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L’INTERVENTO PUBBLICO DOPO LA PANDEMIA: IL RUOLO DEL VOLONTARIATO

L’INTERVENTO PUBBLICO DOPO LA PANDEMIA: IL RUOLO DEL VOLONTARIATO

Se ne discuterà il 9 luglio in un incontro on line. Le politiche liberiste hanno creato disuguaglianze e povertà. Quali alternative abbiamo?

Si svolgerà giovedì 9 luglio alle 18:30 il terzo incontro della serie Futuro Prossimo, organizzati dal Centro di Documentazione, Studi e Ricerca di CSV Lazio. Marco Musella‚ dell’Università di Napoli Federico II e Giulio Marcon di Sbilanciamoci  interverranno sul tema “Quale intervento pubblico dopo la pandemia: il ruolo dei volontari e del terzo settore” . Modera Maurizio Vannini, Vicepresidente del CSV LazioModera. In questo articolo Guido Memo anticipa i temi dell’incontro.
Per partecipare è necessario registrarsi nella pagina: https://tinyurl.com/ya8t6u3a

La pandemia ha innescato una crisi sanitaria e economica che non ha confronti se non con i disastri della Seconda guerra mondiale, questo per la sua estensione, che ha colpito tutto il mondo, per il blocco delle attività economiche che ha determinato, per la durata (siamo ancora lontani dal suo esaurimento in Europa e in Asia e più ancora nelle Americhe).

Le politiche europee

L’Unione Europea ha fatto una svolta, impensabile sino a poco fa, nell’applicazione di politiche economiche che l’hanno regolata negli ultimi tre decenni (dal Trattato di Maastricht entrato in vigore il 1º novembre 1993) e che ancora nella Crisi greca (iniziata nel 2009 e praticamente durata tutto il Governo Tsipras) hanno spaccato l’Europa e inflitto inenarrabili sacrifici ai greci, e non solo a loro. È stato sospeso il “Patto di stabilità” che regola i rapporti tra Deficit e Prodotto interno lordo degli Stati e tra Debito e Pil, quindi gli Stati possono spendere tutto il necessario senza badare all’indebitamento pubblico che si creerà, una cosa che non era mai accaduta. La massa di risorse finanziarie messe in campo dalle istituzioni dalla UE è ingente: i 750, e eventualmente più, miliardi di euro previsti per ora dalla Banca centrale europea; i 750 del Recovery Fund, di cui 500 a fondo perduto; i 200 del Sure per la cassa integrazione; i 240 del Mes; i 1.100 del bilancio 2021/2027; i 200 della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Al di là delle lagnanze dei Paesi cosiddetti “frugali”, che meglio sarebbe chiamare avari, e che comunque rappresentano una piccolissima parte dell’economia della UE, si tratta di decisioni che ribaltano le politiche europee. Anche la discussione in Italia sull’opportunità dell’uso del Mes, per i vincoli che potrebbe portare, è a questo punto un po’ surreale, perché che si usino o no quei soldi, il debito pubblico degli Stati dell’Unione crescerà consistentemente, tanto più in Italia, per cui o si applicheranno politiche economiche diverse da quelle del Trattato di Maastricht di contenimento e riduzione del debito (come del resto si è fatto dopo i grandi indebitamenti pubblici conseguenti alla prima e seconda guerra mondiale) o sarà impossibile uscire effettivamente dalla crisi.

Un futuro sostenibile

La crisi ha colpito in maniera grave tutti i Paesi dell’Unione e non è possibile questa volta criminalizzare i malcapitati come è avvenuto per la crisi greca. Questa crisi inoltre ha mostrato tutti i limiti delle politiche neoliberiste dominanti anche in Europa negli ultimi trent’anni e più, ha messo in evidenza come uno sviluppo economico non regolato e affidato alle sole forze della finanza e del mercato in questi anni non solo ha fatto crescere in maniera rilevante disuguaglianze e povertà, ma ha messo in pericolo gli equilibri naturali, non solo per l’effetto serra ma anche sul piano sanitario e delle epidemie, riducendo inoltre il ruolo di salvaguardia delle strutture sanitarie pubbliche.

Fenomeni che hanno avuto un particolare rilievo in Italia, dove l’intervento pubblico nell’economia è stato ridotto al lumicino, in questi trent’anni, in maniera più rilevante che in altri Paesi come Francia o Germania, dove non solo politiche industriali pubbliche si è comunque continuato ad attuarle e non sono state dismesse, ma si è anche mantenuto e ampliato il sostegno pubblico a sanità, istruzione e ricerca.

La straordinaria svolta compiuta dall’Europa con il Next Generation Plan, ha proprio il suo  baricentro sugli investimenti pubblici, per la sanità, la scuola, l’economia verde, mentre in Italia il dibattito si attarda ancora sulla riduzione delle tasse, che si tratti di Iva o di flat tax, una riduzione delle imposte che non solo ha sempre favorito i più ricchi, ma che non pensa agli investimenti, che non introduce innovazione e cambiamento.

 

intervento pubblico dopo la pandemia

Il ruolo del Terzo Settore

 

Quindi per Volontariato e Terzo Settore si aprono due fronti di impegno:

  1.  Battersi per un cambiamento delle politiche sociali (pensiamo al sostegno alla sanità, a un sistema sanitario attento alla prevenzione e alla medicina territoriale e non alle sole “fabbriche della cura”, come gli ospedali; ma pensiamo anche al sostegno alla scuola, all’università e alla ricerca, che hanno subìto in questi anni consistenti tagli). Ma è necessario battersi anche per un cambiamento delle politiche economiche, perché non si può pensare di essere in salute (come ancora il nostro sistema sanitario è vero che ci garantisce, se abbiamo una speranza di vita che è tra le più lunghe al mondo) e istruiti e poi emigrare come è avvenuto in questi anni (182.00 laureati emigrati solo negli ultimi 10 anni). Un’emigrazione di giovani qualificati da un Pese che è già il fanalino di coda in Europa, con il più basso numero di laureati nella UE, un Paese che dal 2008 ha ridotto del 20% finanziamenti, studenti, docenti e ricercatori nell’Università italiana.
  2. Ma poi quest’intervento pubblico, se ci sarà e non sarà solo fatto di bonus fiscali, sarà in linea con  l’intervento tecnocratico dall’alto che caratterizzarono la Cassa del Mezzogiorno, l’IRI, l’ENI e che finì spesso anche per degenerare in forme di clientelismo? Certamente furono interventi inizialmente positivi quelli, ma scarsa fu l’interazione con uno sviluppo sostenibile del territorio e comunque in generale i tentativi a lungo perseguiti negli anni ’60 e ’70 di inserire questi interventi in un quadro di programmazione statale e centrale fallirono. Come sostanzialmente non sono decollati i tentativi di “governance collaborativa” e partecipata dei patti territoriali e dei contratti d’area (Ministro dell’Economia C.A. Ciampi e suo direttore del Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione F. Barca).

Il governo e il legislatore si sono accorti che in questi stessi anni di crisi delle Istituzioni rappresentative e di confusione è andato crescendo un ampio mondo della cittadinanza attiva e dell’economia solidale, che persegue le stesse finalità delle Istituzioni pubbliche? Attraverso un’ampia partecipazione saremo in grado di attuare un rinnovato intervento pubblico partecipato e programmato? Non clientelare e incentrato sui beni comuni, come sanità, istruzione, riconversione verde e sostenibile?

Il fallimento, evidenziato dalla pandemia e dal suo sviluppo, di un modello economico non sostenibile e che non mette al primo posto il benessere delle popolazioni, richiede che ci sia non solo una ripresa, ma un cambiamento profondo senza il quale non si uscirà da questa situazione.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

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