DAL CAPORALATO ALLO YOGURT: LA STORIA DI BARIKAMÀ

Le baracche di Rosarno, 9 ragazzi, lo yogurt all’africana e ora una cooperativa. Che dà lavoro a ragazzi con Asperger e sogna di crescere ancora

di Maurizio Ermisino

Da Rosarno al lago di Martignano, a Roma. Dallo sfruttamento, il caporalato e le minacce di morte a una propria attività, capace di crescere e di creare anche posti di lavoro ad altri ragazzi. È la storia della cooperativa Barikamà, nome che in maliano vuol dire “resilienza”, e di nove ragazzi africani. A Rosarno raccoglievano pomodori, lavorando 12 ore al giorno, in cambio di pochi euro, e dormivano nelle baracche.

Oggi producono un ottimo yogurt e degli ortaggi, tutto rigorosamente biologico, nel Casale di Martignano, a 35 chilometri da Roma. Sono Suleman Diara, maliano, presidente della cooperativa, che sogna che il progetto cresca ancora per aiutare altre persone in arrivo dall’Africa, o che vivono in quel continente. Aboukabar viene sempre dal Mali, e il suo sogno è comprare un trattore e tornare nel suo villaggio per coltivare mais, miglio, riso e cotone. Anche Sidiki è maliano, viene da una famiglia di pescatori e agricoltori, e in Italia è passato dalle campagne di Foggia, Nardò e Rosarno: oggi ha un lavoro e parla meglio l’italiano. Cheik viene dal Senegal, e per lui la bellezza del progetto è anche l’aver imparato l’italiano e aver insegnato a tanti italiani la cultura dell’Africa. Modibo viene dalla Guinea, e tiene molto alla crescita di questo progetto. E anche a salutare tutti quelli che comprano lo yogurt. Ismael è del Benin, e spera che questo progetto serva a integrare i ragazzi italiani e gli africani. Saydou viene dal Gambia, è stato lui a iniziare il progetto con Suleman nel 2011 e di recente è tornato a lavorarci. Oltre al suo lavoro, ama molto il calcio.

 

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OLTRE ROSARNO. Suleman, con cui abbiamo parlato di Barikamà, è arrivato in Italia nel 2008, ed è stato a Rosarno per più di un anno. Ha vissuto anche la famosa manifestazione del 2010, la rivolta contro il razzismo e lo sfruttamento. «In quel momento lavoravo con una persona che non mi aveva pagato il lavoro di un mese» ricorda. «E, quando ho chiesto di essere pagato, ha minacciato di ammazzarmi. E mi ha dato 50 euro per un mese di lavoro. La rivolta è nata quando hanno sparato a queste quattro persone: c’è stato un passaparola nei luoghi dove molti di noi erano riuniti, e da quel momento abbiamo radunato tutto il gruppo e abbiamo fatto una manifestazione. Era il 6 gennaio, nel pomeriggio: una volta finita la manifestazione siamo tornati nelle baracche. Il 7 gennaio mattina siamo andati a parlare con il sindaco, che ci ha garantito che avrebbe aumentato la sicurezza.  E quando siamo tornati nelle baracche sono arrivati i carabinieri e ci hanno detto che ci avrebbero portati via tutti, perché i cittadini erano talmente infuriati che, se fossimo rimasti lì, avrebbero sparato a tutti quanti. Oltre a sfruttarci ci sparano pure. E non possiamo neanche manifestare. È incredibile». Dopo Rosarno lui e altri ragazzi sono stati portati a Crotone e Bari. Dopo qualche giorno hanno liberato molti di loro, ma alcuni sono rimasti in prigione per mesi. «Siamo finiti a Roma, senza conoscere nessuno, e dormivamo alla stazione Termini» continua il suo racconto Suleman. «Conoscevamo un signore, a Rosarno, che dava una mano alle persone malate, o in difficoltà, o senza permesso di soggiorno.  Quando ha saputo che dormivamo a Termini è venuto a Roma ed è andato a parlare con quelli di un centro sociale sulla Prenestina, ExSnia. E grazie al loro aiuto, siamo andati in questa ex fabbrica occupata, e abbiamo ottenuto un permesso di soggiorno umanitario, un permesso temporaneo di un anno. E da lì abbiamo avviato questa attività».

 

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YOGURT ALL’AFRICANA. L’attività della cooperativa Barikamà consiste nella produzione di yogurt e ortaggi biologici. Ma come è nata l’idea? «È nata nel momento in cui abbiamo ottenuto il permesso di soggiorno» ci racconta Suleman. «Ci siamo detti: il lavoro non si trova. Così abbiamo pensato di produrre lo yogurt. Per noi era la cosa più semplice: in Mali nel latte non mettiamo i fermenti lattici; per noi era una cosa molto semplice scaldare il latte e farlo fermentare».

«Lo yogurt lo produciamo con la logica africana» continua. «Da noi lo facciamo senza fermenti, e diventa una sorta di latte acido e compatto. Anche quando abbiamo saputo che bisognava metterci i fermenti lattici abbiamo cercato di ottenere qualcosa di simile al nostro yogurt. Il gusto è molto diverso dai prodotti che si trovano in giro, e una volta che uno lo mangia viene voglia di riprenderlo. Anche per gli ortaggi seguiamo una logica nostra: per concimare il terreno usiamo solo il letame delle pecore. Sono molto saporite, è tutto biologico e molto particolare». Un’altra particolarità della cooperativa è quella di fare le consegne rigorosamente in bicicletta, e di usare il vetro per i propri prodotti, il tutto nella logica del massimo rispetto per l’ambiente.

L’inizio dell’attività di Barikamà, però, non è stato dei più facili. «La gente all’inizio non si fidava del prodotto, si chiedevano “se lo compro non mi farà male?”. C’era un po’ di diffidenza verso di noi» ricorda Suleman. «Ma il prodotto è buono, e molto particolare, e il passaparola ha cominciato a farlo andare. Abbiamo iniziato producendo 15 litri a settimana, eravamo solo due persone».

 

TUTTI NELLA STESSA BARCA. I ragazzi di Barikamà sono partiti costituendo un’associazione di promozione sociale. Nel 2014 è diventata una cooperativa sociale di tipo B, con l’idea di inserire nel progetto anche delle persone svantaggiate. «Abbiamo pensato di inserire dei ragazzi italiani con la Sindrome di Asperger (una forma di autismo, ndr), per aiutarci nella scrittura e nella gestione del sito web» ci spiega Suleman. «E noi cerchiamo di aiutare loro a livello sociale. Si parla spesso di integrazione riguardo ai migranti, io preferisco parlare di convivenza. Noi siamo abituati alla convivenza, abbiamo famiglie numerose. E in questa situazione gli italiani imparano a convivere con noi. Il motivo in cui abbiamo scelto loro è che noi e loro ci troviamo nella stessa barca. Sono persone che, chi più chi meno, sono abbandonate dalla società» riflette Suleman. «Il fatto che non riescano a comunicare con le altre persone in qualche modo li accomuna a noi. Basta che ci sia una piccola differenza con le altre persone e ti discriminano, e vieni abbandonato. La maggioranza di noi africani non è mai andata a scuola, e ci troviamo nella stessa barca, in un certo senso abbiamo anche noi dei problemi di comunicazione, e la lingua ci tiene lontano dagli italiani. Noi abbiamo delle difficoltà nella scrittura e con la lingua, loro parlano la lingua e sono bravi con il computer. Ognuno di noi fa la sua parte, e viene fuori un bel lavoro».

 

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Ma non c’è solo l’aiuto a dei ragazzi con autismo, nel progetto di Barikamà. Uno dei sogni di Suleman e dei suoi colleghi è che la cooperativa cresca ancora, in modo da riuscire a dare lavoro ad altri ragazzi africani. Sarà possibile? «Senza dubbio, io credo che ci sia la possibilità, siamo in una fase di crescita, e tra poco cominceremo a inserire alte persone» ci risponde il presidente. «Abbiamo aperto il Parco Nemorense, di cui abbiamo la gestione al cinquanta per cento con una ristorazione italiana, e abbiamo pensato di prendere dei ragazzi africani per fare dei tirocini per la pulizia del parco. Per noi è un altro modo di aiutare le persone che sono in difficoltà, quelle che sono in un centro sociale, quelle che magari sono costrette a passare la giornata senza fare niente: chiedere a loro di fare un tirocinio li aiuta a fare qualcosa, a guadagnare qualcosa, a imparare un lavoro. Poi potranno lavorare da altre parti o lavorare con noi quando sarà cresciuta la società».

 

NIENTE PAURA. Chiediamo a Suleman cosa si provi ad avere qualcosa di proprio, quando un tempo lui e i suoi amici venivano sfruttati dai caporali. «La soddisfazione non sono i soldi» ci risponde. «Quando eravamo a Rosarno non avevamo la possibilità di comunicare con la cittadinanza e di tirare fuori tutto quello che pensavamo, i nostri ragionamenti. Questo progetto ci dà la possibilità di dare lavoro a qualcun altro, e anche di confrontarci con la cittadinanza. Stare dentro un mercatino, a contatto con il pubblico, ci aiuta a imparare la lingua molto di più che andando ad una scuola di italiano. E poi c’è la possibilità di spiegare da dove vengono i prodotti».

Chiediamo anche se lui e i ragazzi abbiano paura di questa ondata di razzismo che sta permeando l’Italia in questo momento. «A me, personalmente, non fa paura niente» ci risponde. «Quello che conta è dove sei. Io sono maliano ma se vivo in Italia e devo rendere conto all’Italia. E in questo senso mi considero italiano. Quello che cerco di fare è comportarmi come un cittadino italiano. Le cavolate che fanno non mi importano, è sempre uno su cento».

 

Le immagini sono tratte dal sito di Barikamà

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