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APOLIDI IN ITALIA: GLI INVISIBILI SONO 15MILA

APOLIDI IN ITALIA: GLI INVISIBILI SONO 15MILA

Servono una legge organica e procedure di riconoscimento più semplici. La campagna #NonEsisto lanciata dal Consiglio Italiano per i Rifugiati

Gli “invisibili”, così vengono chiamati gli apolidi. Non esistono per la legge italiana, nonostante queste persone rappresentino un fenomeno abbastanza conosciuto nel nostro Paese. La percezione dell’opinione pubblica è ancora troppo superficiale e i media nazionali non danno spazio a questo tipo di problema. In merito al tema dell’apolidia, il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) ha dunque lanciato in questi giorni  la campagna #NonEsisto, attraverso la quale i promotori vogliono raccontare le storie simbolo di chi vive la condizione di apolide sulla propria pelle e su quella dei propri figli sul territorio nazionale. L’obiettivo ultimo della campagna è mostrare cosa comporta vivere un’esistenza negata, laddove la condizione di apolide non viene riconosciuta e con essa tutti i diritti e le opportunità. La campagna fa parte del progetto Listening to the sun, realizzato dal Cir con il sostegno della Open Society Foundations in Italia.

Gli apolidi, come enuncia lo stesso Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNhcr), sono quegli individui che nessuno Stato considera come suo cittadino per applicazione della sua legislazione (art. 1 A della Convenzione del 1954 relativa allo status delle persone apolidi), e ai quali, di conseguenza, non viene riconosciuto il diritto fondamentale alla nazionalità né assicurato il godimento dei diritti ad essa correlati.
L’apolide convive, per circostanze diverse e indipendenti dalla propria volontà, sul suolo italiano in uno stato di invisibilità giuridica agli occhi delle Istituzioni nazionali.
La sua condizione comporta difficoltà ad accedere alle cure sanitarie e agli studi; non ha accesso all’assistenza sociale né al mercato del lavoro; non ha libertà di movimento e non può sposarsi. È in perenne irregolarità di soggiorno e può, di conseguenza, essere soggetto a periodi di detenzione amministrativa e a ordini di espulsione. Vulnerabile e senza diritti, l’apolide è esposto al rischio di essere vittima di lavoro nero, di sfruttamento e traffico di esseri umani.
Questa condizione non si esaurisce con la loro esistenza, ma lo status di apolide viene ereditato anche dai figli di queste persone. Molti nati nel nostro Paese vengono da famiglie di rifugiati o sfollati, come quelli provenienti dalla ex Jugoslavia, dalla Palestina, dal Tibet, Eritrea, Etiopia, o dai paesi dell’ex Urss. Rappresentano la seconda o terza generazione e hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. E che dire delle nuove masse di rifugiati che stanno sbarcando sulle nostre coste? Anche loro corrono il rischio di diventare invisibili: questo può succedere, ad esempio, nel caso di figli nati da madri siriane rimaste sole, che non possono trasmettere la cittadinanza ai loro pargoli a causa della stessa legge siriana che riserva tale diritto solamente ai padri.

Apolidi: la legge italiana

In Italia i cosiddetti invisibili sono ben 15mila, di cui solo una piccola percentuale, calcolata intorno ai 700 individui, ha potuto ottenere lo status riconosciuto dalla legge italiana. Vivono ai margini del tessuto urbano delle nostre città , discriminati o spesso confusi con i senza fissa dimora o associati alla microcriminalità.

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In Italia 15mila apolidi non possono studiare, lavorare, sposarsi, avere documenti e diritti. In Europa sono 600mila. Foto Denis Bosnic (nonesisto.org)

È un problema sociale troppo spesso messo da parte e occupa poche volte uno spazio nell’agenda della politica interna. Già nel 2012, la circoscrizione Lazio di Amnesty International sollevò il problema con una trasmissione radio chiamata 30X30 in cui esperti e testimoni diretti hanno portato la loro testimonianza. Nonostante l’Italia sia uno fra i 14 paesi al mondo ad avere stabilito procedure per il riconoscimento dello status di apolide, tuttavia ostacoli burocratici e assenza di informazione spesso rendono tali procedure di difficile accesso, come denuncia la campagna.
A livello istituzionale qualcosa si sta tuttavia muovendo, anche se con notevole ritardo. Il 25 novembre 2015, infatti, la Commissione Diritti Umani del Senato, in collaborazione con il Cir e Unhcr ha presentato il Disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide, per modificare le vigenti prescrizioni di legge per farsi riconoscere come apolide. 
Attualmente in Italia esistono due procedure per il riconoscimento di tale status: una in via giudiziaria e una in via amministrativa. Entrambi i procedimenti presentano però difficoltà di accesso o di concreta fruibilità. L’attuale normativa amministrativa non chiarisce, inoltre, elementi fondamentali: si fa riferimento al requisito della “residenza” e non della “residenza legale” ma, per istruire la pratica, il Ministero dell’Interno richiede l’esibizione del permesso di soggiorno e del certificato di residenza anagrafica. Coloro i quali sono privi di permesso e certificato di residenza anagrafica non hanno modo di accedere alla procedura amministrativa. Altrettanti chiarimenti necessita la via giudiziale, per quanto sia la più usata: non sono specificati gli standard della prova, le garanzie procedurali, la durata del procedimento e il meccanismo di ricorso. Il problema è sopratutto la lunghezza del procedimento e i costi ad esso collegati, nonché la difficoltà oggettiva che persone spesso in condizioni di destituzione hanno ad affrontare un complesso iter giudiziario. «L’adozione», secondo il Cir, «di una legge organica garantirebbe una procedura semplice e accessibile per il riconoscimento dello status di apolidia, facilitando quindi l’identificazione delle persone apolidi presenti in Italia e assicurando loro il godimento dei diritti fondamentali e una vita dignitosa».

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Flavio Mezzanotte
Flavio Mezzanotte

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