garantisse il recupero dei rifiuti dal mare, ma anzi i pescatori che recuperavano i rifiuti e li portavano in banchina venivano addirittura multati.
I rifiuti recuperati dal mare si configuravano come rifiuti speciali e addirittura rifiuti direttamente prodotti dai pescatori. Questo significava che, una volta arrivati in banchina, i costi di smaltimento erano a carico del pescatore. Lo erano successivamente anche le responsabilità civili e penali. Chiaramente questo ha provocato che, da una parte, i pescatori hanno continuato a recuperare i rifiuti in mare, proprio perché è loro interesse primario la salvaguardia, la tutela e la pulizia dei fondali. Dall’altro lato ha provocato chiaramente un disincentivo che, a volte, li ha costretti a rigettare in mare i rifiuti ingombranti, che toglievano spazio all’attività principale. Il DDL Salvamare prevede proprio che la responsabilità dei costi di smaltimento e di gestione di quel rifiuto siano a carico dell’ente che smaltisce. Quindi il Comune, la Regione e l’autorità portuale. Questo garantirà una maggiore agibilità per i pescatori, che non saranno più puniti, ma anzi in questo modo potrà essere esaltato il loro ruolo di “guardiani del mare”. Una categoria che oltretutto viene vissuta spesso dalla società civile come quella di coloro che depredano, che prendono dal mare e che invece possono ritrovare un ruolo importante e positivo. Quello che noi auspichiamo all’interno del DDL Salvamare è che divenga presto legge e che preveda degli incentivi sia per i pescatori che recuperano i rifiuti, sia  per i Comuni, gli enti locali e le autorità portuali che devono riceverlo. Se non si procede in questa direzione si rischia che il recupero della plastica dal mare si traduca in rifiuti in banchina, quindi in rifiuti in terra. E oltre a interferire sull’emergenza, bisognerebbe interrogarsi su come il rifiuto in mare non ci arrivi proprio.»

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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