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CHIUSURA DEGLI OPG: LA STORIA CONTINUA

CHIUSURA DEGLI OPG: LA STORIA CONTINUA

Nel Lazio è stata aperta la prima residenza che dovrebbe accogliere i pazienti-detenuti. Ma ancora non funziona e molte domande restano aperte. Intervista con Sandro Libianchi

Il primo aprile è stata inaugurata a Pontecorvo (FR) la prima REMS (residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) del Lazio, che per ora ha accolto le sue prime 9 pazienti. Le REMS sono le strutture residenziali pensate per accogliere le persone attualmente recluse negli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, per legge chiusi il 31 marzo, anche se, come vedremo, non si tratta di una vera e propria chiusura, almeno per il momento. Sono strutture sanitarie, con al massimo 20 posti letto, diffuse sul territorio: nel Lazio ne sono previste cinque, che dovranno accogliere una settantina di persone, che attualmente si trovano negli OPG di Aversa o di Secondigliano, ma sono residenti nella regione. Le altre saranno a Ceccano, Subiaco, Palombara Sabina e Rieti.
Quella del 31 marzo è una data spartiacque, fissata per legge, ma è già iniziato da tempo il processo di ridimensionamento di quelli che normalmente si chiamano ospedali pischiatrici, ma in realtà sono strutture di detenzione sopravvissute alla legge 180 che ha decretato la chiusura dei manicomi. Secondo Antigone si è passati infatti dalle oltre 1.200 persone internate nel 2012 alle 761 del 30 novembre 2014. Nonostante questo, però, gli ingressi sono continuati, forse anche per mancanza di alternativa, ma dal primo aprile non sono più possibili.
Facciamo il punto della situazione nella regione con Sandro Libianchi, medico penitenziario e presidente di CONOSCI (Coordinamento Nazionale per la Salute nelle Carceri Italiane).

Sono davvero chiusi gli OPG?
«La data del 31 marzo non coincide con alcuna chiusura, ma dal 1 aprile è precluso – se non in casi eccezionali – l’invio di detenuti. Per determinarne la chiusura sarebbe stata necessaria una modifica del codice penale e poiché non c’è stata gli OPG continuano ad esistere, anche se non vengono alimentati. Il tempo per lo svuotamento non è fissato per legge e non ci sono parametri, né indicatori, per determinarne la durata. È giusto, del resto, che ci sia una gradualità».

Come si stanno muovendo le Regioni?
«Con ritardo e con una evidente scarsa voglia di prenderli in carico. Dopo due proroghe hanno tentato il rinvio infinito e poi si sono scoperte impreparate. Ora però la legge permette ai magistrati di imporre alle Regioni di affrontare il problema: prevede infatti che la misura di sicurezza, che prima era replicabile all’infinito, non sia replicabile oltre il massimo della pena prevista per il reato per il quale il detenuto è stato condannato. Si pone così fine ad un vero scandalo, quello dei cosiddetti “ergastoli bianchi”: quelli delle persone che rimanevano dentro anche dopo aver abbondantemente scontato la pena».

Il Lazio si è mosso: a Pontecorvo è stata inaugurata la prima REMS.
«Sì, ma per fare funzionare davvero queste strutture ci vogliono tre cose: il personale, i pazienti e il controllo esterno di polizia territoriale».

Per il personale è stato indetto un concorso: a regime, serviranno 132 operatori con diverse specializzazioni.
«E già su questa scelta si potrebbe discutere, perché attraverso il concorso di assumeranno neofiti della materia per metterli in una situazione di altissima sperimentalità, visto che non ci sono precedenti».

Portarci i pazienti è difficile?
«Per portali servono fisicamente mezzi della polizia, ma prima ancora deve esserci un decreto di uscita dall’Opg e un sistema di accoglienza interno. Tutto ciò non si inventa in cinque minuti. Il vero problema però è la gestione interna, che rischia di essere improvvisata».

Per controllo territoriale che cosa si intende?
« Il problema della sicurezza è reale. La paura della cittadinanza, che si è manifestata anche a Pontecorvo, va rispettata, e va data un risposta seria perché la popolazione possa accettare la presenza delle REMS. Il Ministero degli Interni ha emesso una circolare in cui dà indicazione alle prefetture di accordarsi con enti locali e REMS per organizzare una modalità idonea di sorveglianza, che può andare dal semplice riferimento al 112 o 113 di pronto intervento a chiamata – ma sapendo di che cosa si tratta e come va trattato – all’allerta sugli SPDC ospedalieri (servizi psichiatrici di diagnosi e cura) in caso di crisi psicotiche o emergenze cliniche. In realtà non ci si aspettano molte emergenze, perché il 50-80% di queste persone sono molto gestibili, spesso sono anziani che sono dentro per reati bagatellari. Esiste anche la categoria dei provvisori, che sono quelli appena arrestati (art.206): non sappiamo come verranno gestiti, in quanto non sono detenuti e spesso hanno una patologia psichiatrica in fase florida».

L’istituzione delle REMS è stata criticata da molti.
«Il timore è che si potrebbe riprodurre una logica di tipo neomanicomiale: è un’obiezione di rischio. Veniamo dall’esperienza della legge 180, che ha messo fuori decine di migliaia di persone, ma in molti casi senza una presa in carico e sappiamo che alcuni sono finiti sotto i ponti. Ma le REMS, che io chiamo opigini, corrono il rischio, di riprodurre le stesse dinamiche con le stesse persone. Ci sono regioni che hanno preordinato un numero di posti letto uguale a quello degli internati, significa che si limitano a spostare le persone da un posto all’altro, senza cercare soluzioni. E d’altra parte, per le REMS ci sono i soldi… Il vero problema è che andrebbe rivisto il concetto di imputabilità dei soggetti psichiatrici: se una persona è malata, va curata. Ma per affrontare questo problema servirebbe una riforma del codice penale. La verità è che abbiamo fatto tutto questo impianto complicato e anche costoso per 700 persone, mentre il problema della psichiatria in carcere riguarda 54mila persone. È una goccia in un mare che si chiama carcere».

Dove andranno da oggi in poi le persone che hanno commesso un reato e hanno problemi psichiatrici, se non possono più andare in Opg?
«Non è chiaro. In prima battuta ci sono i cosiddetti provvisori e non si sa dove vanno. In seconda battuta, se gli si riconosce la prevalenza del reato, vanno in carcere, se gli si riconosce l’impunità forse vanno nelle Rems. Ci sono infinite variabili da prendere in considerazione: infermità mentale, seminfermità, infermità sopravvenuta… La legge dà una risposta parziale a una serie di norme complicatissime, che fanno la fortuna dei consulenti dei tribunali. Comunque questo è stato un passo avanti: l”importante è non mollare. Sono processi lungi e difficili, che vanno continuamente monitorati».

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