ROMA, MIGRANTI. SE IL CAPITANO È CONDANNATO

Il protagonista di Io capitano di Garrone urla orgoglioso per aver salvato tante vite al timone di una barca, ma la realtà inizia facendo i conti con il sistema di accoglienza. A Spin Time Labs l’incontro Cosa succederà al capitano? su diritto d’asilo, libertà di movimento e accoglienza

di Maurizio Ermisino

“Io capitano!” grida orgoglioso il protagonista del film Io capitano di Matteo Garrone, dopo un lungo e dolorosissimo viaggio, e dopo il suo atto di eroismo che ha salvato tanti migranti, tante persone come lui. Ma la realtà, per tanti ragazzi come lui, inizia proprio dopo quel fotogramma, dopo la fine del film, quando chi, una volta sopravvissuto al viaggio, scampato alla morte in mare, tocca terra e si trova a fare i conti con il nostro sistema di accoglienza. È di questo che si è parlato nell’incontro Cosa succederà al capitano? organizzato a Roma il 18 dicembre, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti dei e delle migranti 2023, presso lo spazio sociale Spin Time Labs, a cui hanno parlato oltre 20 organizzazioni della società civile, tra associazioni, sindacati, ong, in quella che è stata la tappa romana della campagna nazionale Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di Movimento.

Io capitano
Io capitano, di Matteo Garrone , è una storia di migrazioni dall’inizio, che parte dai sogni di chi viaggia. E il controcampo della narrazione sui migranti a cui siamo abituati

Uno di questi “capitani”, per cui il finale del film è stato molto diverso da quello del capitano di Garrone, è Alaji Diouf, scambiato per uno scafista e condannato a otto anni di prigione. La sua storia ce l’ha raccontata Alice Basiglini di Baobab Experience. «È uno di quelli che il nostro governo e i media mainstream chiamano scafista» racconta. «Un ragazzo del Senegal che è stato messo sul banco degli imputati e poi in carcere solo per aver dato aiuto solidale ai migranti. Migliaia di persone migranti sono trascinate in carcere e sottoposte a processi sommari in base a testimonianze raccolte in modi pochi consoni in una totale sospensione dello stato di diritto». «Alaji è stato accusato di aver portato il barcone da una persona che stava lontanissima, a differenza di altri che invece non accusavano lui. Non sapeva né leggere né scrivere, sapeva solo la lingua mandinga, non conosceva l’inglese, il francese e l’arabo, le lingue con cui è stato condotto il processo. E il timone di quel gommone non lo aveva neanche sfiorato». «Vengono usati come scafisti anche persone costrette con la forza, con la violenza dalle autorità libiche, persone che hanno quell’unica occasione per fare il viaggio senza pagare i grandi costi che comporta», continua. Condannato a dieci anni, nella sentenza d’appello ha visto la condanna ridotta da 10 a 8 anni. «Nella stessa sentenza il giudice ha detto era un disgraziato come tutti gli altri, che non sono gli organizzatori del viaggio, ma scafisti improvvisati allenati sulla spiaggia a condurre i gommoni pochi giorni prima della partenza. Disgraziati, ma considerati colpevoli dal nostro ordinamento».

Le storie di Pato e di Bashar

Spin Time Labs
L’incontro Cosa succederà al capitano? organizzato a Roma il 18 dicembre presso lo Spin Time Labs è la tappa romana della campagna nazionale Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di Movimento. Foto Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose

Quella di Alaji è una storia sintomatica di quello che succede ai nostri confini, dove la solidarietà troppo spesso viene criminalizzata e punita. È una delle tante storie che abbiamo ascoltato a Spin Time Labs. Come quella che ci ha raccontato Souhayla Saab, responsabile dell’orientamento e delle informative rivolte a cittadini di altri paesi per Yalla Study, il progetto del Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose per garantire il diritto allo studio degli studenti che intendono arrivare in Europa per studiare da Libano, Palestina, Siria. «Due giovani siriani sognavano di completare i loro studi in Europa, in un posto sicuro, lontano dalla guerra» ha raccontato. «Hanno provato a richiedere un visto di studio, ma la loro richiesta è stata respinta per motivi ingiusti. Uno di loro ha deciso di intraprendere la strada più difficile, e ha provato a viaggiare via mare, l’altro è rimasto in Siria. Avevano due cose in comune, il sogno di studiare e la morte: uno è morto in mare, uno per la guerra in Siria. Che dura da più di 11 anni. Quello che rende più duro tutto è l’impossibilità di muoversi». Abbiamo ascoltato, raccontata dagli attivisti di Mediterranea, la storia di Pato, un uomo camerunense che ha perso la moglie e la figlia ai confini della Tunisia dopo che le autorità locali hanno deportato milioni di migranti su “mandato europeo”. Ma anche una storia a lieto fine, come quella di Bashar, un rifugiato arrivato da Raqqa con i corridoi umanitari organizzati dalle chiese, cattolica e protestante, e dalla società civile. È un segnale importante: il messaggio è che ci vuole tempo, un lavoro lungo e complesso. Ma è possibile venire qui anche attraverso vie legali.

La crisi climatica e le migrazioni

Spin Time Labs
Il rapporto Legambiente e UNHCR sugli effetti della crisi climatica sulle migrazioni forzate

Quando parliamo di diritto alla libertà di movimento non possiamo non puntare l’attenzione al nesso tra la crisi climatica e le migrazioni, tra la crisi climatica e i conflitti. La giustizia climatica è uno dei temi di oggi, e non può esserci giustizia ambientale senza giustizia sociale. Legambiente e UNHCR hanno realizzato un rapporto proprio legato a questi temi. La crisi climatica colpisce tutti, ma soprattutto i paesi del sud del mondo. Ed è un fattore che influenza gli altri, e a sua volte ne viene influenzato. La guerra civile siriana è legata anche a una grande crisi idrica avvenuta tra il 2007 e il 2010. Ogni conflitto genera a sua volta centinaia di milioni di tonnellate di gas serra, Cristina Franchini di UNHCR ha riportato un dato impressionante: nel mondo sono 114 milioni di persone quelle costrette alla fuga, ad abbandonare le loro case. Non solo a causa della crisi climatica, ma ormai le cause che spingono le persone alla fuga sono correlate. Di questi 114 milioni, oltre 62 milioni sono le persone sfollate interne, che non vanno cioè oltre il confine del loro paese, ma restano in alcune zone di questo. La maggior parte delle persone che si sposta per il clima resta nei loro paesi di origine; se supera il confine in alcuni casi viene applicata la convezione Ginevra, altrimenti si prova a tutelarli con altri mezzi. La crisi climatica è una crisi umanitaria che impatta sulle persone in modi diversi, spingendole a lasciare il proprio paese, rendendo l’esilio più difficile e impedendo il ritorno nel paese d’origine.

Lavorando sulla buona accoglienza si lavora anche per i territori

Spin Time Labs
Un monologo teatrale in collaborazione con il tavolo cultura di Spin Time Labs “La verità che è in me”. Foto Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose

Ma c’è un altro aspetto importante legato al diritto di movimento e al diritto di soggiorno. Il fatto che il migrante, una volta arrivato nel nostro territorio, incontra delle comunità. E la società civile risponde a questa richiesta di incontro. «Accoglienza significa “raccogliere insieme” riflette Francesca Malara del CNCA. «Vuol dire che raccogliamo insieme, non che includiamo: non ti voglio solo includere nella società, ma voglio che costruiamo il cambiamento insieme. Credo che fino ad ora siano uscite molto poco fuori le voci dei migranti: manca ancora il protagonismo delle persone migranti nelle strutture». «I nostri obiettivi sono due», interviene Lucia di Refugees Welcome. «Il primo è togliere quell’extra davanti alla parola extracomunitario, perché una volta che sei qui non sei più extra, non sei diverso da me, fai parte della comunità. Il secondo obiettivo è togliere la frontiera di dosso alla persona, restituire una dimensione di comprensione e vicinanza, che è qualcosa che purtroppo gli addetti ai lavori non sempre possono fare da soli». C’è insomma un nuovo concetto di accoglienza, che non è più solo in capo a chi accoglie, ma un rapporto di scambio e reciprocità. La società civile è utile a chi viene nel nostro paese, ma quella persona che viene da fuori è utile alla nostra società. È un concetto da tenere sempre a mente. Con l’accoglienza tra le persone nascono relazioni. «Una persona che ha questo tipo di relazioni dovrebbe poter rinnovare il permesso di soggiorno una volta e basta, invece deve farlo di continuo» spiega la rappresentante di Refugees Welcome. «Deve mantenere queste relazioni: bisogna difendere il diritto di soggiorno da una precarietà che il governo mette in atto». A proposito sono di accoglienza sono state raccontare le esperienze di Recosol, la Rete delle Comunità Solidali, nata come rete dei comuni solidali nel 2003 su iniziativa di alcuni piccoli comuni piemontesi per fare rete e iniziative che un singolo comune da solo non sarebbe riuscito a fare. Ma ci sono molti comuni così anche al sud, piccoli comuni isolati che rischiavano lo spopolamento, e, grazie, all’accoglienza, sono riusciti a rimanere in vita.  Uno di questi casi è il comune di Acquaformosa, in provincia di Cosenza, Calabria, dove tempo fa è stato avviato il primo progetto di accoglienza, è stato costituito un consorzio che dà lavoro a 15 persone che così possono rimanere nei loro territori e non spopolarli. Allora lavorando sulla buona accoglienza si lavora anche per i territori.

Il centro Ararat e i curdi, identità negata da tutti

In questo modo si fa comunità e si evita la ghettizzazione. È interessante, in questo senso, la storia di Senza Confine e del centro socio-culturale Ararat, l’ambasciata curda di Roma. Un centro culturale che però, di fatto, oggi fa anche accoglienza, autogestito e autofinanziato dalla comunità curda. Una comunità che vive una situazione assurda, che scappa da un paese che non riconosce il loro popolo e la loro lingua. «I curdi non esistono» ci racconta un esponente di Ararat. «È un’identità negata, da parte di tutti. Al centro Ararat sento la libertà. Ho trovato il Kurdistan. Ma non posso dire la parola Kurdistan, perché se la dico rischio di essere ammazzato. Solo a mio padre, a mia madre, ai miei parenti posso dire di essere curdo. All’esterno no, e questo ci porta a sentirci inferiori. Quando sono arrivato al centro Ararat ho conosciuto curdi provenienti dai vari lati del Kurdistan: turco, siriano, iracheno e iraniano. Erano tutti uguali, anche se erano divisi tra i loro stessi oppressori».

ROMA, MIGRANTI. SE IL CAPITANO È CONDANNATO

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