TAVOLO ASILO E IMMIGRAZIONE: CHIUDERE I CPR COME I MANICOMI

«Non luoghi patogeni» in cui si costruisce un futuro di disumanità. Così gli attivisti in un incontro alla Sapienza a partire dal secondo rapporto sui CPR del Tavolo Asilo e Immigrazione, la rete di organizzazioni che da tempo ne invoca la chiusura. Spazi di sospensione dei diritti che il Tai definisce «istituzioni totali», richiamando i manicomi e l’esperienza basagliana. Cecilia Strada: «A Bruxelles verrà votato il regolamento rimpatri, che è più giusto chiamare regolamento deportazioni. Ci prepariamo a fare cose orribili, a imitare l’ICE di Trump»

di Giorgio Marota

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Immaginate di finire in carcere per una multa. E che dentro quelle mura il tempo non scorra mai, le condizioni igienico-sanitarie siano pessime, non esista possibilità alcuna di lavoro o di svago e la migliore delle situazioni da augurarsi sia quella di essere espulsi dal Paese. In questi «non luoghi patogeni», come sono stati definiti dagli attivisti intervenuti martedì all’Università La Sapienza nel corso di un ciclo di incontri sull’Europa, presso la Facoltà di Scienze Politiche, si costruisce un futuro di disumanità. Sono i cosiddetti CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, in Italia ne contiamo dieci – Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani – e il piano del governo sarebbe quello di costruirne uno per ogni regione.

Cecilia Strada: «Una battaglia di umanità»

Non sono centri di accoglienza, ma spazi di respingimento. Formalmente non si tratta di carceri, eppure ci somigliano. A gestirli però sono dei privati, che li prendono in appalto dalle prefetture. Se sei straniero e non hai i documenti in regola, rischi di finirci dentro anche se vivi in Italia da diverso tempo, se non hai commesso alcun reato oppure se hai sbagliato avendo però già pagato un conto con la giustizia. Non tutti hanno la fedina penale pulita, ma non tutti sono delinquenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, si viene rinchiusi nel Cpr per violazioni amministrative, appunto, come l’assenza di un permesso di soggiorno valido. Accedervi, per gli esterni, è impossibile. Questo “privilegio” è consentito soltanto ai parlamentari che hanno tra le loro prerogative la possibilità di svolgere delle ispezioni. «A Bruxelles verrà votato il regolamento rimpatri, che poi è più giusto chiamare regolamento deportazioni», ha spiegato l’europarlamentare Cecilia Strada, intervenuta nel corso dell’incontro in videocollegamento. «Potremo espellere le persone in Paesi in cui non hanno mai messo piede o avuto connessioni. Li spediremo come pacchi o come deportati, dopo detenzioni di 12 mesi rinnovabili per altri 12. Ci prepariamo a fare cose orribili, a imitare l’ICE di Trump». Strada ha avvisato: «È una battaglia di umanità, nella consapevolezza che quando i diritti vengono negati a qualcuno è solo questione di tempo prima che vengano negati a tutti».

Coresi, Actionaid: «Si sta andando verso un oligopolio dei gestori»

La filosofia delle gare d’appalto per i Cpr è quella del massimo ribasso. La conseguenza, spesso, è un’offerta scadente di servizi per alzare il livello di profitto. E a vincere, in genere, sono sempre gli stessi soggetti, alcuni passati con maestria dal business dei rifiuti a quello dell’accoglienza. A Gradisca, un ragazzo georgiano di nome Vakhtang ha perso la vita perché rimasto per 9 ore senza soccorso: secondo l’autopsia la causa della morte sarebbe stata un cocktail di farmaci e stupefacenti, molti testimoni però hanno raccontato di un pestaggio da parte della polizia. Vakhtang è solo una delle tante vittime dei Cpr. Wissem è morto a 26 anni dopo un periodo trascorso nella struttura di Ponte Galeria: è stato trovato, legato e sedato, su un letto dell’ospedale San Camillo. Da giorni riprendeva tutto quello che gli passava sotto gli occhi con il proprio cellulare, mostrando le condizioni del centro e parlando senza filtri di assenza di diritti.

I Cpr sono nati con la legge del 1998 Turco-Napolitano, «due uomini di sinistra, a dimostrazione che quando si parla di immigrazione e diritti non c’è colore politico che tenga», come ha ricordato Fabrizio Coresi di Actionaid. Dai dati raccolti in varie ispezioni, gli ultimi redatti all’interno del report TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), emerge un quadro tale da mettere in discussione non solo il senso di questi luoghi, ma anche l’effettivo vantaggio per lo Stato in termini economici. Dal 2014 al 2024 è stato infatti stimato che i Cpr abbiano funzionato al 47,7% della loro capienza e le persone portate qui abbiano occupato appena il 27% dei posti a disposizione. Nel 2024, a fronte di una capienza ufficiale di 1.378 posti, quella effettiva è risultata essere di 655 e le presenze ancora meno, 523, dunque con 132 posti inutilizzati (erano 44 nel 2023). «Si sta andando poi verso un oligopolio dei gestori. La gestione è privata, ma la responsabilità è dello Stato con le forze dell’ordine a presidio di questi luoghi», ha aggiunto Coresi. Per alcuni è una vera sperimentazione di detenzione privata. «E a Gradisca, per citare un esempio, assumono vigilanza privata perché i poliziotti non bastano a sedare le rivolte». I Cpr dovrebbero avere come fine ultimo il rimpatrio delle persone, ma questo nel 2024 è avvenuto soltanto nel 41,8% dei casi, e sul totale dei provvedimenti di espulsione di tutto il Paese appena il 10,4% coinvolge persone trattenute in questi centri.

Il 45% dei trattenuti nei CPR è richiedente asilo

Secondo la legge, la detenzione amministrativa è compatibile solo se finalizzata all’esecuzione del rimpatrio. Eppure si continua a investire nei Cpr: 19,6 milioni solo nell’ultimo anno, 110,5 dal 2018 al 2024, di cui circa 20 solo nell’ultimo anno considerando anche la manutenzione ordinaria (1,25) e quella straordinaria (7,2); spesso il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine vengono a costare più della manutenzione stessa. Il 45% dei trattenuti nei CPR è richiedente asilo. «Mi chiamo Ayman – comincia così una delle testimonianze raccolte nel report – e qui ci stanno massacrando, picchiano tutti senza motivo. Hanno spaccato la testa a uno solo perché gridava che aveva dolore ai denti. Cercano il telefono con cui abbiamo fatto vedere come si comportano quando uno tenta il suicidio. Un ragazzo è rimasto a terra pieno di sangue per più di mezz’ora senza assistenza. Se non ci stavamo noi che lo tiravamo giù dalla corda… sarebbe morto». Ayman è stato rimpatriato per direttissima dopo aver pubblicato un video denuncia delle condizioni dei Cpr. «Mi chiamo Adil – il racconto di un altro ragazzo – oggi protestiamo, siamo da 10 ore in protesta. Oggi spacchiamo tutto. Questo posto è disumano. Non abbiamo cibo perché quello che ci portano è scaduto. Se chiedi un medico se ne fregano finché o cadi per terra morto o accendi il fuoco. Qui la diaria è di 2 euro e 50 e se hai sete e vuoi acqua in più rispetto a quella che ti danno (2 litri al giorno) devi pagare 4 euro. Se vuoi un succo costa 6 euro».

Borruso, MSF: «In questi luoghi una carenza di continuità terapeutica e una gestione inadeguata delle vulnerabilità»

Anche la salute in queste strutture è in appalto, senza controllo istituzionale a differenza di quanto avviene ad esempio nelle carceri. «Oltre alla limitazione della libertà personale in assenza di reato, abbiamo registrato in questi luoghi una carenza di continuità terapeutica e una gestione inadeguata delle vulnerabilità», ha spiegato Lucia Borruso di Medici Senza Frontiere. Quando un soggetto entra nei Cpr un medico dovrebbe effettuare uno screening completo delle sue condizioni e ricercare segni di traumi o esiti di torture, «ma abbiamo constatato che questo molto spesso non avviene». All’interno la situazione non è migliore: «nei bagni non ci sono porte, le docce sono fatte con un tubo che pende dal soffitto, c’è solo l’acqua calda o solo l’acqua fredda, l’accensione o lo spegnimento delle luci dipende dal personale dell’ente gestore o dalle forze dell’ordine, che sono presenti anche durante le visite mediche e i colloqui psicologici, i letti sono di cemento e inchiodati al pavimento, i materassi di gommapiuma sporchi, non c’è ricambio della biancheria e per la sicurezza non vengono rilasciati rasoio e lenzuola». Mancano anche le attività ricreative. Secondo vari testimoni, a Ponte Galeria esiste un campo di calcio ma sarebbe inutilizzato per questioni di sicurezza. In questi luoghi l’uso di psicofarmaci per contrastare autolesionismo, depressione, insonnia e agitazione è la consuetudine. Il passato viene cancellato, del futuro non c’è certezza e da vivere resta soltanto un presente sempre uguale a sé stesso. «I Cpr sono degli orologi senza lancette», la conclusione amara di Yasmine Accardo, attivista che sta combattendo una battaglia simile a quella che negli anni ’70 ha portato alla chiusura dei manicomi. Perché la 180 non è stata solo la legge che ha messo i lucchetti alle strutture destinate al ricovero e alla segregazione di persone con disturbi mentali, ma il punto di partenza per una nuova visione del mondo senza sbarre né muri.

TAVOLO ASILO E IMMIGRAZIONE: CHIUDERE I CPR COME I MANICOMI

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