PROFIT E NON PROFIT: COSTRUIRE INSIEME PER L’INTERESSE GENERALE

Una riflessione con Annalisa Casino e Monica Di Sisto sugli scambi di competenze e pratiche tra il mondo profit e quello non profit, a cui è dedicato il terzo world cafè verso il convegno CSV Lazio del 16 giugno

di Lucia Aversano

Lo scambio di competenze e pratiche tra profit e non profit è il tema al centro del terzo world cafè, previsto per domani, 1° giugno, in preparazione del convegno Costruire il presente immaginando il futuro. Volontari ed Associazioni in dialogo per lo sviluppo di comunità e territori promosso da CSV Lazio per il 16 giugno, occasione di riflessione e confronto su alcuni temi oggi prioritari rispetto al ruolo e all’azione del volontariato.

Ad introdurre il world cafè di domani Annalisa Casino – presidente e socio fondatore di Stewardship, Associazione Italiana per la gestione etica delle risorse. Dal 2009 studia, promuove e diffonde la stewardship in Italia. Lavora nel campo della responsabilità sociale d’impresa a partire dalla convinzione che la coniugazione di un approccio responsabile con uno organizzativo e gestionale sia la chiave per il futuro. Auditore e sistemista per la certificazione etica SA8000, Monitore presso il S.A.W. (Social Watch Accountability), Osservatorio sulla responsabilità sociale delle organizzazioni del CISE (Azienda Speciale della CCIAA di Forlì- Cesena) ed Ethics Officer, dal 2014 è co-fondatrice e presidente di Eticae – Stewardship in Action – e Monica Di Sisto, vice presidente Fairwatch, giornalista, advocacy senior consultant su commercio globale e economia internazionale. Tra l’altro è tra i fondatori del portale www.comune-info.net; tra gli animatori di Trade Game, osservatorio sul commercio internazionale e le imprese, promosso insieme a Cgil, Arcs/Arci e Legambiente, e del Laboratorio Urbano Reset ed è docente di Modelli di sviluppo economico e Ong e politiche internazionali alla Pontificia Università Gregoriana. Ha, inoltre, coordinato progetti di advocacy per Ong italiane e internazionali e maturato un’esperienza come portavoce nella Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati.

Ad Annalisa Casino e Monica Di Sisto abbiamo chiesto una riflessione sul rapporto e gli scambi di competenze e pratiche tra il mondo profit e quello non profit; sulle opportunità e le sfide che tali scambi comportano; le competenze, i contributi, le responsabilità condivise che determinano.

A cosa pensiamo quando parliamo di scambi di competenze e pratiche tra profit e non profit?

profit e non profit
Monica Di Sisto, vice presidente Fairwatch

Di Sisto. «Ci sono tanti modi di intendere questa relazione dialettica, perché siamo persone che lavorano ed entrano in relazione con i prodotti grazie a pratiche di acquisto e di lavoro, con la produzione e la distribuzione. La nostra vita quotidiana è infarcita di queste relazioni, e spesso ci sono difficoltà: un gap di informazioni tra imprese e consumatori; tra imprese e lavoratori, che spesso non facilitano il dialogo. Abbiamo però imparato, negli ultimi vent’anni, praticando la responsabilità sociale delle imprese attraverso alcune pratiche virtuose, che occorre conoscersi reciprocamente per colmare questo gap informativo. Ormai tutti gli studi dimostrano che, se lavoratori e consumatori sono più informati, più consapevoli e collaborano, la produzione migliora e la relazione industriale e sindacale diventa più efficiente. Di conseguenza anche la qualità della vita delle persone nonché la redditività degli investimenti cresce.  Non è una relazione immediata e semplice, ci si deve lavorare, spesso ci si arriva dopo fasi di conflitto anche intenso, ma, nella mia opinione, c’è bisogno di intensificare questa relazione per ottenere quadri normativi e assetti di territorio per tutti».

Casino. «Sicuramente quando pensiamo a questo interscambio pensiamo che la parte profit può offrire alla parte non profit una serie di competenze prettamente tecniche e organizzative, mentre la parte non profit sicuramente può fornire tutto un set di competenze, quali le soft skills, che hanno a che fare con l’ambito prettamente sociale».

Come si attualizza oggi questo scambio?

Di Sisto. «Ormai presso molti Ministeri e molte istituzioni internazionali i tavoli sono multi stakeholder e ci si trova a lavorare insieme sulle politiche. Questa simmetria informativa spesso crea difficoltà, ma nelle situazioni più virtuose anche le politiche che ne risultano sono più virtuose e più efficaci. In questa fase specifica, molto critica dal punto di vista climatico, finanziario ed economico, è importante collaborare per non fallire tutti».

Casino. «Questo scambio oggi si attualizza con tantissime forme ibride di impresa. Pensiamo a quanto sia sempre più in voga la forma dell’impresa sociale. Solo mettere insieme le due parole del profit e del non profit – impresa e sociale – ci dà la possibilità di capire quanto questo stia avvenendo quotidianamente.  Ci si è resi conto del fatto che, per certi versi, non va bene solo l’uno o l’altro modello, ma c’è bisogno di un’integrazione.»

Quali sono i terreni di tale scambio? E come sono cambiate le sfide principali in questo rapporto?

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Annalisa Casino, co-fondatrice e presidente di Eticae – Stewardship in Action

Di Sisto. «Storicamente, se guardiamo alle Nazioni Unite, il lavoro è iniziato con organizzazioni come l’ILO (International Labour Organization) dove il tavolo negoziale vedeva lo Stato e le imprese, quindi la parte datoriale, i lavoratori e i sindacati attivi nella discussione delle politiche. A mio avviso le aree più strategiche sulle quali discutere si sono allargate a molte altre istituzioni, che hanno addirittura internalizzato la parte della società civile nel processo decisionale. Penso alla FAO, in Italia penso ai tavoli del Consiglio nazionale della Cooperazione, dove tutte le rappresentanze discutono insieme le politiche di cooperazione del nostro Paese. C’è bisogno di intensificare questa relazione e ci sarebbe molto bisogno di discutere di politiche ambientali. Questo è stato fatto, per esempio, con il Forum dello Sviluppo sostenibile all’interno del Ministero dell’Ambiente; adesso bisognerebbe riprendere quella discussione, che ha portato un aggiornamento del Piano dello sviluppo sostenibile partecipato e al quale noi crediamo molto. Si dovrebbe ragionare insieme, partendo dal fatto che tutte le politiche dovrebbero essere allineate agli Obiettivi di Sviluppo sostenibile e che questi indicatori dovrebbero diventare la premessa di tutte le politiche, monitorando le scelte parlamentari e di governo a monte e non a valle. L’altro tema importante è quello delle infrastrutture e dello sviluppo economico. Al Ministero dello Sviluppo Economico c’è stato, per un lungo periodo, una struttura ampia di cui facevano parte imprese, associazioni e sindacati, che discuteva le politiche economiche e commerciali del nostro Paese. Ora da una legislatura e mezza questo impianto non c’è più e invece quello sarebbe un assetto strategico da recuperare. Ecco, bisognerebbe strutturare nelle istituzioni nazionali una modalità standard di locuzione alla pari di tutti i soggetti; questo faciliterebbe molto lo scambio di pratiche. Noi come associazioni, con le imprese, abbiamo visioni che convergono anche se la parte politica spesso non lo sospetta».

Casino. «I terreni sono quelli che riguardano in particolare la gestione dei lavoratori e quindi alcune importanti certificazioni, come ad esempio quella della gestione etica dei lavoratori, una certificazione di Social Accountability di responsabilità sociale; ma anche la certificazione che come ETICAE, insieme con People – Training & Counsulting, seguiamo per la parte della gestione responsabile della parità di genere, per cui la nota certificazione UNI PdR 125.

Anche tutto l’ambito della sostenibilità, naturalmente, mette in piedi questo scambio: la sfida sta nel far sì che parlare di questi aspetti non si esaurisca solamente in un green washing, in un social washing, in un gender washing o in un rainbow washing per il mondo profit, ma che diventi un nuovo modo di fare impresa».

Che tipo di competenze specifiche, contributi, opportunità il non profit può portare al profit e viceversa?

Di Sisto. «Attualmente, quello che di solito succede è che il profit sponsorizza iniziative del non profit. Secondo me la relazione dovrebbe essere un pochino più complessa, innanzitutto perché le relazioni sindacali vengono vissute soltanto intorno alla busta paga del lavoratore e invece sarebbe interessante che, all’interno della contrattazione di alcuni settori importanti, come quelli agricoli, ci fosse un ragionamento più ampio, allargato ai territori. Penso per esempio alla contrattazione aziendale, dove spesso si inseriscono pezzi di welfare da parte datoriale, e sarebbe bello se questo si potesse programmare. Come, pure, altro aspetto interessante riguarda gli investimenti. L’Europa ha approvato una tassonomia che noi riteniamo un po’ lasca, ma sarebbe importante ragionare insieme su alcuni investimenti strategici: penso alle infrastrutture o alle grandi opere. Per esempio alcune leggi legate alle infrastrutture nazionali obbligano le imprese delle grandi opere a fare dibattito pubblico aperto alla società civile. Spesso questo viene vissuto come un passaggio quasi fastidioso, un rallentamento alle opere. Abbiamo invece visto, con il PNRR, che, se alcune riflessioni fossero state condivise prima con i territori, magari le difficoltà di realizzazione sarebbero state anticipate nella fase progettuale, e quindi a valle le imprese si sarebbero trovate meglio. E poi c’è l’ultimo tema, quello del quadro normativo. Secondo me ormai la società civile, almeno nelle sue forme organizzate, ha una capacità di interpretazione dei quadri normativi, e anche di anticipazione, molto elevata. Queste sono competenze che spesso le aziende anche per loro formazione non hanno. Confindustria, Farmindustria e altri fanno previsioni e analisi politiche quando si trovano nei territori e non sempre i quadri generali che ne risultano rispecchiano la realtà. Invece gli occhi delle ONG potrebbero offrire, e offrono, alle aziende che si aprono al dialogo, informazioni importanti, proprio perché sono in dialogo con la popolazione locale».

Casino. «Il non profit ha un knowhow importantissimo rispetto al rapporto con la persona, cosa che il profit non ha. Il non profit ha la conoscenza specifica di alcuni aspetti delicati del rapporto con le persone: parlo delle categorie svantaggiate, delle persone con disabilità o anche semplicemente di tutto l’ambito del diversity legato soprattutto al genere. Questa forte competenza nelle soft skills è necessaria invece in aziende profit dove si guarda al profitto, alla performance e meno alle persone. Il Covid però ci ha dimostrato, con tutti i casi di licenziamento, che le persone vanno alla ricerca di una vita più capace di bilanciare la parte personale con quella prettamente lavorativa».

Quali sono le competenze richieste al Terzo Settore e al volontariato affinché questo scambio sia possibile?

Di Sisto. «Secondo me una competenza che molte realtà del Terzo Settore hanno è la capacità di analisi. Noi ogni giorno siamo sotto le bombe su un versante di frontiera: è difficile che anche la più piccola delle associazioni non si sia misurata con una crisi di bilancio del Comune con cui lavora. La nostra capacità previsionale e di anticipazione, anche nelle realtà più piccole, è preziosa e potrebbe essere scambiata utilmente se valorizzata e messa a sistema anche con il supporto dei Centri di Servizio per il Volontariato. L’altro tema importante è quello delle risorse. Credo che un’altra delle competenze delle organizzazioni di volontariato sia la programmazione, la capacità e la qualificazione di spesa, perché, avendo spesso e volentieri a che fare con risorse scarse e discontinue, hanno la necessità di programmare, di recuperare forze ed energie nel mutualismo e nelle risorse non economiche e materiali dei territori. Queste sono spesso competenze quasi inconsapevoli e che andrebbero invece colte, insieme alla capacità di percepirsi non solo come volontari, ma come cittadini, lavoratori, consumatori. Se messe a sistema potrebbero dare una spinta alla cittadinanza, a una democrazia più consapevole, a una relazione dentro-fuori l’impresa più efficace. In ultimo la comunicazione: non c’è comunicatore più efficace nel suo territorio di un volontario di lungo corso. Questo supporta una parte importante sia del mercato, sia nella sua dimensione finanziarizzata, sia in quella semplice del negozio di vicinato: la reputazione, fondamentale per stare sul mercato nel modo più pieno. Importanti fondi di investimento hanno perso molto, soprattutto in questi ultimi anni, proprio per problemi di reputazione».

Casino. «Sicuramente altre competenze riguardano la gestione di alcuni aspetti che non vengono presi troppo in considerazione dalle aziende profit, come il tema dei caregiver e gli aspetti del volontariato legato al Servizio Civile, che, fatto con determinati criteri, porta sempre un seme innovativo nell’impresa profit. Non chiedendo, quindi, al giovane lavoratore di fare semplicemente una fotocopia, ma magari offrendo l’opportunità di mettersi in gioco, andando a contaminare anche l’impresa profit. Credo che il volontariato possa avere veramente un grande impatto nelle imprese che guardano solo al profitto perché manca loro tutto l’aspetto più umano.»

Nell’ottica del bene comune e della responsabilità condivisa che ruolo gioca il rapporto e lo scambio reciproco tra questi due mondi?

Di Sisto. «Dire bene comune è dire tutto e niente, viviamo in un periodo in cui tutto è bene comune. Credo molto nel valore della comunità, dei territori, nel momento in cui si insiste sul territorio dal punto di vista economico, sociale e così via. Rinchiudersi non fa bene all’impresa, e avere un atteggiamento pregiudiziale verso il profit non fa bene ai territori. Questo però è un rapporto che si costruisce anche nell’individuazione delle modalità di gestione dei beni comuni. Le iniziative legislative specifiche (come i regolamenti, i patti, eccetera) spesso si arenano perché tu sei un volontario che difende il proprio giardino però poi il resto della città non è organizzata in un modo coerente con quel giardino. A quel punto un bene comune diventa una sorta di oasi consolatoria, ma non diventa volano per un cambiamento generale. Mi convince molto di più un modello di dialogo territoriale: per esempio, nelle aree interne sono state sperimentate queste forme di partecipazione ampia e multi attoriale alle quali credo molto. Sono convinta che il cambiamento si inneschi quando soggetti del territorio, virtuosi o meno, si siedono intorno a un tavolo, ragionano su un perimetro comune di costruzione di interesse pubblico, dove c’è un ragionamento condiviso che ti coinvolge come volontario sull’idea di città che vuoi. Se questo non viene fatto, rischia di innescare un sacco di frustrazioni nel volontariato. Se perseguiamo la logica del pezzetto disgreghiamo, se invece cerchiamo di investire in un idea di quartiere, o città, più ampia, questo disinnesca la frustrazione e coinvolge in un progetto dove il “pezzettino” è una parte che deve andare insieme a tanti altri pezzi».

Casino. «Lo scambio reciproco gioca un ruolo fondamentale, ed è uno di quegli aspetti che tratterò poi anche durante l’incontro. Per esempio c’è la strategia della Stewardship che permette di fare questo tipo di commistione tra privato e non privato, tra profit e non profit, proprio perché vi è una gestione responsabile e condivisa del bene comune.  Anche tutto questo pullulare di patti di collaborazione pubblico–privato è un’ulteriore conferma che la commistione tra profit e non profit è un’esigenza e una direzione verso la quale si sta andando».

Qual è la situazione nel Lazio?

Di Sisto. «Di dialoghi ce ne sono diversi. ANIMA, come associazione legata al mondo delle imprese, porta avanti progetti interessanti. So che il CSV Lazio pratica diverse forme di dialogo e molte imprese sono attive e anche molto sensibili. All’ultima carovana per l’Ucraina, alla quale la mia organizzazione ha partecipato, ha preso parte, per esempio, il signor Fassi del Palazzo del Freddo. Ha partecipato personalmente, non solo quindi con investimenti, ma anche con un’esperienza di volontariato personale. Una cosa che riguarda tanti soggetti del tessuto produttivo della nostra città. Penso che a mancare sia il tentativo di fare sistema, di aprire un ragionamento ampio nel quale, ad esempio, le fondazioni bancarie siedano vicino a Banca Etica. Penso all’importante lavoro della Fondazione Charlemagne, che mette insieme risorse private in un programma sulla periferia che cerca di tenere dentro diversi punti di vista. Tra Forum, CSV, associazioni sindacali e datoriali, andrebbe fatto uno sforzo per costruire un perimetro comune non tanto di rappresentanza quanto di ragionamento».

Casino. «Di sicuro abbiamo casi positivi, come il caso del Consorzio Parsifal, che fa da sempre attività di cross tra profit e non profit.  Ci sono anche altre realtà, o semplici iniziative, come quella portata avanti da ETICAE sul territorio, che ha portato a un progetto per la Regione Lazio (Lazio Contemporaneo) che ha lasciato al territorio un bene comune condiviso per dieci anni, parlo di Anti- social Car. Questo per dire che anche il Lazio, come gran parte delle regioni, sta facendo passi in avanti, pensando sia alle imprese, sia alle amministrazioni. E ce n’è proprio bisogno».

A questo link l’intervista a Enrico Serpieri, che ha introdotto il primo world cafè e a questo l’intervista a Gianluca Cantisani, che ha introdotto il secondo.

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