I SENZA NOME: LAMPEDUSA, INTEGRAZIONE POST MORTEM

The Nameless – I Senza Nome, documentario di Francesco Paolucci, racconta la storia del cimitero di Lampedusa dove sono sepolti, accanto agli abitanti dell'isola, i migranti morti attraversando il Mediterraneo

di Maurizio Ermisino

“Mi ricordo che, alla fine dello sbarco, scende questo sacco nero. Iniziamo a chiedere ai suoi compagni di viaggio se conoscevano il nome e il cognome di questa persona. Ezekiel, nato in Nigeria. Ritrovato senza vita in un’imbarcazione a bordo della quale tentava di raggiungere l’Europa. 26 febbraio 1973- 21 gennaio 2009”. Quella vittima ha un nome, forse è quello vero, forse no. Per provare a capire chi sono le persone che perdono la vita durante i viaggi nel Mediterraneo e gli sbarchi sulle nostre coste, spesso ci si affida a chi è stato con loro. Ma non c’è certezza. E così, molto spesso, è un “pare che” fosse la persona di cui si dice. Le tante vittime degli sbarchi sulle nostre coste sono The Nameless – I Senza Nome, come il titolo del documentario di Francesco Paolucci, che racconta la storia del cimitero dell’isola di Lampedusa dove sono sepolti, insieme agli abitanti, anche i migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Racconta la storia di Modou Lamin, un ragazzo partito dal Gambia con il sogno di fare l’artista, arrivato in Italia e tornato a Lampedusa per dare una dignità a quelle sepolture, dipingendo le lapidi dei senza nome. Le tragedie dei migranti stanno diventando, nonostante tutto, simbolo di integrazione, resistenza e memoria collettiva attraverso le voci di Modou Lamin e delle persone che, insieme a lui, si prendono cura del ricordo di questi esseri umani senza identità. The Nameless – I Senza Nome, con l’organizzazione e la produzione esecutiva di Claudio La Camera, è prodotto da Fondazione Barba Varley ETS, Premio Internazionale 2022. «La fondazione si occupa di promuovere progetti legati alla memoria, soprattutto dei senza nome, in varie parti del mondo, come ad esempio in Colombia» ci racconta Francesco Paolucci. «Una parte del premio 2022 è stato utilizzato per finanziare il progetto Memoramica al cimitero di Lampedusa, iniziato da diversi anni con la cura di Lampedusa Social Forum, Lampedusa Solidale e Mediterranean Hope. I disegni sulle ceramiche sono di Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope. Claudia Andreani, di Memoramica, è di Umbertide, come Francesco; Modou Lamin lavora a Umbertide e insieme a Claudia fa questi lavori artistici con le maioliche. Ha riprodotto sulle maioliche i disegni di Piobbichi: hanno la stessa matrice e un tratto un po’ diverso. Io dovevo fare una documentazione di questo progetto ma, dopo dieci giorni là, ci siamo resi conto che il materiale che avevamo poteva avere la dignità di un reportage». E così è nato I Senza Nome, un documentario del 2022 che sta facendo il giro dei festival e delle tante occasioni di divulgazione: è stato appena presentato, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, a Santa Margherita di Berice (Agrigento).

Una cura post mortem artistica

I senza nome
I senza nome racconta la storia di Modou Lamin, un ragazzo partito dal Gambia con il sogno di fare l’artista, arrivato in Italia e tornato a Lampedusa per dipingendo le lapidi dei senza nome, dare loro una dignità

The Nameless – I Senza Nome è un’opera carica di pietas, di rispetto, di senso della memoria. È raccontata con un grande pudore e contegno. «Siccome erano tutti lì a onorare le persone che non hanno identità, ci sembrava giusto non apparire» ci racconta Francesco Paolucci. «Si vedono solo le mani, o le figure di spalle. La cosa più importante è che dovevano parlare questi disegni, questa cura post mortem artistica che queste persone cercano di dare prendendosi cura delle sepolture dei senza nome. Ho deciso di animare alcuni dei disegni di Piobbichi, e l’ho fatto grazie a un animatore messicano, Nespy 5 euro, che ha reinterpretato le immagini».  Il film racconta le morti con la bellezza delle opere d’arte, questi lavori in maiolica che vengono posizionati sulle tombe di quelli che non ce l’hanno fatta e hanno perso la vita. Una serie di piastrelle decorate a mano, che, poste una ad una sulla tomba, facendo le veci della lapide, diventano un dipinto, un affresco.

Il mare spinato è il simbolo più forte

Ci sono delle immagini ricorrenti, simboliche, potenti che ricorrono in queste opere d’arte e ricordano i caduti in mare al cimitero di Lampedusa, e che ritornano negli inserti di animazione del film. Il mare spinato, le piume, la famosa scultura “la Porta d’Europa”. «Il mare spinato è il simbolo più forte» riflette il regista. «È inteso come una frontiera invalicabile e anche una sorta di richiamo ad Auschwitz, un mare che diventa un punto di non ritorno per molti, che vengono inghiottiti nel buco nero del Mediterraneo. Una volta che il filo spinato recide queste vite, la piuma è una sorta di tentativo di dare una leggerezza e una speranza a queste anime che vengono recise e riescono a volare, a superare il filo spinato. Sono il simbolo di morti ingiuste».

Una sorta di integrazione postuma

Ma la cosa che più colpisce è che, in quel cimitero di Lampedusa, si realizza una sorta di integrazione postuma, quella che non è stata possibile in vita. «È uno dei messaggi più forti» concorda Paolucci. «Accanto agli abitanti dell’isola, sono sepolte le persone senza identità. Molti abitanti dell’isola cedono il loro loculo a queste persone. Dicono: “fino a quando non tocca a me possono starci loro”. Queste sepolture colorate, con queste storie così forti, a fianco delle tombe dei lampedusani, sono l’esempio più forte di integrazione. È come quando dicono “portateli a casa vostra”: è quello che accade, le persone hanno detto “quello è il mio posto ma quella ragazza potete metterla lì”. Accanto alla tomba tutta colorata con il disegno di una ragazza c’è una tomba classica, storica, in marmo nero, di una persona dell’isola». Ma c’è un’altra immagine che è molto forte e racchiude il senso del film. «A un certo punto dei ragazzi in costume da bagno attraversano il cimitero» ci illustra il regista. «Tre vanno avanti, uno devia e si infila all’interno. Forse sarà andato lì per la nonna, ma ho voluto mettere questa immagine perché vuole dirci che quelle storie devono fare i conti con gli abitanti dell’isola, che simbolicamente rappresentano tutta la nazione. C’è chi tira dritto, ma uno su quattro si ferma. È un’immagine che idealmente racchiude il senso di tutta questa storia».

Pare che si chiamasse Yassin

I senza nome
Nel cimitero di Lampedusa si realizza una sorta di integrazione postuma, quella che non è stata possibile in vita

“Pare che si chiamasse Yassin. Pare che venisse dall’Eritrea”. Spesso è questo che si scrive sulle lapidi. Perché non ci sono documenti. E quello a cui ci si affida è il racconto di chi ha fatto il viaggio con loro. Quel “pare che” è una denuncia: sull’identità non ci sono certezze, l’unica cosa certa è che il corpo di Yassin sia arrivato senza vita a Lampedusa nel 2015. Quelle lapidi allora diventano memoria, diventano la dignità che quelle persone, fino a che sono rimaste in vita, avevano. Ma apporle alle tombe, dice un’attivista, vuol dire anche raccogliere le prove per dei delitti per cui qualcuno un giorno dovrà rendere conto. «Quel “pare che” è una botta allo stomaco» ci conferma Paolucci. «Anche se raccogliamo le storie sulle persone che sono morte grazie alle persone che sono sbarcate con loro, queste informazioni non hanno un valore legale. Possono solo scrivere “pare che”. Ci vorrebbe tutto un percorso istituzionale che raramente viene fatto per far sì che ci sia un riconoscimento. Oltre a sapere dove sono, e avere un motivo per cui i parenti possono andare a piangere i parenti in un luogo fisico. Ci sono questioni legali, successioni, il fatto di sapere se si è orfani e vedove. Certezze che un non riconoscimento non dà. C’è tutto un altro discorso che si apre, e che è molto ampio. Lo ha raccontato nel suo libro bellissimo, Naufraghi senza volto, Cristina Cattaneo».

Quella scritta fatta a mano, con un dito

Tra le tante opere d’arte, c’è una scritta, fatta a mano, con un dito, sul cemento appena posato. «Una cosa meno estetica, ma dal grande significato» ci racconta l’autore. Erano i primi anni Duemila e un custode ha preso e ha detto “almeno un segno devo farlo”, lo devo scrivere. È stata coperta la parola extra ed è rimasta “acomunitaria”. Nando Dalla Chiesa scrive che la poesia di Totò, La livella, non è del tutto vera: ci sono persone che anche con la morte non acquisiscono la stessa dignità delle altre. Se non fossi andato lì quella riflessione non l’avrei fatta».

I SENZA NOME: LAMPEDUSA, INTEGRAZIONE POST MORTEM

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