MSF: ECCO PERCHÈ IL NOSTRO SISTEMA DI ACCOGLIENZA NON FUNZIONA

In Italia migranti e rifugiati esclusi dal sistema di accoglienza e dal sistema sanitario. La denuncia nel Rapporto “Fuori Campo”.

di Micaela Mauro

 Si è svolta ieri presso la sede di Porta Futuro in via Galvani a Roma la presentazione della seconda edizione del rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) Fuori Campo, frutto di un’attività di monitoraggio svoltasi nel 2016-2017 che ha mappato 47 insediamenti informali sorti spontaneamente in 12 regioni d’Italia, popolati in prevalenza da richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria. 10 mila persone che si trovano a vivere in condizioni di grave precarietà, all’interno di insediamenti informali in aree rurali, urbane o vicine alle frontiere in cui sono assenti i più basilari mezzi di sussistenza.

Fuori Campo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Veri e propri ghetti privi di acqua corrente, energia elettrica, beni di prima necessità e accesso ai servizi sanitari. Solo il 45 per cento degli insediamenti può vantare l’utilizzo di acqua corrente ed energia elettricità, mentre in 3 siti su 10 tra quelli analizzati sono presenti minori accompagnati e non accompagnati. Situazione che a Ventimiglia precipita drasticamente, con una percentuale di minori che supera il 50 per cento.

Un secondo rapporto Fuori Campo che segue quello pubblicato nel marzo 2016, consultabile a questo link, e che presenta molti punti di contatto con la situazione rilevata nella prima indagine: continua la gestione sbagliata degli sgomberi, che non prevede soluzioni abitative sostitutive adeguate, ma favorisce la parcellizzazione dei richiedenti asilo in luoghi sempre più di confine, in condizioni di grave precarietà e marginalità. Un’istantanea cruda della condizione abitativa in cui versano i migranti e i rifugiati accolti nel nostro Paese, che pur essendo regolarmente registrati, si trovano tagliati fuori dal sistema di accoglienza nazionale, incapace di far fronte al fenomeno migratorio.

Il rapporto Fuori campo è stato scritto grazie al contributo di volontarie e volontari appartenenti a MSF e ad altre organizzazioni nate per far fronte al fenomeno, che forniscono supporto ai migranti e ai richiedenti asilo nel rapporto con l’amministrazione e forniscono loro beni primari.

 

MAL DI FRONTIERA. Insieme al Rapporto Fuori Campo è stata presentata anche «Mal di Frontiera», un’analisi epidemiologica a cura di Silvia Mancini, esperta di epidemiologia per Medici Senza Frontiere, che indaga la situazione di Ventimiglia, città cerniera tra l’Italia e il resto dell’Europa. Dei 287 adulti intervistati da MSF a Ventimiglia nel 2017, il 23 per cento di chi ha tentato il passaggio del confine ha dichiarato di aver subito almeno un atto di violenza da parte di uomini in uniforme, italiani o francesi. Il rapporto completo è disponibile a questo link.

I PROTAGONISTI. Bloccati alle frontiere, negli spazi aperti e negli edifici occupati delle città, nei ghetti delle aree rurali, senza accesso ai beni essenziali e alle cure mediche di base, spesso costretti a condizioni di vita durissime, il  rapporto Fuori Campo racconta le condizioni di vita di migliaia di migranti che vivono nelle periferie di Roma, Torino, Bari, in zone rurali prossime ai luoghi del lavoro agricolo stagionale o negli insediamenti informali presenti in quelle piccole medie città di confine come Ventimiglia, Como e la provincia di Bolzano.

 

FUORICAMPO
Richiedenti asilo nella galleria “Bombi” a Gorizia. Credit Alessandro Penso/MSF

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA NON È L’ULTIMA FERMATA. Spesso si tratta di migranti in transito che non vogliono fermarsi in Italia, ma sperano di raggiungere i propri familiari in altri Stati, intraprendendo lunghi viaggi che si concludono puntualmente con il respingimento alle frontiere.

Molti degli abitanti di questi centri informali sono, infatti, persone di ritorno da altri Paesi europei, in cui la procedura di asilo è stata rifiutata. Come sottolinea Giuseppe De Mola, referente migrazione MSF Italia e curatore del rapporto: «Provano ad attivarla in Italia, ma nell’attesa rimangono per strada. Un esempio è quello di Pordenone, dove dormono nei fossati di fronte al centro di accoglienza. Gli accordi di Schengen ci sono, ma vengono scalzati dagli accordi bilaterali tra Stati che consentono di respingere alle frontiere i migranti, anche le categorie protette come donne in gravidanza e bambini, come accade in Svizzera».

E i morti in frontiera sono tanti: dalla fine del 2016, più di 20 persone sono morte nel tentativo di lasciare l’Italia. Fulminati sul tetto dei treni dai fili dell’alta tensione o falciati dagli autoveicoli nelle autostrade, non si parla più solo di morti in mare, ma di vere e proprie morti in frontiera, all’interno del cuore pulsante dell’Europa.

 

fuori campo
Stazione Ferroviaria, Trieste. Credit Alessandro Penso/MSF

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN DIFFICILE CLIMA POLITICO. Ma perché presentare questo rapporto in piena campagna elettorale, dopo i fatti di Macerata che hanno generato sgomento e incredulità nell’opinione pubblica e inasprito il dibattito politico? A rispondere è lo stesso Giuseppe De Mola:  «Presentiamo oggi questo rapporto nel primo giorno utile in cui ci è possibile farlo, pur nella consapevolezza del contesto politico in cui ciò avviene. La nostra consapevolezza è quella di chi conosce le persone che vivono nelle fabbriche fatiscenti a Tiburtina, in piena Roma, in mezzo ai ratti e senza acqua potabile. Questa è l’unica urgenza che ci spinge».

Un lavoro di denuncia che però, ci tiene a specificare, «non è solo un rapporto di critiche e richieste, ma anche di raccomandazioni. Cosenza, Padova e Torino sono esempi virtuosi, che hanno effettuato attività di sgombero senza violenza e trovato soluzioni abitative sostitutive adeguate».

 

ENORMI DISTESE DI BARACCOPOLI. «La foto di copertina nel rapporto Fuori Campo ha immortalato la baraccopoli di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, che paradossalmente circonda il Centro di Accoglienza governativo. Sono state censite 4 mila persone in questa baraccopoli.  Nelle aree rurali la situazione è anche peggiore. I campi dei lavoratori stagionali, distese di tende e container, non funzionano, spesso vanno a fuoco». Un altro problema è quello dell’assistenza medica: «I migranti sono per l’80 per cento in regola, dovrebbero avere diritto al medico di base e cure sanitarie. Ma non riescono ad ottenere la residenza anagrafica necessaria. Se occupi una casa per legge non puoi avere la residenza,  e nella maggior parte dei casi si tratta di persone che si spostano frequentemente». Assenti secondo De Mola anche gli strumenti di inclusione sociale: su 180mila Centri preposti, 150mila sono Centri di Accoglienza Straordinaria, in cui non si attuano sistemi di inclusione sociale e non sono fruibili corsi di formazione professionale o di lingua italiana.

 

LA PROPOSTA. Per questo motivo Medici Senza Frontiere auspica che l’iscrizione al servizio sanitario nazionale in un futuro prossimo sia legata al domicilio, e non più alla residenza anagrafica. «In tutti i CAS per legge devono esserci dei presidi sanitari interni: un sistema sanitario parallelo che non favorisce l’inclusione» sottolinea De Mora, «se un migrante sta male può andare solo al pronto soccorso, aspettando ore». E continua elencando le proposte di Medici Senza Frontiere: «Chiediamo che si superino sia la gestione emergenziale che i CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria. Chiediamo interventi finalizzati all’inclusione sociale. Il superamento della logica dei campi per i lavoratori stagionali, che devono avere accesso a delle soluzioni abitative. L’abbandono della residenza anagrafica in favore del luogo di effettiva dimora per l’accesso al servizio sanitario nazionale. Serve che venga rispettata la normativa in merito ai medici di base e aumentata la presenza dei mediatori linguistico-culturali, attualmente quasi assenti».

Immagine di copertina: Alessandro Penso/MSF

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