VOLONTARIATO: E SE LA GRATUITÀ NON CONTASSE PIÙ?

I risultati di un'indagine della Convol dicono che qualcosa sta cambiando, e non necessariamente in meglio. Intervista con Emma Cavallaro

di Paola Springhetti

Che cosa è il volontariato se non impegno gratuito? L’equazione non sembra più così scontata, per le organizzazioni di volontariato, molte delle quali si identificano in altre parole-chiave: il 47% delle organizzazioni ritiene che il termine definisce meglio l’organizzazione sia l’assenza di fini di lucro, il 30% sceglie la solidarietà, il 32,5% l’utilità sociale. Sceglie la gratuità il 36% delle organizzazioni. Il dato emerge dalla ricerca “Volontari e Volontariato organizzato tra impegno civico e gratuità”, commissionata dalla ConVol (Conferenza permanente delle Associazioni, Federazioni e Reti di Volontariato) ad un gruppo di ricercatori coordinato da Ugo Ascoli dell’Università Politecnica delle Marche.
E infatti nel campione di 850 associazioni sparse sul territorio nazionale, solo il 60% potrebbero essere definite di volontariato puro, mentre un 38% ha di fatto livelli diversi di “ibridazione” con altre realtà non profit e un 2% marcia deciso verso il modello dell’impresa sociale.
Questa disponibilità alla “ibrididazione identitaria” è sintomo di crescita, di quella flessibilità necessaria per adattarsi ai tempi cambiano e ai bisogni che crescono o è piuttosto un sintomo di perdita di valore? «Io credo che siamo di fronte a una perdita di identità, anche se ammetto che bisogna riflettere di più sopra questo dato. Ma se mi guardo intorno, vedo sempre più spesso confondere il volontariato vero non solo con la promozione sociale, ma anche con l’impresa sociale… E mi sembra evidente che questi due dati – sul ridimensionamento del valore della gratuità e sull’ibridazione – marciano insieme», spiega Emma Cavallaro, presidente della Convol.

Schiacciati sui servizi

La ricerca denuncia anche una contrazione della dimensione politica dell’impegno che, secondo Cavallaro, è legata alla «situazione di difficoltà che conosciamo tutti: le associazioni sono schiacciate sui servizi dalle istituzioni locali, che le usa per attutire i danni dei loro deficit. In questa situazione è evidente che il fare può superare il pensare. E senza pensare non puoi combattere le cause del problema, cioè giocare il tuo ruolo politico». Del resto, «l’esperienza mi dice che anche il ruolo culturale viene a mancare. In molte realtà – per fortuna non tutte – è andato attenuandosi l’impegno per la formazione. Tutti sono presi dai servizi, dalla necessità di rispondere ai grandi bisogni, e la formazione è diventata quasi un lusso».

Il volontariato di protezione civile collabora strettamente con le Amministrazioni
Il volontariato di protezione civile collabora strettamente con le Amministrazioni

Forse anche per questo le associazioni, secondo la ricerca, sono molto aperte ai rapporti, ma più a quelli verticali che non a quelli orizzontali, con le altre organizzazioni del territorio. Anche questo è un problema, «che va di pari passo con l’indebolimento della dimensione politica e con il tema della frammentazione: troppe organizzazioni ancora non capiscono che se ci si mette in rete a livello orizzontale si conta di più».
Dunque, le indicazioni per il volontariato sono «fare rete e recuperare totalmente il suo ruolo politico, impegnandosi responsabilmente nel quotidiano, sul territorio, ma con l’occhi ad un orizzonte più largo e volto al futuro».

Una riforma che non aiuta

Purtroppo, la legge di riforma del Terzo settore in arrivo non aiuta, secondo Emma Cavallaro, perché «per come è oggi, del volontariato organizzato, della identità e dell’autonomia delle organizzazioni non si occupa. Il volontariato, evidentemente, non interessa. Lo stesso welfare viene concepito come qualcosa che tu dai a qualcuno in difficoltà e che lui ti restituirà con il lavoro volontario. Ma noi sappiamo bene che molti non saranno mai in grado di rendere nulla. L’impressione è che il testo sia stato pensato da persone che non conoscono il volontariato o non lo vogliono conoscere: conoscono l’impresa sociale e quanto può essere utile, ma non il volontariato. Tanto è vero che si preoccupano solo di quantificare quanto pil produce».

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