
VIS, LUIGI BISCEGLIA: «IN PALESTINA NON SI MOLLA DI UN MILLIMETRO»
C’è una guerra più subdola e nascosta che è in atto da tempo in Cisgiordania e sta eliminando lentamente altri palestinesi. Ne parliamo con Luigi Bisceglia, coordinatore regionale Vis - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, che è rimasto e sta mettendo in atto una resistenza pacifica e costruttiva
23 Marzo 2026
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Dal 28 febbraio, quando è iniziata la guerra di Israele e gli Usa contro l’Iran, i soldati delle Forze di difesa israeliane o i coloni hanno ucciso 11 palestinesi in Cisgiordania. Secondo l’Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, dal 7 ottobre 2023 il numero delle vittime palestinesi, uccise dai soldati o dai coloni israeliani è arrivato a 1071, compresi 233 bambini. Dall’inizio del 2026, per l’organizzazione non governativa israeliana B’Tselem, le persone palestinesi uccise in Cisgiordania sono state 24: 18 ad opera dei soldati e 6 da parte dei coloni. Al di là della guerra dichiarata sulla Striscia di Gaza ce n’è una, più subdola e nascosta, in atto da tempo in Cisgiordania che sta eliminando lentamente altri palestinesi. Ne parliamo con Luigi Bisceglia, coordinatore regionale VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, che è rimasto e sta mettendo in atto una resistenza pacifica e costruttiva.
Cisgiordania: tutto è iniziato a Jenin nel maggio 2022
Parlare con lui è importante. Perché ci mostra come questa situazione parta da lontano. «La situazione in Cisgiordania si è aggravata nel momento in cui l’ultimo governo Netanyahu è entrato in carica» spiega. «La data spartiacque è l’assassinio di Shireen Abu Akleh, la corrispondente di Al Jazeera, assassinata da un cecchino fuori dal campo dei rifugiati di Jenin nel maggio del 2022. Ci siamo accorti che stava succedendo qualcosa: la volontà politica del governo Netanyahu e dei due ministri più estremisti, Smotrich e Ben-Gvir, di chiudere i campi dei rifugiati nel nord della Cisgiordania. L’allora governo spostò 30 dei 33 battaglioni che erano a protezione del confine tra Gaza e Israele perché avevano questa operazione militare in corso. È da allora che la Cisgiordania è diventata un target. Gli accordi di Oslo del ‘93 prevedevano un periodo di transizione di soli 5 anni in cui la neonata autorità palestinese avrebbe gestito questo 13% del territorio, l’Area A, mentre l’Area B e l’Area C sarebbero state gestite per 5 anni da Israele e nel ‘99 tutto il territorio della Cisgiordania doveva essere restituito ai palestinesi. L’assassinio di Rabin del 95 ha bloccato tutto. In questo momento due terzi di un territorio più piccolo del Molise è sotto occupazione militare. Tutti gli insediamenti illegali sono stati costruiti in modo tale da separare le città più importanti della Cisgiordania e confinare la popolazione palestinese solo nelle municipalità. Tutto il resto del territorio, in un modo o nell’altro, prima o poi, sarà annesso al territorio di Israele».
La creazione di una milizia privata
Le cose, ovviamente, sono precipitate dopo il 7 ottobre del 2023. «Per volontà di Smotrich si è deciso di armare pesantemente gli abitanti degli insediamenti illegali, delle colonie» ci racconta Bisceglia. «Questo ha fatto sì, oltre alla creazione di una milizia privata, che l’incolumità della popolazione palestinese fosse molto più a rischio. Non c’è un villaggio che non sia stato attaccato dai coloni. E l’esercito israeliano sta a guardare perché le azioni dei coloni sono supportate da una parte di questo governo. E non ne parla nessuno. Chi ha mai detto che ci sono 60mila sfollati che avevano già lo status da rifugiati, perché erano stati già cacciati dalle loro precarie case nel campo profughi?».
200mila persone che dalla Cisgiordania lavoravano in Israele hanno perso il lavoro
E così, dopo il 1948, il 1967, c’è il 2024 come data di una nuova campagna in cui si cacciano le persone in maniera massiva dalle loro case. «Quello che ci aspettiamo oggi in Cisgiordania è che, l’Area B e l’Area C siano annesse” spiega Bisceglia. E che il governo israeliano smantelli la Civil Administration, una giunta militare che amministra le questioni civili in Cisgiordania. Creeranno un nuovo ministero per la Cisgiordania e sarà il governo nazionale a controllare direttamente il territorio. Nella migliore delle ipotesi i palestinesi potranno continuare a vivere in territori più ridotti, nelle municipalità. Nella peggiore, ci potrebbe essere un esodo verso la Giordania». Come si può immaginare, la situazione è pesante anche economicamente. «Dal 7 ottobre almeno 200mila persone che dalla Cisgiordania lavoravano in Israele hanno perso il lavoro, e queste cifre non possono essere riassorbite in un mercato che era già stagnante prima» ci racconta Bisceglia. Come fanno a sopravvivere? «Alcuni hanno una casa di proprietà, hanno esaurito i risparmi ma hanno parenti e all’estero e, grazie alle cosiddette rimesse, la vita va avanti. E ci si accorge meno della situazione grazie alla grandissima dignità che i palestinesi hanno. Non si perdono d’animo, non si arrendono. E si ha la percezione che le cose non siano così gravi. Non c’è più turismo. E ci sono una serie di restrizioni per qualsiasi tipo di industria. L’autorità palestinese non riesce a pagare gli stipendi perché il governo israeliano trattiene le imposte indirette: 700mila persone nel settore pubblico – insegnanti, infermieri, giudici e poliziotti – ricevono tra il 30 e il 50% del loro stipendio ogni due mesi. I bambini vanno a scuola solo due giorni alla settimana quando va bene. E per la prima volta da quando vivo in Palestina, mi è capitato di incontrare bambini di 8 anni che non sapevano né leggere né scrivere. E in Palestina abbiamo un tasso di alfabetizzazione del 97%».
Due Stati? Non ci sono le condizioni
Sembra che l’obiettivo sia chiaro, costringere gli abitanti di quelle terre ad andare via in modo da rendere la soluzione dei due Stati impossibile nei fatti. «Sfatiamo il mito della soluzione dei due Stati» precisa subito Bisceglia. «Non ci sono minimamente le condizioni. Nel 2012 la Palestina è stata riconosciuta come membro non statale delle Nazioni Unite: ha lo stesso status giuridico di Città del Vaticano. Dal 2012 al 2026 cosa è cambiato? Nulla. Se ci fosse stata la volontà politica di creare uno Stato palestinese, gli stessi stati che adesso hanno riconosciuto lo stato di Palestina avrebbero dovuto obbligare Israele a sedersi al tavolo di un nuovo processo di pace, a discutere dei confini e mettere l’autorità palestinese nelle condizioni di gettare le basi per la creazione di un nuovo Stato. In questo momento non solo non c’è continuità territoriale tra Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania. Ma la situazione in Cisgiordania sta peggiorando, il numero di coloni sta aumentando: e i 714 chilometri di muro sono stati costruiti anche sul confine tra la Giordania e Israele: un eventuale stato palestinese avrebbe i propri confini all’interno di Israele».
Il divide et impera ha funzionato benissimo
E non si parla più del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. «Ci sono gli sfollati interni» ricorda Bisceglia. «Ma anche 5 milioni di rifugiati che vivono in Siria e in Giordania. Queste questioni politiche vanno affrontate. E qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire ai palestinesi “scordatevi di tornare a casa vostra”». Due stati: sì, ma dove, come? Uno scambio di territori è possibile nel 2026? Il divide et impera ha funzionato benissimo qui. Lo status dei palestinesi che vivono in Cisgiordania è diverso da quelli che vivono a Gaza e a Gerusalemme. E dai palestinesi che sono cittadini israeliani e vivono nel nord del Paese. Voi pensate che un cittadino palestinese che vive a Nazareth o ad Haifa sarebbe disposto a tornare a vivere sotto l’autorità palestinese? Non accadrà mai. Il problema è che dal punto di vista dei diritti economici e sociali Israele è meglio dell’Italia. I diritti umani sono indivisibili: ma qui quelli economici e sociali sono più importanti di quelli civili e politici. Le comunità palestinesi sono divise fra loro. Vorrei che venisse fuori questa complessità. E per questo vorrei meno dichiarazioni e più fatti, se davvero si vuole sostenere il popolo palestinese. In questo momento storico i palestinesi sono completamente abbandonati a se stessi».
È un momento di crisi: è il momento di investire sulle proprie competenze e guardare al futuro
Luigi Bisceglia, il Vis e altre realtà stanno continuando a lavorare per dare ai palestinesi una vita migliore, con aiuti umanitari, progetti educativi, di sviluppo economico e di supporto psicologico. «Dopo il 7 ottobre noi del Vis eravamo compatti nel dire “non si molla di un millimetro, la Palestina non deve chiudere, non possiamo abbandonare le nostre comunità”» ci racconta Bisceglia. «Abbiamo avuto la fortuna di aprirci a nuove collaborazioni, e a investire di più sullo staff palestinese. Abbiamo cercato di leggere i nuovi bisogni, cioè che bambini e ragazzi avessero bisogno di essere sostenuti. Insieme a Soleterre abbiamo aperto un centro per la cura del trauma, abbiamo aiutato i bambini malati di cancro e abbiamo fatto una campagna di acquisto di farmaci chemioterapici. Nel settore educativo siamo andati avanti a supportare il Ministero dell’Istruzione palestinese per ristrutturare o equipaggiare scuole che sono in aree più periferiche o esposte alla violenza dei coloni, e rendendole a misura di bambino. Abbiamo cercato di fare supporto psico-sociale, soprattutto utilizzando lo sport, in collaborazione con Inter Campus. Con l’Università di Betlemme ci occupiamo di alta formazione, abbiamo continuato a portare avanti un master in cooperazione allo sviluppo e cogestiamo un incubatore per imprese tradizionali e uno per imprese sociali. Insieme ai Salesiani continuiamo a supportare il loro centro di formazione professionale cercando di innovare. Dobbiamo introdurre nuove metodologie di insegnamento o provare a creare nuove figure professionali. Stiamo cercando di elaborare un nuovo percorso formativo, nel settore dell’economia circolare, per trasformare i rifiuti in un’opportunità. Facciamo anche percorsi di avvicinamento all’imprenditoria. È un momento di crisi? Sì. Ed è il momento di investire sulle proprie competenze e guardare al futuro cercando di non commettere gli stessi errori del passato, aprendo orizzonti possibili. Crediamo che sia un modo concreto di leggere i bisogni, di coprire quello che si può con i fondi che abbiamo a disposizione e continuare a fare raccolta fondi, sapendo che è più difficile, viste le aree di crisi, non sai veramente per chi donare».
Costruire una scuola non significa solo usare i mattoni
Uno dei progetti concreti che Vis sta portando avanti è la costruzione di una scuola nel villaggio di Khallet Taha, a sud di Hebron, in Cisgiordania. «Il 51% della popolazione palestinese è sotto i 18 anni: il settore educativo è uno dei più strategici» ci spiega Bisceglia. «E costruire una scuola non significa solo usare i mattoni, ma costruire un ponte tra l’Italia e la Palestina e dare speranza ai bambini di oggi che staranno meglio in un futuro prossimo. Siamo orgogliosi di dire che più di 500 persone hanno partecipato a questo crowdfunding, che ci ha permesso di raccogliere più di 120mila euro per donare una scuola in un villaggio sperduto a Sud di Hebron, dove tra i 40 e i 60 bambini potranno andare a scuola evitando di dover fare 5 chilometri a piedi ed essere a rischio di tutte le varie problematiche. È stato un modo per dire concretamente come volevamo utilizzare i fondi anche in Cisgiordania e non solo a Gaza».
La domanda delle mie figlie è: quando finirà la guerra?
Ma come vive Luigi, sposato con una palestinese e con due figlie, questa situazione, diviso tra l’impegno per aiutare i palestinesi e la paura di vivere in una zona così pericolosa? «In realtà la vivo malissimo» ci confessa. «Mi sento responsabile prima di tutto per le mie bambine e per mia moglie. Mi chiedo: è giusto far provare questo tipo di sensazione alle mie figlie, considerato che avrebbero una situazione migliore in cui vivere, l’Italia? Ma allo stesso tempo le loro radici sono anche qui. E abbandonare la nostra comunità adesso mi farebbe sentire molto più in colpa. Fino a che ci sono le condizioni minime per vivere una vita dignitosa noi rimarremo. L’unica cosa che mi preoccupa è che le scuole sono chiuse. E immaginatevi cosa vuol dire, per delle bambine di 7 e 10 anni, stare 24 ore su 24 in casa. La domanda più ricorrente delle mie figlie è: “quando finirà la guerra?”. Ma anche “perché non andiamo in Italia?” E devo spiegare loro che poi sarebbe una cosa definitiva. Se poi dipendesse da un’urgenza non servirebbe nemmeno fare le valige, partiremmo col solo passaporto. Ma, almeno, noi un piano B ce l’abbiamo. Ci sono 5 milioni di persone che non ce l’hanno».






