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LA FINANZA ISLAMICA, L’ETICA E L’IDEA DI COMUNITÀ

LA FINANZA ISLAMICA, L’ETICA E L’IDEA DI COMUNITÀ

Parte dalla Shari’a, ma promette di essere trasversale. Migranti e banche: «Aiuterebbe l'integrazione e sarebbe un'opportunità per l'economia italiana»

Esiste un’etica persino nei soldi e negli affari. Lo sostiene la finanza islamica, un modello economico in cui transazioni, processi e contratti trovano fondamento nei dettami della Shari’a (letteralmente “via”, “strada”) del Corano, ma che promette di essere “adattabile” a qualsiasi contesto culturale. È uno degli argomenti di cui si sta parlando maggiormente nel Mese dell’educazione finanziaria che si concluderà il 31 ottobre con la Giornata mondiale del risparmio. Conosciamolo meglio.

finanza islamicaFinanza islamica: che cos’è e come funziona

Sono quattro i divieti fondamentali di questa dottrina: riba (l’interesse), ghàrar (l’incertezza contrattuale), maysir (la speculazione) e haram (i settori proibiti). La finanza islamica proibisce, infatti, di chiedere interessi sulle operazioni, perché gli interessi vengono considerati una forma di usura e un ingiustificato arricchimento da parte degli istituti di credito. Ad esempio, piuttosto che concedere un mutuo a chi vuole comprare una casa riscuotendo in cambio un interesse sul prestito, la banca acquista direttamente la casa e la concede in affitto al cliente, che si impegnerà a versare la cifra corrispondente in più rate mensili, pagando una commissione sul servizio ottenuto. Man mano che paga le rate, diventa gradualmente proprietario della casa fino a divenirne unico proprietario con il pagamento dell’ultima rata. Il ghàrar vieta di effettuare transazioni che presentino un alto livello di incertezza, che possano trarre in inganno per ignoranza o che siano aleatorie o mancanti di informazioni per comprendere la loro complessità. Non è consentito nemmeno fare speculazione (maysir), né investire “al buio”, su derivati o futures che siano eccessivamente legati al concetto di casualità. Infine, l’haram, indica tutte le attività in cui è proibito investire: lavorazione e vendita della carne di maiale, alcolici, pornografia, tabacco, armi, gioco d’azzardo e, più in generale, attività illecite. Sono tipici della finanza islamica i conti correnti a natura partecipativa: le persone che si rivolgono alle banche islamiche non sono semplici clienti, almeno inizialmente (anni settanta) erano anche soci. Le banche e più in generale le imprese, quindi, condividono con i finanziatori profitti e rischi. Anche i conti correnti sono diversi rispetto a quelli delle banche occidentali. Qui esistono conti gratuiti nei quali il depositante può chiedere la restituzione dei propri denari in qualsiasi momento e può andare in scoperto di conto nei limiti del fido concesso, oppure depositi a fini di custodia senza interessi. La novità riguarda i conti a natura partecipativa, finalizzati a creare un sistema nel quale il cliente è investitore della stessa banca. Una figura a metà strada tra l’azionista e il depositante tradizionale.

finanza islamicaPerchè sarebbe un’opportunità

«È una finanza che verticalizza tutto sull’economia reale, in cui il denaro è un mezzo e non un fine» ci racconta Marco Marcocci dell’associazione Migranti e Banche. «Il tema della condivisione è centrale. Ci sono dei contratti di finanza islamica dove l’attività imprenditoriale è una joint venture tra l’imprenditore e la banca. Quest’ultima guadagna perché partecipa ai profitti, ma se l’impresa va male ne condivide le perdite». Marcocci definisce questo strumento «trasversale» per almeno due motivi: «in primis perché facilita il processo di integrazione dei migranti nel tessuto economico e sociale del Paese ospitante. E poi perché in un periodo in cui si ricercano investitori stranieri per sostenere l’economia italiana, la finanza islamica potrebbe sviluppare numeri importantissimi e attrarre i fondi sovrani dei Paesi arabi che stanno investendo in Europa, basta pensare alle grandi catene alberghiere o alle squadre di calcio come in Inghilterra e Francia. Gli asset della finanza islamica sono stimati nel 2021 in 4 trilioni di dollari». In una logica inclusiva, Migranti e Banche riflette su un dato: in Italia un migrante su tre (2 milioni di persone) è di fede musulmana. «Le barriere si abbattono con la conoscenza di usi, costumi e leggi», aggiunge Marcocci, «se i migranti potessero utilizzare in Italia prodotti shari’a compliant sicuramente avrebbero maggiori opportunità di integrarsi nel nostro tessuto socio-economico. È una finanza esclusiva che guarda alle persone. Mi piace una definizione: è una finanza normale, solo un po’ più etica». Sebbene la finanza islamica abbia cominciato ad affacciarsi sulla scena europea a partire dai primi anni 2000, nel Bel Paese è del tutto assente perché manca un quadro normativo di riferimento. Il disegno di legge del 2017 si è arenato per incongruenze di natura fiscale mai risolte. Il seme fu gettato in Egitto nel 1963, quando l’economista Ahnmad al Najjar fondò la prima banca ispirata ai precetti del libro sacro, simile al modello del credito cooperativo tedesco.

Durante un ciclo di webinar organizzato da Kairos WebTV in occasione di #OttobreEdufin2020, ha parlato di questo tema anche Mansur Baudo della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana «Bisogna sempre tendere verso il benessere diffuso e la felicità. Il fine della finanza è il successo e la felicità va condivisa. Si parla di condivisione del profitto e della perdita e quando si fa un’operazione finanziaria ci vuole un comune interesse tra le parti che lo fanno. Ecco perché la finanza islamica vieta lo sfruttamento del prossimo. Non va bene prestare soldi a una persona e rivolerli indietro “costi quel che costi” anche se questo può danneggiare l’altro». È l’idea di comunità a prevalere, travalicando i confini della singola fede (l’Islam) per puntare a rimodellare, attraverso un messaggio ecumenico e universale, la società dell’individualismo. Una bella sfida.

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Giorgio Marota
Giorgio Marota

Giornalista e studente di Scienze della Comunicazione, appassionato di radio, di sport e di viaggi. Amo il mio lavoro perché mi permette di stare tra le persone e raccontarne sogni ed emozioni, ma anche problemi e speranze.

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