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accoglienza diffusa

ACCOGLIENZA DIFFUSA. COSÌ A FORMIA I MIGRANTI SI INTEGRANO

ACCOGLIENZA DIFFUSA. COSÌ A FORMIA I MIGRANTI SI INTEGRANO

Il Gus gestisce un centro di accoglienza straordinario, valorizzando il territorio e creando i presupposti per una convivenza tranquilla

Accoglienza diffusa: è questa la strada per far sì che l’immigrazione non sia una perenne emergenza e per realizzare davvero l’integrazione nella comunità del territorio.
Alessandro Dessì in questi giorni è in Nepal, a Nord di Katmandu verso il confine con il Tibet, per partecipare all’inaugurazione di dieci aule di una scuola distrutta dal terremoto dell’aprile scorso. È uno dei progetti andati a buon fine del Gus (Gruppo Umana Solidarietà), che aveva stabilito un partenariato con un’associazione locale e “in remoto” – per contenere i costi – ha portato avanti il progetto.
Una metodologia di lavoro: puntare all’obiettivo usando con la massima trasparenza le risorse, valorizzando il territorio ed evitando sprechi e speculazioni. Un metodo che il Gus, una Ong nata nel ’93 come associazione di volontariato, applica anche nei progetti in Italia. Ad esempio a Formia, nella gestione del CAS della prefettura di Latina.
I CAS sono centri di accoglienza straordinari concepiti per rispondere alle esigenze straordinarie legate ai flussi di migranti che arrivano sulle nostre coste. In questi ultimi tempi sia il rapporto della campagna Lasciatecientrare, sia quello della Commissione per i diritti umani del Senato hanno puntato il dito sul nostro sistema di accoglienza, denunciando inefficienze, improvvisazioni, ingiustizie che avvengono quotidianamente.
Oltre che competenza, ci vuole coraggio a lavorare in questo ambito. Il Gus è stato tra i primi soggetti che hanno sollevato “osservazioni” sul sistema.

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Formia. Con il progetto “Un mondo a colori” il Gus entra nelle scuole

«Il nostro è stato un presagio non ascoltato», spiega Alessandro Dessì, che è responsabile delle attività del GUS all’estero e coordinatore di quelle del Lazio. «A parte il contesto di Mafiacapitale, che ti permetteva, se eri un bandito, di farlo bene e di trarre profitti dalla situazione, abbiamo visto di tutto: migranti ospitati in capannoni con letti a castello, gestori che fino al giorno prima gestivano canili e così via. Un problema fondamentale è che, fino al 2014, gli affidamenti avvenivano in base all’offerta al maggior ribasso: per fortuna ora ci si basa sulla miglior offerta, e quindi c’è un maggior controllo sulla competenza, oltre che sulla trasparenza».

Un lavoro faticoso, ma vale la pena

Il GUS ha puntato tutto su un lavoro di integrazione approfondito, basato sull’accoglienza diffusa. C’è un centro di prima accoglienza con una ventina di persone: vengono accolte e ascoltate, ricevono le prime attenzioni – anche sul piano sanitario e legale – e poi vengono smistate, perché c’è chi vuol ripartire subito e chi invece vorrebbe rimanere. Dopo questo primo momento, i migranti vengono indirizzati in diversi appartamenti, che accolgono ognuno da cinque a otto persone. In tutto, si tratta di una novantina di migranti.
«In genere», spiega Dessì, «sono uomini giovani: la maggior parte sotto i 25 anni, altri sotto i trenta, più qualche minorenne e due nuclei familiari (il GUS gestisce un CAS anche a Roma, che accoglie donne vulnerabili, vittime di tortura o tratta, donne con figli piccoli).
È chiaro che la scelta dell’accoglienza diffusa implica un carico logistico molto impegnativo, anche se l’Ong può contare sull’appoggio del Comune di Formia che, ad esempio, ha messo a disposizione alcune stanze nella struttura dell’ex Enaoli. «Avere tutto centralizzato in un posto solo è diverso: con la nostra scelta tutto si moltiplica», spiega Dessì. «E anche dal punto di vista delle relazioni l’accoglienza diffusa è un’arma a doppio taglio: ci sono dieci vicinati invece che uno… Ma vale la pena, perché con l’accoglienza diffusa si creano opportunità: sempre più spesso vediamo ragazzi del Bangladesh che cucinano per i vicini e viceversa. Anche così nascono i processi di integrazione. Dopo di che, è ovvio che ci sono persone poco socievoli tra gli italiani come tra i pakistani, ma ognuno nel quartiere dove va a vivere deve costruire sistemi relazioni, per il sostentamento oltre che per la vita».

La canzone martellata dai media

Scegliere l’accoglienza diffusa significa lavorare con la consapevolezza che l’immigrazione non è un’emergenza: «sono trent’anni che il flusso è costante. La gente è più disponibile di quello che a volte si pensa: per le persone la difficoltà vera è capire che il mondo dello schermo televisivo e quello che calpesti non sono lo stesso posto. Ti cantano la canzone martellata dai media, ma quando non parli degli immigrati, ma di quella persona lì che ha un nome e un cognome, è un’altra cosa: è uno che ti disturba perché tiene la musica alta o è uno che ti aiuta, ma è comunque uno. Il resto si affronta: la raccolta differenziata manda in crisi chiunque abbia più di sessant’anni e ai migranti crea difficoltà più serie, ma quello che serve è una battaglia culturale che vale per tutti, anche per gli italiani. E poi, non è vero che ci sono conflitti sul piano religioso: gruppi di religioni diverse convivono tranquillamente e negli stessi spazi». Un esempio? «Qui c’è una quota importante di islamici, ma dopo il primo attentato di Parigi è stato organizzato un incontro in chiesa, con lettura di testi sacri delle due religioni. E a Formia c’è una parrocchia, dove un ragazzo musulmano è stato invitato a far parte del consiglio parrocchiale».

I contatti per l’accoglienza diffusa

Insomma, con l’accoglienza diffusa la fatica c’è, ma i risultati sono tangibili. Perciò, anche se bisogna fare i salti mortali per stare dentro i budget, vale la pena anche fare cose che non sarebbero previste dalla convenzione. «Come una partita di calcio, che implica comperare 20 paia di scarpe con i tacchetti». Sono cose da non sottovalutare.

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Lo sport è uno strumento di integrazione fondamentale

Per questo c’è bisogno di altre risorse, anche umane: i volontari, i tirocinanti, altre associazioni. A Formia il GUS ha otto operatori e mediatori, più due docenti di italiano, ma poiché l’insegnamento dell’italiano è fondamentale, diventa preziosa la collaborazione con i CPA (i centri per l’insegnamento pubblici) da una parte e dall’altra con l’associazione Insieme Immigrati in Italia, da più di dieci anni attiva sul territorio. «Capitalizziamo tutti i contatti possibili, anche con volontari occasionali, quando è necessario», conclude Dessì.

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