Violenza sulle donne. Chi è e cosa fa chi aiuta i “cattivi” a non colpire più

Ventinove centri in tutta Italia, quattro a Roma. Lavorano con gli uomini violenti per portarli a smettere di picchiare e aggredire

di Fabrizia Bagozzi

Spesso spinti dai provvedimenti giudiziari o dai servizi sociali, un po’ meno spesso di propria volontà, gli uomini che in varie forme aggrediscono le donne cominciano ad arrivare ai centri antiviolenza per tentare di uscire dal cortocircuito di una rabbia che trascende e fa male anche fisicamente. I numeri non sono elevati, parliamo di qualche centinaio di persone nei ventinove centri sparsi in tutta l’Italia, ma che succeda è già una notizia. Così come è una notizia che dal 2010 in poi, e sovente a partire dall’esperienza di chi lavora contro la violenza sulle donne, si siano organizzati spazi e luoghi per accoglierli e sostenerli in un processo difficile: prendere coscienza della propria aggressività per cercare via via di contenerla e gestirla fino a farla sparire; assumersi fino in fondo la responsabilità del prima per intervenire sul dopo e dunque bloccando-eliminando i meccanismi profondi che muovono alla violenza nei confronti delle proprie mogli o compagne o delle donne che li stanno lasciando.

La colpa è sua

Che la faccenda sia impegnativa lo spiegano gli stessi operatori (a Roma esistono quattro centri, a Milano cinque. Ad aprire la strada a tutti il Cam di Firenze), quando ti raccontano che il primo scoglio sta proprio nel fare acquisire agli uomini “maltrattanti” – che attraversano tutte le classi sociali, poiché nella categoria si ritrovano dal manager all’operaio, dal docente universitario all’impiegato – una prima fondamentale consapevolezza: la “colpa” delle loro pulsioni non è della partner.  «La cosa che ti dicono subito è “Se mi sono comportato così è perché lei mi ha provocato”, mentre il punto vero è che non riescono a riconoscere la compagna all’interno di una relazione paritaria, in cui dalla donna arriva una domanda di cambiamento. L’autonomia del femminile diventa qualcosa che mette in discussione la mascolinità che si assorbe da una società, la nostra, con forti tratti patriarcali. Una cosa che in alcuni può essere deflagrante». A spiegarlo è Mario Caligiuri, che di mestiere fa l’avvocato. ma che è anche “facilitatore” nel  progetto “Relazioni libere dalla violenza” sostenuto da Solidea (provincia di Roma) in collaborazione con le associazioni Maschileplurale e Differenza Donna.

Il progetto si articola in cicli di dieci incontri con gruppi di uomini, finora una decina circa, che hanno agito violenza nei confronti delle donne seguendo un metodo che ricorda – mutatis mutandis – i gruppi di autocoscienza delle donne dei tempi che furono: «Ci si vede e si provano a mettere in comune le proprie esperienze. All’inizio c’è cautela e vergogna di sè, ma, anche grazie alle nostre provocazioni e a i nostri interventi, il clima cambia e il fatto di aver avuto pulsioni simili fa crescere l’attenzione nei confronti dell’altro e aiuta a valutare i propri comportamenti. Capita spesso che gli uni con gli altri si facciano delle domande, entrino nel dettaglio: lo fanno per capire meglio di sé».

Paura di sé

Chi approda a “Relazioni libere dalla violenza” lo fa volontariamente dopo aver letto volantini nelle Asl, nelle stazioni di polizia, nei pronti soccorsi, nei tribunali. A volte sono spinti dalle donne, «ma la condizione necessaria è che vogliano agire il cambiamento, che ne siano convinti, diversamente il lavoro perde di senso». E arrivano spaventati da sé, dalla reazione estrema avvenuta in un dato momento, dalla paura che il proprio comportamento possa ulteriormente degenerare e spingerli ancora più in basso.

Il lavoro degli operatori, che segue un orientamento socioculturale, punta a renderli consapevoli del proprio agire, a farli riflettere sui loro comportamenti e sulle autentiche ragioni che li hanno determinati, a evitare o ridurre al minimo – anche sul piano dell’intensità – le cosiddette “recidive”, ovvero l’iterazione della violenza.  «La nostra idea è che, a parte alcuni casi specifici, più che uomini violenti in sé, esistano comportamenti violenti che sono strettamente legati alle aspettative socioculturali che ruotano attorno al maschile», sottolinea Caligiuri. Tradotto, e banalizzando un po’: il maschio è maschio e deve dominare. Se per una ragione o per un’altra la cosa, all’interno della relazione o nel chiudersi di una relazione, non è pacifica, l’uomo entra in conflitto con un’identità socialmente consolidata e se da un lato si sente meno maschio, dall’altro insiste nel riaffermarsi in quanto tale con la donna. Con aggressività e violenze non solo fisiche o anche non fisiche (possessività estrema, gelosia, attacco all’identità della donna – sei ingrassata, sei sciatta, sei sciocca, eccetera).

Clinica, non malattia

All’analisi sulla società patriarcale e sui modelli ancora dominanti di maschile e femminile l’ associazione Il Cortile che ha sede presso la Casa internazionale delle donne di via della Lungara a Roma, associa anche l’approccio clinico, che caratterizza e guida il lavoro degli otto psicanalisti – dice la presidente Laura Storti «7+1», perché c’è anche un uomo a lavorare con gli uomini – che animano l’associazione. «Attenzione però, si parla di clinica e non di malattia. Dire che chi è violento è malato rischia di essere un’alibi e del resto la patologia può esserci, ma non è così frequente. Il punto è un altro: al netto dei condizionamenti culturali di chi aggredisce le donne, che sono evidenti e duri a morire, esiste anche la storia personale che è diversa da caso in caso. Storia personale in cui si possono trovare eventi traumatici che producono vuoti e in cui, lavorando in termini analitici, si possono individuare le ragioni anche di comportamenti violenti o di pulsioni aggressive estreme».

Un percorso che lavora individualmente, caso per caso, e scandaglia nel profondo per mettere a nudo un nodo «che magari non si può sciogliere del tutto, ma si può fronteggiare acquisendo strumenti». E quantomeno ridurre – e di molto – il danno. Percorsi che durano mediamente un anno e che puntano, sottolinea Storti, «all’assunzione di responsabilità. Chi fa violenza in genere dà la colpa all’altro. Lavorando nel profondo arriva a rendersi conto che la responsabilità dei comportamenti è sua, come è sua la responsabilità di cambiare, di modificare quei comportamenti». Ma quando la la presidente del Il Cortile  parla di responsabilità, si riferisce anche a quella delle donne maltrattate, «che si devono chiedere perché hanno sopportato così a lungo violenze a volte quasi irracontabili, anche sul piano piscologico. E sono chiamate ad assumersi poco a poco la responsabilità del cambiamento anche del proprio, di comportamento».

Riconoscere il Lato oscuro

Quasi tutti i luoghi in cui ci occupa dei maschi “maltrattanti” sono prima di tutto o arrivano dall’esperienza dai centri contro la violenza sulle donne. Per ovvie ragioni: se sostieni  mamme (e magari anche bimbi) abusate dai propri compagni – come è capitato al Cortile – inevitabilmente incappi anche nella figura maschile e ti poni il problema di come arrivare anche lì e mettere in moto processi di cambiamento che portino a chiudere con la violenza e con l’aggressività.

copDa qui la germinazione semispontanea di iniziative su tutto l territorio italiano che, secondo Maria Grazia Ruggerini, autrice con Alessandra Bozzoli e Maria Merelli di Il lato oscuro degli uomini, (Ediesse, 2014), dovrebbe essere sviluppata dalla politica, entrare come voce in sé nei finanziamenti (già pochi e scarsi) dei centri antiviolenza e quindi ottenere una sua ufficialità utile a far emergere tanto il “problema” quanto gli interventi sullo stesso: «È necessaria un presa di coscienza che porti a mettere a tema l’esistenza di una questione maschile come questione di tutti».

Perché il Lato oscuro degli uomini «non è solo legato al fatto che sono gli uomini stessi a non voler riconoscere la propria responsabilità nel comportamento violento, ma sta anche nella cultura patriarcale e neo patriarcale ampiamente diffusa e accettata – e a volte introiettata dalle donne – che in qualche modo se è eccessivo dire che legittima l’aggressività maschile, almeno legittima un laissez faire. Un abito culturale che porta a stigmatizzare ancora troppo poco, anche se la grande rilevanza mediatica sui femminicidi qualche effetto lo sta producendo. Ma è necessario fare di più».

@gozzip011

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