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BUONE NOTIZIE: SIAMO ANCORA CAPACI DI NARRARE LA FIDUCIA?

BUONE NOTIZIE: SIAMO ANCORA CAPACI DI NARRARE LA FIDUCIA?

Nella narrazione dei media faticano a trovare posto le buone notizie, la solidarietà, la coesione sociale. Eppure la narrazione positiva aumenta la fiducia e crea comunità

La solidarietà è bella ma facciamo fatica a raccontarla. Nel nostro paese, secondo i dati ISTAT, ci sono 301mila istituzioni non profit, quasi 5 milioni di persone che fanno volontariato nelle associazioni e tre milioni che lo svolgono in forma individuale.

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«La narrazione del bello non può che partire da una città, ed è la stessa città a diventare terreno dove seminare le buone notizie. Foto Paolo Zannini © Progetto FIAF-CSVnet “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”

Eppure solo lo 0,78% del tempo di messa in onda dei tg Rai e lo 0,28% dei tg Mediaset (dati AgCom 2016) è riservato all’associazionismo e alla gente comune.  Le “reti solidali” italiane stentano a diventare notiziabili e anche quando riescono a farsi notare, ciò che emerge è l’episodio eccezionale e non il lavoro ordinario del quotidiano.

In questo quadro mediatico siamo ancora capaci di cercare buone notizie, di raccontare le esperienze positive del territorio, di privilegiare la coesione sociale e non il conflitto, di riscoprirci cittadini e non solo utenti anonimi privi di speranze?

Farlo non è solo responsabilità degli operatori della comunicazione e a dimostrarcelo è stato quel gruppo di giovani materani che a fine 2008 ha presentato il dossier di candidatura della città a Capitale europea della Cultura 2019, aggiudicandosi poi la scelta finale. Una vittoria inaspettata per una città che ha voluto rimettere in discussione le sue certezze (e incertezze) gettando lo sguardo per un “futuro aperto – open future”.

«Essere davvero e sempre open non è non sarà facile», si legge nel dossier, «ma al centro del nostro programma ci sono loro, i cittadini, di Matera, della Basilicata, del Mezzogiorno e d’Europa». La narrazione del bello, perciò, non può che partire da un agglomerato urbano, da un paese, da una città. A conti fatti è in quest’ultima che si decide la lotta alla povertà, la questione ecologica ed energetica, il rilancio dell’economia ed è la stessa città/comunità a diventare terreno dove seminare le buone notizie.

 

Le vie, le piazze, i quartieri che abitiamo esprimono speranza anche attraverso l’arte: la street art ci insegna che la bellezza si può recuperare e offrire visivamente in qualunque situazione, anche nei luoghi meno deputati a celebrarla. Non pensiamo solo ai celebri writers che il più delle volte scelgono spazi ampi e colori duraturi, ma anche a quel patrimonio di artigiani che con semplici gessetti riproducono per le strade dipinti noti, un’occasione per far rivivere (anche se per poco tempo) la memoria artistica del nostro Paese. L’arte di strada riesce a far esplodere in tanti colori le sfumature di una comunità, quelle che ai media restano impercettibili e che su una facciata di un palazzo sono, invece, obbligati ad ammirare.

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Un progetto di riqualificazione con la street art a San Basilio, Roma

Se per leggere il terreno fertile di ogni città servono degli “occhiali giusti”, indossarli spetta innanzitutto agli attori dell’informazione che il più delle volte scambiano per eccezionale un lavoro che porta i suoi frutti giorno dopo giorno. Come la campagna #nonsonoangeli, lanciata nel 2014 dopo l’alluvione di Genova, per ribadire un concetto essenziale: «i volontari che spalano il fango non sono angeli. Non sono eroi ma cittadine e cittadini attivi. Li vedete come angeli ma sono persone “comuni”». Se c’è un volontariato che si attiva nelle emergenze è perché ci sono associazioni e persone che quotidianamente lavorano per prevenire e risolvere problemi dialogando con le istituzioni. Se i criteri di notiziabilità classici del giornalismo sembrano non essere compatibili con il racconto della solidarietà è pur vero che negli ultimi anni il sociale è diventato contesto e contorno di tante altre notizie (immigrazione, diritti di cittadinanza, disabilità).

Narrare il sociale vuol dire, quindi, raccontare storie di speranza, far crescere il senso di comunità tra le persone e attorno valori condivisi. Ciò può avvenire attraverso l’arte figurativa, il teatro, la fotografia, il giornalismo, il web, eccetera. Su questo ed altri temi hanno riflettuto i docenti dell’Università Pontificia Salesiana di Roma raccogliendo 12 saggi di comunicazione sociale nel volume I germogli della Buona notizia. Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo (Las 2017).

buone notizieSAMMARCO Vittorio, BLASI Simonetta, LOBO Anthony Clifford, PICCINI Maria Paola 
“I Germogli della buona notizia”
Editrice LAS, 2017
pp. 264, € 15,30

 

 

 

 

In copertina: “Comunità di aiuto alle mamme”, Modena. Foto di Maurizio Bergianti (particolare). © Progetto FIAF-CSVnet “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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