ASSEMBLEA NAZIONALE MOVI. IL VOLONTARIATO DEVE TORNARE ALL’ORIGINE

Il Movi si è riunito in assemblea nazionale a Frascati, dal 2 al 4 giugno. Magatti: «Ritornare all’energia che ha mosso il volontariato e lo ha reso soggetto reale di trasformazione, motivazione, coinvolgimento»

di Ilaria Dioguardi

Il Movi, Movimento di Volontariato Italiano, si è riunito nell’assemblea nazionale Dare casa al volontariato a Frascati, dal 2 al 4 giugno. L’evento è stato anche un’occasione di spunti e di riflessioni sul ruolo del volontariato.

«Come tutte le realtà umane, la vita se non si trasforma muore, sopravvive trasformandosi. Anche il volontariato. Il tema non è salvare il salvabile, ma bisogna provare a leggere quali venti, quali anime, quali spiriti, quali soffi vitali ci sono oggi rispetto al passato. Se non c’è il soffio vitale, il volontariato è morto», ha detto Mauro Magatti, professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, intervenuto nel panel “legami che fanno bene”, all’interno dell’assemblea nazionale Movi.
«Non si risponde a questa crisi del volontariato con gli incentivi, ma bisogna rigenerarsi tornando all’origine, il che vuol dire ritornare all’energia che ha mosso il volontariato e che lo ha reso un soggetto reale di trasformazione, di motivazione, di coinvolgimento. Si deve reinterpretarne l’origine. Viviamo un tempo altamente entropico, in cui tutto tende a disgregarsi, niente sta più insieme, in conseguenza di quel grande salto storico in cui il volontariato è cresciuto, in cui tutto sembrava destinato ad accelerarsi. Questo “salto” ha prodotto un mondo altamente entropico da cui derivano tutti gli shock che abbiamo davanti, da quelli ambientali a quelli sociali, in cui è difficile far stare insieme qualunque cosa», ha continuato Magatti. L’unica risposta di cui disponiamo è che abbiamo bisogno di più tecnologia. «Il digitale permette grandi cose, è come il corrimano, è uno strumento. Ma l’idea che anche il volontariato debba essere messo sotto controllo, correre di più, aumentare le procedure, lo mette nella condizione, dal mio punto di vista, di non avere nessun futuro: questa strada lo uccide nel suo senso e nel suo significato». Secondo Magatti bisogna tornare al senso profondo di ciò che è stato chiamato volontariato negli anni ’80. «In questa stagione di trasformazione, che ha due etichette, sostenibilità e digitalizzazione, bisogna capire come il volontariato vuole rigiocarsi, come vuole stare dentro a questa trasformazione».

La sfida: partire dal basso

Gianluca Cantisani
Gianluca Cantisani, presidente Movi nazionale: «Il Movi è poco istituzionalizzato, è nella condizione di indicare quello che dobbiamo fare: raccogliere ciò che i cittadini stanno facendo e farlo diventare soluzione strutturale»

Questa è la sfida, non bisogna partire dall’alto ma al basso, da dove è partito il volontariato. «Se si parte dall’alto, si organizza il nulla. In un mondo di grandi apparati, di grandi sistemi, di grandi burocrazie, il volontariato è lo spazio spirituale e dell’umano, se vuole avere un ruolo e se vuole diventare un progetto che pesa. Questo è un problema, quando si disimpara a fare dei movimenti poi non si è più capaci. Bisogna creare uno spazio in cui le capacità delle persone vengono, un po’ per volta, rimesse in gioco», ha spiegato Magatti. «Il volontariato deve essere un luogo germinale in cui lo spazio di relazione, che viene sempre più negato, trova delle occasioni di espressione che sono costitutive. La vita è relazione con ciò che sta intorno. Se il volontariato accetta che tutto deve essere regolamentato, non esiste più. Per questo sono contro la parola “volontariato”, bisogna usarne una diversa: chiamarsi è un modo simbolico per riconoscersi».

Riconciliazione e indignazione possono coesistere

«Vedo continuamente movimenti di vita che cerca vita, che si chiamino volontariato o meno. in molte scuole scuole superiori c’è una maggiore attenzioni nei confronti dei ragazzi e delle famiglie che hanno delle difficoltà, c’è maggior senso di comunità, si cominciano a creare tessiture di piccoli gesti, ospitalità reciproca, attenzione», ha detto Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e del conflitto e della mediazione presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo. Si creano forme di vicinato e di attenzione nella vita quotidiana. «I lavoratori cominciano ad organizzarsi per spendere insieme delle giornate (pagate) di vicinato e di cura. Non direi che c’è la crisi del volontariato, c’è la crisi di una forma di volontariato, che sta assumendo forme diverse. È una transizione delicatissima quella che viviamo, chiede al volontariato un ripensamento e un riproporsi di nuove istanze, di volontà buona, di disponibilità al dono di sé, all’offerta, alla richiesta di aiuto fiduciosa. Gli spazi del volontariato sono luoghi di cultura, di conoscenza costruita insieme. Riconciliazione non è il contrario di indignazione, possono convivere. Ma l’indignazione non deve assumere la forma del rancore di tutti contro tutti», ha concluso Lizzola.

Movi: raccogliere buone prassi e farle diventare soluzioni strutturali

Quel volontariato che per 40 anni ha animato e ha fatto nascere quello che siamo oggi è una stagione finita. Su questo punto insiste anche Gianluca Cantisani, presidente nazionale Movi. «Il nostro movimento sono dieci anni che ha avuto quest’intuizione e ha dovuto rimettersi su un cammino non facile, che ha implicato lasciare una via sicura e intraprendere strade non conosciute. Il Movi è poco istituzionalizzato, è nella condizione di indicare quello che dobbiamo fare: raccogliere ciò che i cittadini stanno facendo e farlo diventare soluzione strutturale. Ad esempio, il progetto delle scuole aperte partecipate può essere una buona pratica: se comprendiamo che un luogo fisico può essere aperto tutto il giorno ci si può esprimere e avere dei processi rigenerativi da cui partire. Non abbiamo solo chiavi di lettura ma strumenti concreti. Gli ultimi  dati della ricerca dell’Istat che rilevano che i volontari sono di numero minore, riguardano quelli delle organizzazioni. Non c’è nulla di strano se molti volontari non sono organizzati». Al fondo di ogni cosa, ci sono i legami, come spiega bene il titolo del panel “Legami che fanno bene”. «Parliamo di reti, ma anche i progetti funzionano quando i legami già ci sono, sono la base di tutto», ha concluso Cantisani. «I legami mobilitano le persone a fare qualcosa».

ASSEMBLEA NAZIONALE MOVI. IL VOLONTARIATO DEVE TORNARE ALL’ORIGINE

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