SERVIZI SOCIALI: «CREANDO ALLARMISMI LE PERSONE NON CHIEDERANNO AIUTO»

Patrizia Favali, Presidente OAS Lazio sull’affido: «Le famiglie possono avere difficoltà, ma possono chiedere aiuto. Un passaggio di fiducia che si cerca di cancellare»

di Chiara Castri

Il caso di Reggio Emilia e la campagna di informazione sull’affidamento «producono allarme sociale tra le famiglie. Se i servizi sociali sono percepiti come i cattivi, è chiaro che le persone non chiederanno aiuto o lo faranno troppo tardi». «Si parte dall’idea stereotipata che tutte le famiglie sono buone famiglie: tutte le famiglie sono buone famiglie, ma possono avere delle difficoltà. L’idea che queste persone possano essere in difficoltà nonostante la loro volontà, ma che ci sia qualcuno che può aiutarle è un passaggio di fiducia che in questo momento si sta cercando di cancellare». Sono le parole a tratti dure di Maria Patrizia Favali, Presidente del Consiglio regionale dell’Ordine degli Assistenti sociali del Lazio, con cui abbiamo parlato di affido: ne è emerso un quadro in chiaroscuro, fatto di risorse umane insufficienti, in cui si fa prevenzione con difficoltà e si è costretti a lavorare in emergenza; non è semplice trovare famiglie affidatarie e i tessuti sociali e la decrescente propensione solidaristica giocano il loro ruolo. Ma anche di impegno emotivo, lavoro multidisciplinare, consapevolezza del valore della rete territoriale.

 

affidamento
Maria Patrizia Favali, presidente OAS Lazio

Con quali obiettivi si sceglie l’affidamento? Quali i punti di forza?
«L’affidamento in famiglia e le case famiglia, pur nella loro diversità, condividono l’obiettivo di dare un ambiente sereno ad un minore in un momento di difficoltà della famiglia. Non nascono, quindi, per allontanare il bambino dai genitori, ma per aiutare la famiglia a ritrovare la serenità necessaria per accogliere di nuovo in casa il proprio figlio. Le situazioni sono di volta in volta diverse in termini di età del minore e di problematiche della famiglia e la scelta tra affidamento in famiglia e casa famiglia deve tenerne conto».

 

Ecco, in quali condizioni si opta per la famiglia o per la casa famiglia?
«In alcuni casi la scelta della famiglia affidataria può far vivere l’allontanamento  in modo più cocente e lo stesso bambino può non tollerare l’idea. In generale si valutano elementi oggettivi, come l’età del minore. Gli studi, infatti, dimostrano che più ci si avvicina all’adolescenza e più l’inserimento in famiglia diventa complicato; d’altro canto, per bambini molto piccoli, c’è un dibattito in corso: il bambino ha bisogno di figure di riferimento certe, ma proprio questo bisogno potrebbe diventare una difficoltà al rientro nella famiglia di origine. Nella valutazione rientra, poi, anche la percezione della famiglia di origine, che non deve, però, essere per forza d’accordo: accanto all’affido consensuale la legge prevede quello giudiziale. In questo caso, ancor di più, la famiglia di origine si sente giudicata, sente che vengono interrotti legami forti e delicati. È sulle famiglie che è importante lavorare: su quella affidataria, ma soprattutto su quella di origine, per consentire il rientro a casa del minore. E questa è la nota dolente».

 

affidamentoL’affido dovrebbe essere un istituto temporaneo, ma secondo gli ultimi dati disponibili, al 2014, nel 42,3% dei casi supera i 4 anni. Solo il 33,9% dei minori, inoltre, rientra nella famiglia di origine. Perché?
«Al 2014 – i dati sono stabili dal 2000 – abbiamo circa 14mila minori in affidamento familiare e circa 12mila in struttura. Dei primi poco più del 30% torna in famiglia. Un dato che tira in ballo diverse questioni: in Italia si lavora poco sulla prevenzione, spesso la decisione di rivolgersi ai servizi sociali o la segnalazione arriva quando la situazione è già grave. Occorre una politica preventiva e sostegno alle famiglie. Tutto ciò è possibile, però, solo potendo contare su risorse umane sufficienti. In questo il Lazio è in difficoltà: stiamo cercando di lavorare ad una soluzione con i Comuni, le Asl e la Regione. Il Piano sociale regionale approvato a Gennaio prevede un assistente sociale ogni 5mila abitanti. Siamo lontani, nessuno sa quanti sono gli assistenti sociali nel Lazio, stiamo cercando di fare un monitoraggio ma non esiste un quadro di riferimento certo. Ci sono Comuni che hanno un assistente sociale a 18 ore per 6mila abitanti, con contratti precari. Quell’assistente sociale sarà costretta a fare delle scelte e le farà sull’urgenza. Questo non aiuterà certo la prevenzione».

 

C’è un’opinione pubblica che guarda con diffidenza agli assistenti sociali.
«Il caso Reggio Emilia e l’attuale campagna di informazione (o disinformazione) producono sfiducia, allarme sociale tra le famiglie. Se i servizi sociali sono percepiti come i cattivi, se il caso negativo è presentato come la regola, è chiaro che le persone non chiederanno aiuto o lo faranno troppo tardi. È interessante che i primi accusati siano i servizi sociali, quando molte altre sono le professionalità coinvolte, ma ciò che mi dispiace di più è che sia la tutela minorile a risentirne, partendo dall’idea altrettanto stereotipata che tutte le famiglie sono buone famiglie: tutte le famiglie sono buone famiglie, ma possono avere delle difficoltà. L’idea che queste persone possano essere in difficoltà nonostante la loro volontà, ma che ci sia qualcuno che può aiutarle è un passaggio di fiducia che in questo momento si sta cercando di cancellare».

 

affidamentoL’affidamento presuppone la collaborazione tra soggetti diversi: servizi sociali e, a volte, sanitari, famiglie, tribunale e non profit. Un collaborazione che funziona? Su cosa c’è da lavorare?
«Al di là del tribunale, che mantiene il suo ruolo di osservatore terzo e decisore ultimo, molto si punta sulla rete dei servizi, delle risorse territoriali, sulle famiglie e l’associazionismo. Sul lavoro di equipe territoriale multi professionale le linee guida della Regione Lazio sono chiare: l’assistente sociale non opera da sola, ma dovrebbe attivare la rete per trovare la strategia migliore. Tuttavia può essere faticoso se pensiamo ai tessuti sociali in difficoltà nel nostro Paese o ad una solidarietà sempre meno praticata. Gli aspetti sono tanti: le famiglie vanno sensibilizzate, coinvolte e formate; bisogna capire quali sono disponibili davvero e calibrare le forme di affido; fare l’abbinamento tra il bambino, la sua famiglia e quella affidataria e attuare la presa in carico, sostenendo tutte le parti. Un lavoro delicato, che richiede tempo e attenzione e mal si concilia con carichi di lavoro eccessivi e che, almeno nel Lazio, funziona meglio nei comuni più piccoli, dove permane una certa base solidaristica. A Roma c’è un’organizzazione molto più complessa, ma poi si può far fatica a reperire famiglie affidatarie. Un lavoro, infine, possibile solo con servizi presenti in tutto il processo: non basta fare abbinamenti meravigliosi se poi manca la successiva fase della presa in carico».

 

Può accadere che si scelga con più facilità la casa famiglia per le complessità legate all’affido?
«La casa famiglia è una risposta conosciuta per gli operatori, che sanno quale sia la più adatta in base alla situazione, al minore, all’età. L’abbinamento tra famiglia affidataria, minore e famiglia di origine, invece, è tutto da costruire. Non so se sia un lavoro più complesso, certo apre più questioni e presenta maggiori incognite, ma l’esperienza fa molto. Il primo scoglio resta, però, avere un certo numero di famiglie affidatarie».

 

Come prevenire errori ed abusi?
«Su questa domanda occorre una premessa: gli assistenti, i servizi, gli operatori sociali, gli psicologi, gli operatori sanitari accompagnano le persone attraverso fasi della vita di grandi difficoltà. Sono operatori che incontrano il dolore dell’altro ogni giorno. Come tali vanno sostenuti e formati. Poi, purtroppo, chi lavora con gli esseri umani può sbagliare. È terribile, ma è così. È fondamentale potersi confrontare all’interno dell’equipe di lavoro, è proprio il confronto a consentire di individuare l’intervento più idoneo».

 

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