TERREMOTO: UN’ALTRA RICOSTRUZIONE È POSSIBILE?

Il gruppo di ricerca Emidio di Treviri sta analizzando le criticità della gestione del post-terremoto. A marzo i risultati. Ecco qualche anticipazione.

di Mirko Giustini

Esperti di vari settori hanno preso parte al progetto Emidio di Treviri, l’inchiesta sociale sul post-sisma nel Centro Italia. L’iniziativa è il prodotto di una Call for Research delle Brigate di Solidarietà Attiva, luna associazione ispirata alle società di mutuo soccorso proletario di inizio ‘900. La sua mission è la promozione della solidarietà e dell’autogestione.

Alla call hanno risposto ricercatori di vari settori: scienziati sociali, architetti, psicologi, urbanisti, antropologi, ingegneri, giuslavoristi… ne è nata una esperienza di ricerca collettiva articolata su sei temi principali: salute, territorio, governance, rurale, cultura materiale, psicologia e comunità. Obiettivo comune è ricostruire un quadro il più possibile generale rispetto alle criticità emerse nel gestione di Governo e Protezione Civile.

A marzo uscirà un libro che riepilogherà i risultati raggiunti dal gruppo Emidio di Treviri. Abbiamo chiesto a Davide Olori, coordinatore dell’iniziativa, qualche anticipazione.

Dottor Olori, a quali fonti attingete per i vostri lavori?
«I dati li stiamo reperendo dalla Protezione civile, ma abbiamo riscontrato diverse difficoltà. Quando c’è stata rifiutata la richiesta di accesso agli atti, abbiamo dovuto fare ricorso al Tar, avvalendoci di studi legali che ci aiutano gratuitamente. Le istituzioni non sono disposte a rendere disponibili le informazioni più dettagliate. Un esempio riguarda i dati relativi alle forniture di spesa dei moduli abitativi. Perché non si riesce a capire quanto si è speso? Sono riportate solo le cifre stanziate ipoteticamente».

 

Emidio di Treviri
Le Brigate di Solidarietà attiva agiscono nelle emergenze

 

Si riferisce a quelle inserite nel bando?
«Il bando per i moduli abitativi collettivi è stato aperto e chiuso in una settimana, per motivi di emergenza. In un periodo così breve di tempo è chiaro che si sono potute presentare solo le aziende chiamate a parteciparvi. Tutto viene giustificato dal meccanismo della fretta».

Quali conseguenze producono i ritardi nella consegna delle Sae (soluzioni abitative d’emergenza) in termini di salute?
«La soluzione alberghiera risulta medicalizzata. Gli orari e le diete vengono scanditi dall’esterno. Si condividono spazi angusti e si è costretti alla convivenza forzata. È una situazione tollerabile nei primi mesi dell’emergenza, ma dopo più di un anno si sono registrati una serie di scompensi psicologici».

La soluzione delle Sae era l’unica possibile?
«Secondo noi il modulo più intelligente è quello del container familiare privato. Dalla delibera Pieve Torina le istituzioni si sono battute contro questa proposta, nonostante fosse quella richiesta dai Comuni stessi. Pensare una casa standard che vada bene per tutta Italia, sia per un’area urbana come L’Aquila sia per una rurale come Arquata del Tronto, è un errore. Nei luoghi in cui sono state costruite le Sae il consumo di suolo è quasi pari al 100%. »

Che differenza c’è tra le cosiddette “casette” e i container?
«Innanzitutto i costi. Le casette hanno un tetto di spesa che oscilla tra i 1.800 e i 2mila euro al metro quadrato. I container invece arrivano a un massimo di 500-600 euro al metro, installazione compresa. Il consumo di suolo poi è minore. Senza contare che i container avrebbero potuto essere installati dentro spazi privati. Per chi ne fosse stato sprovvisto l’amministrazione pubblica avrebbe dovuto individuare un terreno demaniale dove collocarli. Questa soluzione avrebbe disincentivato la fuga da quelle zone. Perché decine e decine di persone sono state costrette a spostarsi nonostante le loro case non abbiano subìto danni rilevanti. Si sono allontanati perché mancava il contesto economico di riferimento e i mercati di sponda.»

 

Emidio di Treviri
Il gruppo di ricerca Emidio di Treviri sta studiando la ricostruzione, per evidenziarne le criticità

 

Cosa è emerso invece dal gruppo “governance” del progetto Emidio Di Treviri?
«La narrazione con cui sono state spiegate le decisioni prese. Lo storytelling scelto è quello di una zona che deve essere riscoperta, una messa in scena sull’autenticità dell’Italia rurale. Le aree messe a profitto, e quindi interessate da investimenti maggiori, sono quelle con un immediato ritorno commerciale. È stata utilizza una retorica green, ambientalista, dell’eco sostenibilità. L’obiettivo è stato da sempre realizzare dei piccoli expo sul modello milanese. Basta pensare agli otto ristoranti dell’area food nella piazzetta di Amatrice.»

In effetti sono diverse le deroghe ai vincoli paesaggistici.
«I paletti burocratici si sono rivelati forti con i deboli e deboli con i forti. Le persone non possono mettere il tetto sulla roulotte dove dormono da un anno, perché altrimenti vanno in deroga ai vincoli paesaggistici, mentre a Castelluccio di Norcia è possibile edificare 6mila metri quadrati di centro commerciale? Tale modello suggerisce un tipo di turismo “mordi e fuggi”, attraverso un sistema, che favorisce l’estrazione dal territorio e non la formazione di una nuova microeconomia locale. Gli incentivi sono indirizzati verso brand già affermati prima del terremoto. Non si è pensato al formaggio di Arquata o alla pecora di Montegallo, ma all’amatriciana di Amatrice. Il criterio è la riconoscibilità sul mercato.»

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