GLI IMMIGRATI DIMINUISCONO, MA SONO PIÙ EMARGINATI

Il Rapporto del Centro Astalli 2018 pone interrogativi e lancia una sfida: abbandonare i muri e diventare comunità accoglienti

di Paola Springhetti

Nel mondo sono stati investiti milioni di euro per costruire, dal 2.000 ad oggi, circa 10mila chilometri di cemento e filo spinato per dividere popoli e nazioni. «Un terzo dei Paesi del mondo presenta attualmente recinzioni, di diverse tipologie, lungo i suoi confini», scrive Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, nel Rapporto Annuale 2018.

Come sarebbero potute andare le cose se quei soldi fossero stati usati per accogliere e integrare? Quante vite si sarebbero potute salvare? Quanti diritti rispettare? Quanto conflitti evitare?

 

CRESCE LA PRECARIETÀ. Nonostante la diminuzione degli arrivi  (171mila nel 2017, meno della metà dell’anno precedente), le richieste che arrivano al Centro dei gesuiti non calano: attraverso le sue sedi sedi sparse per l’Italia, nel corso del 2017 ha avuto circa 30mila utenti, di cui 14mila a Roma; nelle proprie strutture ha ospitato 900 persone (300 a Roma); solo a Roma ha distribuito 220 pasti al giorno.

Rapporto del Centro Astalli 2018
La presentazione del Rapporto del Centro Astalli 2018

Quello che è emerso dalla presentazione del Rapporto del Centro Astalli 2018, e probabilmente è il motivo per cui le richieste non calano, è soprattutto la crescente precarietà dei migranti «spesso indotta da procedure burocratico-amministrative farraginose e da un clima generale più spesso impaurito», secondo Padre Ripamonti.

Persone che hanno visto interrompersi il percorso di riconoscimento della protezione internazionale. Che hanno lasciato un CAS (centro di accoglienza straordinaria) – magari solo per ricongiungersi alla moglie accolta da un’altra parte –  e che non possono più essere riaccolti. che hanno avuto un diniego e quindi sono in condizioni di irregolarità… Molte di queste persone finiscono per strada, si  rivolgono al Centro per chiedere assistenza legale, ma è molto difficile aiutarle.

Pesa anche il fatto, che la Giunta capitolina nel 2017 ha revocato alle associazioni la possibilità di concedere la residenza ai senza dimora e, come è noto, senza residenza la burocrazia diviene invalicabile.

 

rapporto del Centro Astalli 2018
Il rapporto è illustrato con murales che raccontano le migrazioni. Questo. di Herakut, è a Torpignattara, a Roma

LA SALUTE. La precarietà ha pesanti conseguenze anche sul problema della salute, che non consiste – come vuole un pregiudizio diffuso – nel fatto che i migranti “portano le malattie”, ma piuttosto nel fatto che , una volta arrivati qui, si ammalano, a causa appunto della povertà e della condizioni di vita.

A questo si affianca il disagio psicologico di chi ha subito, durante il viaggio o arrivato in Italia, traumi, violenze, perdite di persone care. Per questo la presa in carico delle persone fragili diventa prioritaria.

Dal Rapporto del Centro Astalli 2018 si apprende che attraverso SAMIFO – divenuto Centro a Valenza Regionale inserito nell’organigramma della Asl Roma 1 – sono state fatte nel 2017 oltre 6mila visite a 2mila utenti.

 

L’INTEGRAZIONE. Ma la prima accoglienza è solo un inizio di un delicato percorso che deve portare all’autonomia e all’integrazione. Il Centro Astalli, con il suo modello di accoglienza diffusa, non si sottrae alla sfida, nonostante manchi nel nostro Paese una strategia organica per l’integrazione. Invece, secondo Padre Ripamonti, «per la creazione di comunità integrate la sinergia tra i vari attori dell’accoglienza risulta fondamentale e auspichiamo per il futuro un’assunzione di responsabilità ognuno per la sua parte ancora più efficace».

Rapporto del Centro Astalli 2018
“La divina Accoglienza”, opera di Mauro Sgarbi a Via Giolitti, Roma

L’auspicio dunque è che ognuno faccia la propria parte, ma anche che si superino le polemiche ideologiche sul fatto che «si spendono troppi soldi per l’accoglienza».  Da una parte, «non è la quantità del finanziamento che determina lo stile dell’accoglienza, ma il porre le persone al centro», dall’altro, il continuo giocare al ribasso «non favorisce altro che i mestieranti dell’accoglienza.

Il Centro Astalli ha scelto di lavorare su un modello di accoglienza diffusa, e per questo ha coinvolto tra l’altro diversi ordini religiosi, che accompagnano le persone verso l’autonomia integrata senza costi aggiuntivi per l’ente pubblico.

 

LA COMUNITÀ. Non solo le comunità religiose sono state coinvolte nell’impegno per l’integrazione dei migranti. Anche 28mila studenti di 200 istituti diversi, attraverso i progetti Finestre nei panni dei rifugiati e Incontri, sul dialogo interreligioso. Anche 700 volontari che affiancano i 100 operatori. Anche tutti i donatori che, sfidando un’opinione pubblica ostile e spesso strumentalizzata politicamente, hanno finanziato un quarto dei 3.200.000 euro che il Centro ha speso per la rete dei servizi e per i progetti solo su Roma.

L’obiettivo è «uscire dalla dicotomia noi-loro ed essere sempre più una comunità solidale», ha a detto Padre Ripamonti. Che vuol dire accompagnare la nostra società in un salto culturale difficile, ma che potrebbe portare molti buoni frutti.

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