VITTORIO A TAVOLINO, IL FILM SUL PING PONG CHE UNISCE L’ESQUILINO

A Piazza Vittorio, nel cuore multiculturale di Roma, due tavoli verdi diventano punto d’incontro e antidoto alla solitudine. Il documentario racconta una comunità spontanea, fatta di situazioni diverse che si intrecciano tra gioco, socialità e vita quotidiana. «Una storia molto locale ma dal respiro universale»

di Antonella Patete

4 MINUTI di lettura

ASCOLTA L'ARTICOLO

Intorno a due tavoli da ping pong in muratura al centro di una piazza si crea una piccola e variegata comunità formata da persone di diverse età, lingue, culture ed estrazione sociale. Un’umanità composita che solo il linguaggio universale dello sport di strada riesce a unire, rafforzando le relazioni e mitigando la solitudine. Questa piccola storia urbana nata nei giardini di piazza Vittorio Emanuele II, nel rione romano dell’Esquilino, è al centro di Vittorio a tavolino, il docufilm diretto da Silvio Montanaro e Séverine Queyras, proiettato lo scorso 23 aprile al cinema Farnese di Roma. Prodotto da Invideo Multimedia e distribuito da Emera Film, il documentario è stato realizzato grazie a un crowdfunding e con il sostegno del I Municipio, della Federazione Italiana Tennis Tavolo e di diverse associazioni del quartiere tra cui, Piazza Vittorio APS che da sempre sostiene i pongisti del rione e nel tempo ha contribuito all’organizzazione di tornei via più grandi e partecipati.

Due anni di riprese e nove mesi di montaggio

«Il docufilm arriva al termine di un lungo percorso iniziato quasi tre anni fa, cioè dopo due anni di riprese e nove mesi di montaggio, per via dell’enorme mole di materiale girato», spiega Montanaro, che ha incrociato la storia dei pongisti di Piazza Vittorio, nel momento in cui è andato ad abitare all’Esquilino. È stata la sua amica Séverine Queyras, fotografa e appassionata pongista, a parlargli per prima della piccola comunità che si riuniva intorno ai due tavoli della piazza. «Grazie a Séverine ho scoperto una situazione che mi sembrava particolarmente interessante da raccontare in un documentario», prosegue il regista. «L’idea di realizzare un docufilm è nata quasi per caso, senza pretese e, soprattutto, senza sapere in quale impegnativa avventura ci stavano andando a infilare».

Raccontare l’Esquilino partendo dal ping pong

Subito Montanaro comprende che raccontare l’esperienza del ping pong è in fondo un modo per raccontare un quartiere come l’Esquilino, unico a Roma per la miscela di culture e di persone che lo attraversano. «Un rione con una storia di immigrazione molto lunga, ma anche un luogo fatto di grandi contraddizioni, contrasti e difficoltà, dove la borghesia intellettuale romana che da anni ha cominciato ad abitare il quartiere convive con le persone che dormono per strada o sotto i portici», osserva. Un centro di continue sperimentazioni sociali, in altre parole, dove l’animo inclusivo e accogliente del quartiere si confronta continuamente con le tensioni securitarie di una parte dei comitati di quartiere, che chiedono maggiore pulizia e sicurezza. «Tensioni apparentemente insormontabili», sottolinea il regista, «che il gioco del ping pong sembra livellare e ridurre».

Séverine e l’inizio della storia

Séverine è arrivata all’Esquilino in un momento particolare della sua vita. Si stava separando e la sua carriera di fotografa di moda, dopo trent’anni di successi e soddisfazioni, rallentava. Poi è arrivato anche il Covid e, come se non bastasse, c’era la malattia del padre, anziano e residente in Francia. Viveva nell’ansia perenne di ricevere una brutta notizia, ogni mattina correva un’ora per sfogarsi e prepararsi ad affrontare la giornata, e correndo lanciava un’occhiata ai tavoli nella piazza. Finché un giorno ha preso coraggio e si è avvicinata. Aveva giocato da bambina, non si poteva considerare una campionessa, ma la possibilità di riprendere in mano la racchetta l’attirava. Soprattutto l’attraeva l’idea di trascorrere del tempo insieme agli altri, condividendo qualcosa che non fosse semplicemente un flusso di parole.

Marco, Valentina, Mimmo, Coach e gli altri 

Séverine, oltre a essere la co-regista e la direttrice della fotografia, è una delle voci più marcate del documentario. Sono tante, però, le persone che si alternano intorno al tavolo verde e altrettante le vicende che portano ciascuno a trascorrere un pezzo della propria giornata nella comunità dei giocatori. C’è chi ha scoperto il tavolo mentre faceva la spesa e chi non esce mai di casa senza una racchetta nello zaino, chi ama scroccare le sigarette e chi ha sempre una racchetta in più perché non si sa mai. Chi ogni giorno dopo il lavoro si ferma a giocare per due ore perché a casa non lo aspetta nessuno e chi giura che il ping pong crea dipendenza come una droga. C’è Valentina che ha due figli che vivono lontanissimo, in Australia, e Mimmo che ha 80 anni e non gioca, ma si diverte a guardare. E poi c’è Coach che viene dal Ghana e vive in un centro di accoglienza, ma la domenica non ha nulla da fare. E Marco, l’altro protagonista del docufilm che, da quando ha smesso di lavorare come vigile del fuoco, frequenta il parco assiduamente: «Improvvisamente ti trovi in pensione e già quello è un cambiamento enorme», racconta. «In più ti alzi la mattina dal letto e ti dici: ma adesso che faccio?».

Il tavolo verde come antidoto alla solitudine

«Mi interessava indagare su cosa volesse dire creare comunità attraverso una storia luminosa di persone che si aiutano e si vogliono bene», osserva Montanaro. Ma dietro la luce si intravede, lungo tutto il corso del documentario, la sensazione solitudine che lambisce la vita di ognuno a prescindere da età, sesso, cultura ed estrazione sociale, e di cui il ping pong può appresentare l’antidoto. «Da chi non ha una casa propria fino a chi vive negli appartamenti borghesi che affacciano sopra Piazza Vittorio, il senso di sradicamento colpisce un po’ tutti in maniera indistinta», dice ancora. Una storia piccola solo in apparenza, insomma, capace di riconnettere persone diverse. «Il fatto che il docufilm sia stato selezionato in vari festival in giro per il mondo dimostra come anche una storia molto locale possa avere un respiro universale». Sullo sfondo la piazza, che dopo anni di degrado, diventa «un centro vitale dove tutti possono stare, mangiare, dormire, suonare, ballare o giocare»: un luogo di aggregazione unico e aperto, dove «non devi pagare il biglietto». Perché il tavolo da ping pong è come il bar, puoi andarci senza bisogno di metterti d’accordo con nessuno, perché sai che, a tutte le ore del giorno e della sera, troverai sempre dei giocatori disponibili a fare una partita. Dopo l’anteprima romana, il film proseguirà il suo tour con tappe in varie città italiane tra cui Torino, Padova e Bologna.

 

VITTORIO A TAVOLINO, IL FILM SUL PING PONG CHE UNISCE L’ESQUILINO

VITTORIO A TAVOLINO, IL FILM SUL PING PONG CHE UNISCE L’ESQUILINO