ROMA. LA PROTESTA DEGLI INVISIBILI IN CAMPIDOGLIO

Ieri la manifestazione organizzata dalla Rete dei Numeri Pari, per chiedere interventi contro le disuguaglianze e che l'Amministrazione si apra al dialogo

di Giorgio Marota

Chi difende gli ultimi? Chi si sta occupando dei nuovi poveri, quelli a cui il Coronavirus ha tolto tutto? Chi sta monitorando il crescente disagio sociale per impedire che si trasformi in rabbia, creando quell’humus fertile dove le mafie si propagano? La fase 3 porta con sé tante questioni, alcune delle quali non prevedono risposte politiche immediate. Eppure bisognerebbe fare in fretta, perché dove manca lo Stato solitamente si radica la criminalità. La Rete dei Numeri Pari, un coordinamento di quasi cento realtà del Terzo settore nato tre anni e mezzo fa, ha lanciato l’allarme denunciando un «analfabetismo istituzionale» riguardo i problemi delle persone. Sabato 20 giugno, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il gruppo ha deciso di manifestare ancora una volta in Campidoglio (l’evento è stato chiamato “Democrazia in comune”) come aveva già fatto a inizio maggio. Gli organizzatori hanno cercato di far rispettare agli oltre 300 partecipanti le misure di sicurezza anti assembramento: quasi tutti hanno indossato una mascherina, più difficile invece mantenere le distanze.

Il silenzio della Sindaca

Rappresentando associazioni, cooperative, movimenti, sindacati, reti studentesche, centri antiviolenza, parrocchie, comitati di quartiere, circoli culturali, scuole pubbliche, biblioteche, centri di ricerca, presidi antimafia, progetti di mutualismo sociale, spazi liberati, cittadine e cittadini la Rete aveva scritto una lettera alla sindaca di Roma, Virginia Raggi.

Rete dei numeri PariTra le richieste della Rete dei Numeri Pari l’incremento del fondo per le politiche sociali (tagliate dal bilancio comunale), l’individuazione di beni immobiliari da mettere a disposizione per i servizi di accoglienza e per le necessità abitative e la garanzia di un’occupazione per chi rischia di perdere (o ha già perso) il posto di lavoro sull’onda lunga della pandemia. La sindaca, nonostante vari solleciti, non ha mai risposto.

«Sono tre mesi che le realtà sociali di Roma chiedono di essere ascoltate e invece non riescono a dialogare con nessuno, sia della maggioranza sia delle opposizioni. È un fatto di una gravità inaudita, questa gente vuole delle risposte», denuncia Giuseppe De Marzo, il coordinatore nazionale della rete. «Viviamo un momento drammatico per la città, che negli anni è diventata la Capitale delle disuguaglianze. Durante il lockdown abbiamo portato avanti solidarietà, mutualismo e cooperazione nonostante le condizioni precarie. Non abbiamo lasciato indietro nessuno. Il coronavirus non ci ha reso tutti uguali, anzi ha drammaticamente aumentato il livello della povertà, delle disuguaglianze e della penetrazione mafiosa a Roma».

Il Paese delle disuguaglianze

Sui cartelli esposti dai manifestanti della Rete di Numeri Pari, tante parole dense di significato: lavoro, casa, accoglienza, servizi sociali, lotta alle mafie, dignità, scuola, cooperazione, inclusione, diritti, reddito e libertà.

Rete dei numeri PariLa protesta, autonoma da qualsivoglia schieramento politico, è iniziata con una performance scenografica: tutti disposti in cerchio, sotto la statua di Marco Aurelio, ognuno con le braccia tese a sfiorare l’altro senza toccarlo, mentre un uomo al centro della piazza ha srotolato un filo per collegare le persone come fossero tanti nodi di un’unica rete. Nel corso della mattinata, inoltre, un gruppo di residenti nell’occupazione di viale del Caravaggio (pare prossima allo sgombero) ha messo in scena un flash mob al grido di “Caravaggio non si tocca”.

A turno hanno preso la parola un profugo, una famiglia italiana che non riesce a pagare l’affitto e rischia lo sgombero, uno studente fuori sede, un Rom, un’operatrice antiviolenza e una che si occupa di accoglienza, una docente, una volontaria che lavora con i minori e un migrante che perderà a breve il permesso di soggiorno perché rimasto senza lavoro. Storie che nascondono dei veri e propri drammi. Come quello di un ragazzo, fuggito dal Ruanda 25 anni fa per la guerra civile. «Siamo degli invisibili», ha denunciato, «ma anche noi cerchiamo la felicità. Io non avrei mai voluto lasciare il mio Paese, ma ci hanno tolto tutte le ricchezze».

Rete dei numeri PariAttenzione perché le mafie non convivono con la burocrazia e offrono, illegalmente, le risposte che le istituzioni dormienti non riescono più a dare. «È sempre così: aiutano le imprese, ma dimenticano i poveri», ha gridato un uomo anziano, prendendosi gli applausi. Secondo i dati Istat, l’Italia è il Paese con il maggior numero di persone a rischio esclusione sociale in relazione alla popolazione totale (1 su 3); dove si trovano due tra le Regioni più povere d’Europa (1° la Sicilia e 3° la Campania); in cui 11 milioni di persone non possono più curarsi per motivi economici e dove le mafie fanno affari per 110 miliardi annui. Tutto questo è causato dai ritardi registrati nel nostro sistema di welfare e dall’assenza di politiche sociali.

Il mondo del volontariato, un baluardo nei giorni più difficili dell’emergenza sanitaria, trema all’idea di mettere a repentaglio anni di impegno costante sui territori.

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