VIOLENZA DI GENERE: OCCORRE FARE SISTEMA

In occasione della Giornata del 25 novembre, l’Istat ha fatto il punto sulla violenza di genere in Italia. Solo nel terzo trimestre del 2022 più di 7mila chiamate al 1522

Durante la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Istat ha organizzato il convegno Proteggere le donne. Dati e analisi per contrastare la violenza di genere. «Istat segue la Convenzione di Istanbul, sembra un fatto scontato ma non lo è. Dal 2013 si sistematizza un approccio complessivo alla violenza di genere e Istat fornisce la banca dati offrendo informazioni validate che operano per contrastare questo fenomeno. È necessario fare sistema con le tre P: prevenzione, protezione delle vittime e persecuzione dei reati. Oggi facciamo il punto sulla prevenzione delle sopravvissute», ha affermato, aprendo i lavori, Monica Pratesi, Direttrice del Dipartimento per la produzione statistica dell’Istat. La Convenzione di Istanbul è il trattato internazionale che fissa gli standard minimi per i governi in Europa nella prevenzione, protezione e condanna della violenza contro le donne e della violenza domestica.

Violenza di genere: monitoraggio, analisi, rete

Sono già 104 le donne vittime di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno. 6,1 milioni di donne sono vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. «Il lavoro con l’Istat è costante, è prezioso nella costruzione della mappatura svolto per quanto riguarda il numero 1522 insieme all’associazionismo», ha detto Rossana Fabrizio, Dirigente Ufficio per le Politiche per le Pari Opportunità. «Le norme vanno sempre più verso la centralità della donna in termini di accoglienza, protezione e accompagnamento per uscire da contesti di violenza». La legge 5 maggio 2022, numero 53, disciplina la raccolta di dati e informazioni sulla violenza di genere contro le donne per monitorare il fenomeno ed elaborare politiche per prevenirlo e contrastarlo. Tanto lavoro è stato fatto, ma tanto ancora c’è da fare. «Mancano un vero sistema di monitoraggio degli interventi, un’analisi sui servizi generali e un monitoraggio sulla situazione socio-economica», ha spiegato Maria Giuseppina Muratore, Direzione Centrale delle statistiche demografiche e del censimento della popolazione dell’Istat.
Da tutti gli interventi emerge l’importanza di fare rete. «Bisogna far convergere i flussi in un sistema di dati nazionale. Il tavolo tecnico è fondamentale per arrivare a definizioni chiare e attuabili», ha detto Angelina Mazzocchetti, Rappresentante Coordinamento Interregionale Statistica, Regione Emilia Romagna. «Il sistema in rete dei Centri antiviolenza sviluppa un processo di progettazione condivisa tra enti ed agenzie territoriali a partire da una visione comune sul “problema da affrontare” e con l’obiettivo di avviare processi di cambiamento e connessioni efficaci per le donne», ha affermato Maria Rosa Lotti, esperta del Centro antiviolenza Le Onde, aderente a D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza.

Quasi 20mila donne seguite dai CAV

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Nel 2021 sono state 19.600 le donne che hanno affrontato il percorso di uscita con l’aiuto dei Centri Antiviolenza

Dal 2020 l’Istat conduce annualmente la rilevazione statistica sull’utenza dei Centri Antiviolenza (CAV), in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, il Coordinamento interregionale degli uffici di statistica, le associazioni. Nel 2021 sono state 19.600 le donne che hanno affrontato il percorso di uscita con l’aiuto dei Centri Antiviolenza. Nel 40% dei casi le donne, prima di prendere contatto con il CAV, hanno parlato con qualcuno della propria rete familiare, il 29% si sono rivolte alle forze dell’ordine, nel 19% dei casi al pronto soccorso/ospedale. I successivi nodi di intercettazione della violenza sono i servizi sociali (15% delle donne) e gli avvocati (12%). Tra le donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 67% ha subito violenza fisica, il 20% violenza sessuale, il 95% altra violenza, il 2% una qualche forma di violenza prevista dalla Convenzione di Istanbul. «È molto elevato il numero dei casi in cui i figli assistono alla violenza subita dalla propria madre (73% delle vittime che hanno figli) e nel 21% dei casi i figli sono essi stessi vittima di violenza da parte del maltrattante», ha detto Alessandra Battisti, Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare, Istat. «Gli autori della violenza si trovano soprattutto tra le persone con cui la donna ha legami affettivi importanti: nel 55% dei casi è il partner, nel 23% ex partner, nel 12% è un altro familiare o parente, il 10% ha subito violenze fuori dall’ambito familiare e di coppia». Dal 2018 l’Istat svolge annualmente indagini con i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio. Secondo l’ultima rilevazione, con i dati del 2020, 54.096 donne hanno contattato i Centri Antiviolenza, 1772 sono le donne che sono state ospitate nelle case rifugio. Queste ultime non offrono posti letto sufficienti, ognuna ha la media di numero di posti autorizzato di 7,6, ma quelli effettivamente attivati sono 8,8.

1522: più di 7mila chiamate solo nel terzo trimestre

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Alessandra Capobianchi: «La violenza psicologica, le minacce e la violenza economica sono tra i tipi di violenza più riportati»

Nel convegno, l’Istat ha fornito anche le informazioni riguardanti le richieste di aiuto al 1522 contro la violenza sulle donne e lo stalking per il terzo trimestre 2022. Il numero di pubblica utilità è promosso e gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) presso la Presidenza del Consiglio. «Il 1522 è gratuito, attivo 24 ore su 24, dal 2018 i dati sono inviati all’Istat. Le chiamate sono cresciute durante la pandemia e, dal lockdown in poi, le richieste hanno continuato a restare alte», ha detto Alessandra Capobianchi, Direzione centrale delle statistiche demografiche e del censimento della popolazione, Istat.
L’anno scorso sono state 11.795 le chiamate al 1522 per richieste di aiuto. Le persone che hanno chiamato per la prima volta il 1522 nel secondo e terzo trimestre 2022 sono l’82,3%. Tra le vittime questo dato risulta in aumento e raggiunge, per il terzo trimestre, il 92,9%. «Il picco di chiamate si registra ogni anno intorno al 25 novembre, grazie all’effetto “traino” delle campagne di sensibilizzazione. La violenza psicologica, le minacce e la violenza economica sono tra i tipi di violenza più riportati». Il 68% della violenza domestica avviene nella propria casa, il 94% degli utenti chiama per sé, il 75% delle persone che telefonano è invitata a rivolgersi ad altri servizi. Spesso i figli minori assistono alle violenze nei confronti delle proprie mamme. Secondo molti studi, se una bambina o un bambino assiste a violenze verso la propria madre si porta avanti, da grande, l’idea che la violenza sulle donne è un modo accettabile e normale di relazionarsi all’interno dei rapporti affettivi.

I CUAV e l’applicazione delle leggi

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Uno degli obiettivi più urgenti è la formazione. Nelle scuole, alle forze dell’ordine, ai sanitari che accolgono nei pronto soccorso le donne.

«L’accesso ai Centri e servizi per gli Uomini Autori di Violenza (CUAV) è più “spintaneo” che spontaneo. Tutti gli uomini che entrano nel programma dei CUAV minimizzano quello che hanno fatto», ha affermato Pietro De Murtas, Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, IRPSS-CNR. «Ovviamente, i numeri dei CUAV non sono comparabili con le telefonate ricevute dai CAV: nel 2017 (ultimo anno in cui abbiamo dati disponibili), gli uomini che hanno contattato i CUAV sono stati 1199». «Il problema della violenza sulle donne non sono le leggi, ma la non applicazione delle leggi. Questo hanno affermato più volte anche il GREVIO e la Corte di Strasburgo», ha detto Teresa Manente, Componente Osservatorio nazionale permanente sull’efficacia delle norme in tema di violenza di genere e domestica, Associazione Differenza Donna. Il GREVIO è il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne, l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul in tutti i paesi che l’hanno ratificata. Da tutti gli interventi del convegno, è emerso uno degli obiettivi più urgenti: fare formazione. Nelle scuole, alle forze dell’ordine, ai sanitari che accolgono nei pronto soccorso le donne. «A volte le forze dell’ordine chiedono alla donna cosa abbia fatto lei per far arrivare l’uomo ad una reazione del genere. Si vuole dimostrare che l’uomo ha perso la testa per l’efferatezza della donna, la violenza diventa la reazione dell’uomo a comportamenti della donna, si parla di “stato emozionale” di “raptus”, di “gelosia”», ha continuato Manente. La battaglia contro la violenza di genere passa anche attraverso il superamento degli stereotipi, un buon inizio è l’uso del linguaggio appropriato: nella vita quotidiana e sui mezzi di comunicazione.

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