LA LEGGE BASAGLIA HA 40 ANNI, MA RESTA MOLTO DA FARE…

L'accesso al mondo del lavoro è uno degli ambiti che dimostra quanto ancora si debba lavorare sul tema della salute mentale. E non è l'unico

di Riccardo Annibali

Nel nostro Paese negli anni settanta si contavano 98 ospedali psichiatrici e circa 89mila internati: nel maggio 1978 la legge 180  – più nota come Legge Basaglia – ne decretò la chiusura. Quella legge fu il frutto di un lungo percorso di cambiamento che – a partire dall’esperienza e dalle idee di Franco Basaglia – in quegli anni ha attraversato il nostro Paese. Da allora sono passati quarant’anni. Ancora molto resta da fare per garantire alle persone che hanno un disagio psichico una eguaglianza sociale che sembra tutt’altro che raggiunta. Può allora questo quarantennale essere un’occasione per tornare sul tema, per capire quanta strada abbiamo percorso, ma, soprattutto, dove siamo diretti?

Tra le numerose iniziative pensate per questo anniversario, “C’è una volta…la 180”, la due giorni organizzata a Roma da Magazzino, cooperativa sociale integrata di tipo B nata proprio a Roma nel 1992, “luogo di lavoro, fonte di reddito ed ente di appartenenza per persone con disagio psichico e non solo”.

 

Con la direttrice, Simonetta Sterpetti, abbiamo parlato dell’iniziativa e dell’esperienza della cooperativa.

 

legge basaglia
All’interno dei laboratori de Il Magazzino

Come è nato il progetto della cooperativa e su quale problematica sociale era incentrato il vostro impegno?
Desiderammo fare tesoro del corso triennale gestito dall’ENAIP e frequentato sia da utenti del dipartimento di salute mentale, sia dagli operatori, per concentrarci su tre settori tuttora in attività nella nostra cooperativa. Ovvero la vetreria artistica, la tipografia e la manutenzione del verde. Abbiamo intrapreso questa avventura sulla scia del fermento culturale degli anni della riforma Basaglia, creando una cooperativa che ha, da sempre, una base sociale caratterizzata dalla presenza per il 50% da persone con disagio psichico.

 

Quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla promulgazione della Legge 180. Voi come avete deciso di partecipare?
Ci siamo interrogati, tra noi soci, qualche mese fa ed abbiamo deciso di dare il nostro contributo partecipando alla due giorni del Santa Maria della Pietà, partendo da noi, da quello che siamo, dal nostro contesto, dal nostro particolare. Abbiamo anche usato alcuni locali della Biblioteca Franco Basaglia, a pochi passi dalla nostra sede sociale, nel quartiere di Primavalle. La manifestazione è iniziata, il 10 Maggio, con un’introduzione soprattutto culturale, un approfondimento sulla concezione di malattia mentale e su quanto questa società ancora non sia pronta ad affrontare questa tematica. Successivamente siamo entrati sempre più nel nostro specifico: al di là dell’intramontabile innovatività del pensiero di Basaglia, per noi non ha più senso parlare di singoli affetti da disagio o disturbo psichico, in un mondo dove la velocità esclude intere fasce di popolazione e nascono nuove figure di disagiati, ma di gruppo, comunità. Ed è questo il messaggio che vogliamo far passare: le cooperative di tipo B non sono solo luoghi lavorativi, ma luoghi di cultura per i quali la famosa parola “integrazione” è il passato remoto.

 

Non più il singolo ma la comunità, quindi.
Nel momento in cui vogliamo attualizzare una riflessione sul “chi sono e cosa fanno” tutte quelle persone che rientrano nella Legge Basaglia, bisogna considerare che l’esistenza della cooperazione sociale, sancita nel ’91 con la legge 381,  ed in particolare della cooperazione sociale di tipo B, sono stati lo strumento veramente rivoluzionario per creare i luoghi dove si è raggiunta una naturalità della condivisione e una capacità di operare insieme, insomma, un equilibrio grazie al quale tutti sono una risorsa. Purtroppo non credo che quello che per noi è la normalità per gli altri, al di fuori, sia capito pienamente, anche per il grande affaticamento che la nostra sfida comporta. Comprendiamo perciò che soltanto rafforzando il tipo di economia comunitario e sociale, che ha come obiettivo la trasparenza e l’onestà, tutti avranno un beneficio, non solo le persone con disagio.

 

Trova ci sia un punto debole, un’area dolente nel vostro operato?
La nostra capacità di comunicarci al di fuori della nostra comunità è una difficoltà legata al fatto che non in tutti i contesti è facile parlare di questi argomenti perché c’è pregiudizio,  una tendenza all’abbassamento del livello culturale, un incremento di individualismo e un peggioramento della qualità di vita delle persone. Tutti questi fattori non facilitano la tolleranza e per questo non abbiamo avuto questo grande desiderio di farci conoscere in certi ambienti, non per vigliaccheria, ma un bisogno di proteggerci e proteggere quel sentimento di delusione che non tutti noi potremmo tollerare.

 

Progetti, attività e obiettivi per il futuro?
Continuiamo con la nostra buona abitudine che si rinnova periodicamente ogni mese chiamata Spazio aperto in cooperativa che prevede la possibilità, per chi lo desidera, di fare una visita in tutti i nostri laboratori di produzione con la presenza dei tecnici e di tutte le tipologia di lavoratori. Ovviamente nei nostri spazi ospitiamo sempre presentazioni di libri, recital di poesie, incontri musicali, e incontri a temi giornalistici. Abbiamo tantissimi spunti, anche grazie al confronto quotidiano con le realtà che ci circondano. Mi piace dire che le cooperative che abbiamo coinvolto in queste due giornate sulla Basaglia sono la cooperativa Passpartout, che si occupa di teatro e produzione e realizzazione di film e sta presentando in Europa in questi giorni l’ultima creatura, “Gli Indesiderati d’Europa” e la cooperativa Arte e Mestieri che ha presentato un video di restauro delle vetrate settecentesche di borgo Santo Spirito.  L’incontro incentrato sul tema del lavoro ha visto un seminario della sociologa Paola Conigliaro e un incontro con altri sociologi e presidenti di cooperative sociali di tipo B come Giovanni Pecchioli per Il Conto alla Rovescia e Ilario Volpi, direttore di Il Grande Carro.

 

Il Grande Carro realizza servizi professionali in diversi settori – catering, giardinaggio, pulizie di uffici, falegnameria, legatoria e restauro libri, riparazione di biciclette – inserendo nel mondo del lavoro persone in condizione di sofferenza mentale.

 

Anche a te, Ilario, chiedo come è nato il progetto de Il Grande Carro e da cosa siete stati spinti ad agire?
Il bisogno a cui cercavamo di fare fronte all’epoca e che non è tuttora affatto risolto è il tema dell’inserimento lavorativo delle persone con problemi di salute mentale e, più in generale, le persone con disabilità, come è noto anche dalle statistiche. Il 90% di loro non ha infatti mai avuto contatti con il mondo del lavoro. Noi siamo nati nel ’96 da un progetto del centro diurno Monteverde, un dipartimento di salute mentale che all’epoca faceva parte della Asl Roma D, ora Roma 3, in un rapporto strettamente integrato con le attività riabilitative di quello stesso centro. Vi è una differenza tra le cooperative nate come uno strumento del servizio pubblico e organismi a orientamento più privatistico il cui numero è andato crescendo nel corso degli anni. Ed il tipo di cooperativa ha inevitabilmente una ricaduta notevole sul senso riabilitativo dell’attività che viene svolta. Non basta infatti, l’inserimento nel mondo del lavoro, qualunque esso sia, in qualunque contesto. I luoghi di produzione sono competitivi, frettolosi, non a misura dei bisogni e fanno ammalare l’individuo. Una cooperativa come la nostra dà anche la misura della differenza che può esistere in un inserimento lavorativo al nostro interno, rispetto ai pochi che si possono fare con la legge sul collocamento mirato.

 

legge basagliaCosa significa per voi rimanere sul mercato del lavoro oggi?
Da quando siamo nati abbiamo intercettato e fatto attività con 500 persone , di cui almeno un centinaio sono stati assunti come soci lavoratori dalla cooperativa, che attualmente si compone di 50 svantaggiati e una ventina di normodotati, e la percentuale del rapporto è alta per una cooperativa di medie-piccole dimensioni come la nostra. Sarebbe il 70%, ovvero ben oltre il 30% che è la soglia minima per una cooperativa per classificarsi di tipo B, e noi lo siamo stati finora, anche se il nostro obiettivo è di allargarci e diventare anche una cooperativa A. Questo obiettivo è nato dalla necessità di dare un valore monetario a tutta la parte sociale della cooperativa, a tutte le persone che ci lavorano, che non sono “efficienti” come lo si intenderebbe in una economia di produzione, ma anche il lavoro dei professionisti come il commercialista, il mio o quello della comunicazione. È importante anche sottolineare che per le cooperative come le nostre non ha grande appeal la promozione del tirocinio extracurriculare per l’inserimento lavorativo, perché per un’azienda normale il costo è vero che si avvicina allo zero, ma per noi non è così, può arrivare ad essere anche un peso. Anche perché richiede un numero di ore lavorative settimanali molto alto, e pochi sono i pazienti psichiatrici che possono sostenere un carico di 25 ore settimanali. Noi abbiamo persone che non ne fanno più di 12/15 di media, anche se qualcuno ha addirittura deciso di rinunciare alla pensione per impegnarsi in un full time. A fronte di questo impegno non facilmente sostenibile un compenso significativo di 800 euro, alla fine del periodo di sei mesi, massimo un anno del tirocinio curriculare, quali sono le aziende che possono permettersi di assumere quella persona? Quindi questo significa sancire definitivamente la separazione tra il sistema dell’assistenza ed il sistema del lavoro, che è quello che noi cerchiamo di scardinare.

 

Anche voi del Grande Carro avete partecipato alla due giorni dedicata a Basaglia e all’anniversario della Legge Basaglia, una tappa obbligata per chi svolge la vostra funzione sociale.
La cooperativa non sarebbe mai nata se la mia formazione professionale in primis non fosse passata dal Santa Maria della Pietà e dagli studi di Basaglia. La specifica iniziativa di Primavalle aveva un significato molto importante per alcune cooperative, nate insieme alla mia da questo brodo primordiale: fare un cartello e ragionare insieme sulle nuove sfide del sistema del non-profit che sempre più diventa simile al sistema profit, e le sfide che il mercato ci pone, per unirci ed essere più forti. Senza Basaglia tutto questo non ci sarebbe stato. Un anniversario che serve a fare il punto su cosa è successo in questi 40 anni e su quelli che sono gli elementi irrinunciabili per far fronte al rapporto, completamente cambiato, tra pubblico e privato. Pensate alla semplice manutenzione del verde nella nostra città affidata a generiche comunità, senza strumenti o formazione o assicurazione, figuriamoci affidare a una generica comunità solidale la manutenzione delle persone.

 

Progetti per il futuro?
Da molto tempo ho fatto mio lo slogan di Jovanotti: di dieci cose fatte me n’è riuscita mezza, vuol dire che su venti una ti va dritta, e io ci metto la firma!

 

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