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SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE: COSA C’È NEL DECRETO (PRIMA PARTE)

SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE: COSA C’È NEL DECRETO (PRIMA PARTE)

Il Decreto che istituisce il servizio civile universale può essere la valorizzazione del percorso fatto, ma anche la sua deriva. Una riflessione in due puntate

In attesa della pubblicazione del Decreto legislativo che istituisce il servizio civile universale, vediamo, in due articoli, le principali novità introdotte insieme a Claudio Tosi, responsabile Servizio civile e referente della Rete Giovani Energie di Cittadinanza del Cesv e Giuliana Cresce, progettista servizio civile Spes. Questa la prima puntata.

L’universalità

Possono fare domanda i ragazzi tra i 18 e i 28 anni italiani, cittadini UE e stranieri. Ma il numero di operatori volontari dipende dalle risorse disponibili e non dal numero di richieste. Risorse, che come l’assegno mensile, dipendono dalla Legge Finanziaria.

«Il termine “universale” segnala», secondo Claudio Tosi, «l’intenzionalità di rendere il servizio civile uno strumento importante di politiche giovanili. Certamente si vuole affermare che ha funzionato ed è una risorsa importante di attivazione giovanile. È una dichiarazione di intenti».

La programmazione

È realizzata con un piano triennale modulato per piani annuali, predisposti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e attuati attraverso i programmi di intervento proposti dagli Enti di servizio civile universale, nell’ambito dei settori di intervento individuati dal decreto. I piani triennali e annuali individuano «gli interventi ritenuti prioritari».

servizio civile universale
«Il termine “universale” segnala l’intenzionalità di rendere il servizio civile uno strumento importante di politiche giovanili»

Quindi ci saranno temi indicati dallo Stato come prioritari: bisognerà capire cosa questo vorrà dire per le associazioni ed ai fini progettuali. Una possibilità concreta per Cresce, che però «non potrà non tener conto delle specificità delle attività degli enti».

Per Tosi la programmazione triennale è interessante se è strumento che aiuta il ragazzo ad orientarsi. «Tutto dipende da chi la fa e come, senza con questo impedire alla pluralità degli enti di posizionare dei progetti. Tuttavia l’aver tolto voce alle Regioni sembra sbilanciare un sistema in cui si ha un unico organo accentrato di gestione del servizio civile da un lato e una Consulta nazionale, anche se con sole funzioni di indirizzo, dall’altro. Di fatto un organo di governo privato di un meccanismo di funzione pubblica».

L’Albo degli Enti  di servizio civile universale e le sedi di attuazione

Gli Enti di servizio civile universale – gli iscritti all’omonimo Albo, istituito presso la Presidenza del Consiglio – presentano i programmi di intervento, che si articolano nei progetti, e ne curano la realizzazione. Per l’iscrizione all’Albo, l’articolo 11 richiede ad amministrazioni pubbliche ed enti privati livelli minimi di capacità organizzativa a garanzia di una «maggior efficacia ed efficienza del servizio civile universale» e per «assicurare una più ampia rappresentatività», gli stessi obiettivi per i quali il decreto valorizza le reti.

servizio civile universale
Enti di prima fascia assemblea di soggettività o service progettifici? Quale delle due tendenze avrà la meglio?

Una capacità organizzativa che si traduce in un’articolazione di cento sedi di attuazione (che diventano trenta per le sezioni regionali) e nella presenza di personale qualificato. Il pensiero va alle piccole realtà, alle loro possibilità di accedere al servizio civile universale. In questo senso, secondo Tosi, «nonostante la legge sia positiva, come la valorizzazione dello strumento per l’efficacia che ha avuto negli anni», non si può non partire dalle limitazioni che introduce.

«A partire dal passaggio dagli attuali 14mila enti accreditati ai due o trecento enti capaci che ci portano avanti il sistema. Discutiamo di tutto, ma partiamo da qui: i due o trecento enti sono la privatizzazione delle politiche in questi settori affidata ad apparati privati o pubblico-privati che incamerano micro-enti?» Un ente, riflette Tosi, che finora ha avuto una sola micro progettualità sulla quale, però, è specializzato, ora si trova in fila con settecento altre esigenze che, chi si trova a proporre i progetti, deve articolare nel piano di intervento. «Un’operazione di centralizzazione rischiosa, che fagociterà un arcobaleno per un risultato grigio». Il testo attuale, prevedendo le trenta sedi di attuazione, rispetto al disegno originale, risponde, infatti, ad una richiesta di specificità territoriale e tematica avanzata proprio dagli enti più piccoli e dalle Regioni.

«Trenta sedi è un numero comprensibile», continua Tosi, «e così le Regioni ritornano ad avere un ruolo che era stato spazzato via dal disegno originale, che avocava tutto alla Presidenza del Consiglio – e non senza ragione perché più volte, negli anni, abbiamo subito ritardi insensati a causa di chi non era pronto o abbastanza motivato -».

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Quella del Decreto è «un’operazione di centralizzazione rischiosa, che fagociterà un arcobaleno per un risultato grigio»

In questa ipotesi centralizzante, ci sono, tuttavia, per Tosi, due spinte: «l’una dell’efficienza; l’altra a creare una “fascia di scriba del servizio civile”. Non più gli enti di prima fascia, ma i collettori di progetti, i service del servizio civile». Una differenza che, insiste, non è solo terminologica: «un ente di prima fascia porta avanti una sua rete di soggettività, un service ingloba clienti. Anche la nostra Giovani Energie di Cittadinanza è una rete regionale di soggetti, un’assemblea di realtà che incontriamo e dalla quale abbiamo indicazioni che Cesv è tenuto a perseguire. In questo sta la differenza con un service, mero interfaccia con l’autorità da cui è indispensabile passare per accedere. Resta da capire come verrà risolto questo discrimine e quale delle due tendenze avrà la meglio».

«Si tratta di progettifici», concorda Cresce, «che non si identificano in nulla. Anche noi costruiamo reti tra realtà che operano in settori diversi, ma che sono legate da un fil rouge, mentre il decreto spinge alla creazione di realtà di servizio. Molti service già esistono – anche perché si è spinto all’accreditamento di enti che non hanno le risorse professionali necessarie per determinati servizi, appaltati a società che fanno questo per mestiere – ma ora potrebbero essere spinti maggiormente».

Gli altri elementi introdotti o enfatizzati dal Decreto nella seconda puntata.

In copertina un’immagine di Giorgio Marota.

Nell’articolo immagini dalla pagina Facebook Servizio Civile Cesv Lazio 

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Chiara Castri
Chiara Castri

Giornalista pubblicista, lavora nella comunicazione del CSV Lazio. Severa e capa tosta. Tutto sommato simpatica.

3 commenti su “SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE: COSA C’È NEL DECRETO (PRIMA PARTE)

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